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domenica 31 luglio 2011

Il fossato sempre più ampio tra forze laiche e forze islamiste (Fratelli Musulmani, salafiti......)

SEMPRE PIU' FORTE LO SCONTRO TRA I LAICI (DAI COMUNISTI AI LIBERALI...) E GLI ISLAMISTI (FRATELLI MUSULMANI E SALAFITI...) 




I lettori di questo blog mi perdonino, se anche questa volta, per aggiornarvi su ciò che accade in Egitto non uso parole mie, ma riprendo in toto un post della cara amica Lia, che sto per andare ad incontrare al Cairo. Lo faccio perché appunto, lei ora é al Cairo e notizie più fresche non potremmo averne, altro che "Corriere della Sera" e giornalacci vari, quello di Lia é un articolo dalla così alta qualità che in Italia non verrebbe mai pubblicato da un grande giornale: l'analisi é troppo profonda e sconveniente per l'Occidente alleato dell'Arabia Saudita, che sta mettendo in campo le sue forze per prevenire una situazione simile a quella egiziana, intervenendo direttamente in Egitto. Ed ecco che abbiamo improvvisamente masse di salafiti-wahhabiti, che spaventano la borghesia egiziana e boicottano le iniziative dei giovani laici.

Ma ecco cosa ci scrive la nostra Lia: nel suo bellissimo blog, "Haramlik":http://www.ilcircolo.net/lia/


Salafiti, militari, laici e qualche malinteso

Leggendo in giro, mi pare che in Italia non si stia dando la sufficiente rilevanza a quelli che sono gli effettivi schieramenti politici, in questo momento, in Egitto: che da una parte ci sono i gruppi laici, cioè, che formano un ventaglio ampio che va dalla sinistra delle organizzazioni dei lavoratori fino ai liberali, e dalla parte opposta ci sono gli islamisti E i militari.
Ripeto, ché forse non è chiaro: gli islamisti stanno dalla parte dei militari e contro i laici rappresentati dal sit-in in Tahrir.
Tutti i gruppi religiosi – dai Fratelli Musulmani ai Salafiti alla Gamaa Islamiya – chiedono all’esercito, da un mese, che Tahrir venga sgombrata, ed usano nei confronti degli occupanti gli stessi insulti, le stesse categorie di accuse dei militari stessi: “portatori di caos”, di “disordine”, gente “pagata dall’estero” e via dicendo.
In piazza Tahrir, venerdì, gli slogan religiosi erano intervallati da slogan a sostegno delle Forze Armate e, tra i laici, lo sconcerto si traduceva essenzialmente nella domanda che più circolava: “Ma non si sono ancora stancati di farsi usare dall’esercito, questi? Non gli è bastato Sadat, non gli è bastato Mubarak, non imparano mai niente?”
Se ne discute da mesi, in Egitto. A Maggio, l’Al Masri al Youm scriveva:
During the 25 January revolution, Salafi scholars denounced protests as un-Islamic and warned Muslim youths against engaging in the uprising, but the hard-line Muslims became visible once Mubarak and his security apparatus fell. They were emboldened to stage more protests along sectarian lines. Some went further, announcing the formation of political parties to compete in the parliamentary elections slated for September.
Some observers allege that the sudden emergence of Salafis is orchestrated by Saudi Arabia, which seeks to abort the Egyptian revolution for fear that the same revolutionary model would be reproduced on its soil.
Younis expects that after the Imbaba incident, the army will deal a blow to such radical groups. However, he voiced fears that giving the military a free hand in uprooting Salafis might threaten the prospects for a transition to civil democratic rule.
“If the army hits them and gets applauded by the middle class and the intelligentsia, the military will acquire a bigger role in Egypt’s politics,” said Younis. “This will mean that the military is the one that deserves to rule.”
Since Mubarak stepped down, the military has affirmed its commitment to instating a civil democracy. Yet, skeptics remain concerned that the SCAF might groom a presidential candidate from the barracks before the presidential poll set for December.
By a similar logic, Mubarak’s regime spent many years establishing and solidifying its legitimacy. In the 1990s, secularists, liberals and Copts rallied behind him to fight armed Islamist groups. Such support allowed him to build a draconian police state that violated human rights on the pretext of defeating Islamist opponents. After succeeding in stemming terror, Mubarak groomed his regime as the sole guardian against the resurgence of violent groups. At the same time, he implemented the same notorious strategies against peaceful opposition.
E’ uno schema più che collaudato, e stupisce davvero rendersi conto che gli anni di carcere che tanti di loro portano ancora sulla pelle non gli hanno insegnato nulla. Del resto, quello che penso io dell’islam politico è noto a chi mi legge: un po’ di leader venduti al potere di turno che muovono masse di gregari tra le cui virtù – che pure esistono, a livello umano – non brilla sicuramente l’acume. In Egitto come in Occidente, direi.
Per settimane, tutte le forze islamiste, senza eccezioni, hanno continuato a denunciare il sit-in di Tahrir, diffondendo ogni tipo di squallida, losca bugia sensazionalista contro i manifestanti, in larga maggioranza laici, accompagnati dall’agitazione diffusa dai militari stessi, che già avevano aizzato gli abitanti del quartiere di Abbassiya contro il corteo del 23 luglio.
Le forze islamiste i cui leader, senza eccezioni, sono in un modo o nell’altro alleati con le Forze Armate e in attesa della parte di bottino che gli arriverà dalle elezioni in arrivo e dalle riforme costituzionali, hanno deciso di alzare il tiro contro i rivoluzionari di Tahrir annunciando, circa due settimane fa, che avrebbero convocato una protesta di massa nella piazza per affermare “l’identità islamica dell’Egitto, denunciare il progetto di riforma della Costituzione e chiedere l’applicazione della Shari’a.” L’annuncio andava di pari passo con la campagna per “ripulire Tahrir dai laici”.
Quello che è successo dopo, l’ho scritto ieri: gli incontri tra i laici e i religiosi (Gamaa Islamiya, Partito del Nour dei Salafiti e Fratelli Musulmani) e l’approvazione di un documento comune in cui, in nome dell’unità nella giornata di protesta,  i laici si impegnavano a non lanciare slogan contro le Forze Armate e a non richiedere l’approvazione della Costituzione prima delle elezioni, e gli islamisti, in cambio, si impegnavano a non lanciare slogan religiosi e a non richiedere lo Stato islamico. La protesta doveva focalizzarsi esclusivamente sui punti di accordo.
I religiosi, con l’accordo sottoscritto, ci si sono bellamente soffiati il naso (con la lodevole eccezione di alcuni giovani dei FM che hanno cercato di fermare lo scempio senza successo) e, per protesta, i partiti laici hanno convocato una conferenza stampa per annunciare che abbandonavano la manifestazione.
Zeinobia fa notare che è previsto un incontro a Washington tra i rappresentanti dell’Esercito e la Clinton per discutere della transizione egiziana, e che quello che è successo potrebbe essere il consueto messaggio delle Forze Armate all’Occidente, in particolare all’America: lo spauracchio islamico per affossare le riforme democratiche.
Intanto, i Salafiti hanno ripreso i loro pullman e sono tornati nelle loro campagne.
(La foto, presa dal solito Arabawi, mostra un Tantawi ritratto come salafita in via Talaat Harb.)

lunedì 25 luglio 2011

Le ultime dal Cairo, e dalla ri-occupata piazza Tahrir.

Un altro blog che seguiamo spesso, sia per ragioni di lunghissima amicizia personale, sia per ragioni di conoscenza approfondita del mondo arabo, islamico e dell'Egitto in particolare, che, con accento spesso ironico e molto narrativo, (Lia é una scrittrice nata),  la nostra cara Lia ci narra, è il blog: http://www.ilcircolo.net/lia/
Chi ci scrive, l'Egitto lo ha vissuto davvero, lo ama alla follia, lo conosce meglio di moltissimi egiziani stessi e sembra non avere tregua se non quando é lì, in Egitto, ma al Cairo in particolare, città che le è entrata nel cuore e nella pelle. Perciò per un aggiornamento sulla situazione egiziana, visto che in attesa di andare anch'io a vedere con i miei occhi gli eventi, e poter così soddisfare la mia curiosità intellettuale e avere poi molto da raccontare per le presentazioni del mio libro sulla rivoluzione egiziana, riportiamo quanto ci narra, con un sacco di link che sono tutti da seguire, la nostra Lia che si trova in loco, tramite il suo bellissimo sito.



Twitter ed altro a Tahrir

"A Tahrir c’era un sacco di roba, l’altra sera: l’inaugurazione della scuola in piazza, il cinema all’aperto e, prima, quest’esperimento chiamato Tweetnadwa di cui parla anche Paola Caridi qui:
Si tratta di una specie di assemblea di twitters: un palchetto con uno schermo su cui scorrono i twits della gente seduta lì attorno, su appositi lenzuoloni stesi per l’occasione, un moderatore e vari interventi di persone che sono abituata a leggere su Twitters e poi, dal vivo, ti impressionano per come sono giovani.
Molta borghesia cairota, tra questi ragazzi: la piazza è più interclassista, spesso decisamente popolare. In questi incontri, invece, noti un livello socioculturale diverso, e la sensazione di stare assistendo alla crescita della futura classe dirigente egiziana si fa ancora più forte.
Tahrir è comunque, sempre di più, un Egitto in miniatura. Io ho trovato strepitoso questo post di Sandmonkey: il post dell’anno, per quanto mi riguarda. Qui un piccolissimo assaggio, ma il post va letto tutto:
Tutto è iniziato nella zona delle tende, dove dormiamo: la prima notte le tende erano una accanto all’altra, in formazione sparsa. Poi abbiamo cominciato ad avere problemi con la gente che passava: domande indiscrete, occhiate (c’erano ragazze nelle nostre tende, figuratevi…) e occhiolini alle ragazze. Così, il giorno dopo abbiamo cambiato la posizione delle tende, in modo da creare un grosso circolo con uno spazio all’interno per gli ospiti ed un’unica entrata/uscita all’area. Il tutto, per proteggerci dagli sguardi e dalle azioni della stessa gente i cui diritti stavamo difendendo. Così, senza neanche accorgercene, abbiamo creato – noi, gente che considera elitisti e classisti i quartieri residenziali – il nostro involontario quartiere residenziale. E la cosa più tragicamente comica è stata che, nel nostro tentativo di assicurare il passaggio all’area e di controllarne l’accesso, abbiamo pure reso impossibile la fuga nel caso fossimo stati attaccati. Standard di sicurezza egiziani al loro meglio!
Poi sono arrivati i ragazzini di strada. Tre di loro, di 8, 12 e 13 anni. Un giorno sono arrivato e li ho trovati lì con noi, giacché la gente delle tende, in lotta per l’uguaglianza, li aveva fatti entrare ed aveva iniziato a insegnargli cose, a giocare con loro e a condividere i ventilatori, l’ambiente comodo, l’acqua fredda e i succhi e gli snacks. E quando sono arrivate le scorte e abbiamo cominciato ad aprirle e a organizzarle, loro hanno iniziato ad aiutarci, e a ripulire la zona. Alla fine eravamo così a nostro agio in questa dinamica che abbiamo cominciato a rivolgerci a loro quando ci serviva roba da mettere in freddo o dovevamo ripulire la zona delle tende, creando quindi, senza farlo apposta e senza volerlo, qualcosa che somigliava molto allo sfruttamento del lavoro minorile, in cui i ragazzini lavoravano in cambio di cibo, bevande, svago e posto per dormire, il che è economia trickle-down ai suoi livelli più basici: bella cosa, da parte di un gruppo di rivoluzionari e attivisti dei diritti umani [...]
No, ma leggetelo tutto . Sul serio.
A Tahrir, di giorno, ci sono comunque una quarantina di gradi: è un forno, dico sul serio.  Io mi sono già presa un po’ di malanni – dal torcicollo, a furia di passare dal forno all’aria condizionata, a un accenno di attacco di porfiria che sto sconfiggendo bevendo litri di acqua e zucchero. Le successive riflessioni sulla mia scarsissima forma fisica mi hanno fatto capire che ho bisogno di un paio di giorni di tregua al mare. Forse parto domani.
Adesso, invece, vado a cena al Fish Market, confidando in un’improbabile brezza dal Nilo." Lia.
Crediamo che sia davvero un'ottimo articolo da presentare ai lettori di questo blog, e alcuni buoni link per post quasi sempre interessanti: http://www.ilcircolo.net/lia/ ed anche il militante e blogger egiziano ora in Piazza Tahrir:http://www.sandmonkey.org/ (in inglese), e la migliore di tutti in Italia di sicuro, Paola Caridi, con il suo imperdibile  http://invisiblearabs.com/.
A presto per altre novità sull'Egitto
Paolo Gonzaga

mercoledì 13 luglio 2011

Ultime notizie dall'EGITTO: 25 GENNAIO contro SCAF (Piazza Tahrir contro l'esercito)



La sempre ottima e proverbiale Paola Caridi, mi risparmia la fatica di spremermi, controllare mille fonti e mettere insieme, per poter fare chiarezza in poche righe, di una storia che sono sicuro quasi nessuno in Italia capisce o conosce più. Cosa sta succedendo alla Rivoluzione egiziana, perché ancora scontri in Piazza Tahrir e ancora un'occupazione massiccia e ad oltranza in Piazza Tahrir? Ce lo spiega in parole semplici e perfettamente riassuntive Paola, sul suo sito (da non perdere per chi segue il mondo arabo-islamico e il Medio-Oriente:  
Da http://invisiblearabs.com/
"Criptico il titolo, lo so. Significa che i giovani della rivoluzione egiziana hanno dato inizio al secondo tempo della rivolta contro il regime dei Mubarak. Lo scontro, stavolta, è contro il Consiglio Militare Supremo, il direttorio militare che aveva preso il potere l’11 febbraio scorso, convincendo Hosni Mubarak a cedere, a lasciare la presidenza e a volare a Sharm el Sheykh. Per mesi, abbiamo tutti assistito a questo braccio di ferro tra Piazza Tahrir (sinonimo di rivoluzione) e SCAF, la sigla con la quale si definisce il Consiglio Militare Supremo.  Un braccio di ferro in cui,  soprattutto all’inizio, è stato lo SCAF  a cedere alle richieste di Piazza Tahrir, quando Piazza Tahrir ha fatto le sue richieste.
Non è stato, però, tutto così lineare e piano, ovviamente. Il peso di quella che al Cairo si chiama controrivoluzione è cresciuto col tempo, suscitando i timori dei ragazzi di Tahrir e di tutti quei settori della popolazione egiziana che alla rivoluzione  hanno partecipato. Col trascorrere dei mesi, lo SCAF ha indurito le posizioni, dall’uso smodato dei tribunali militari alla mancata risposta sull’epurazione e sulla necessità di giudicare – in fretta – i responsabili delle vittime della rivoluzione del 25 gennaio. Se i due figli di Hosni Mubarak sono in carcere, se alcuni dei ministri del regime sono già stati condannati (anche in absentia), è altrettanto vero che il vecchio Faraone non è stato toccato, e rimane a Sharm el Sheykh, nel confortevole ospedale internazionale. Così come è rimasta dov’era la burocrazia della sicurezza, responsabile di quello che la popolazione egiziana ha subito negli scorsi decenni.
Negli scorsi giorni, c’è stato un cambiamento, da parte della Piazza. Non più sconti al Consiglio Militare Supremo, ma un confronto vero. E la richiesta di dimissioni del premier, Essam Sharaf, che pure era stato imposto dai ragazzi di Tahrir. I ‘rivoluzionari’  non sono stati per niente convinti dal discorso televisivo di Sharaf, e hanno anzi chiesto che venga sostituito con Mohamed  el Baradei. Una vera e propria sfida, alla quale lo SCAF ha prima reagito con violenza verbale, per poi ammorbidire di molto i toni, dopo che la coalizione della gioventù (espressione di Piazza Tahrir) non aveva indietreggiato dalle sue posizioni.
E’ il momento cruciale, per la rivoluzione egiziana. Ora sì. Non mi piacciono i paragoni, compreso quello col 1952, in cui il rovesciamento della monarchia è avvenuto in due tranche, a gennaio e a luglio. E’ però oggettivo che le rivoluzioni, in Egitto, abbiano bisogno di mesi per ribilanciare i pesi delle  istituzioni (sembra contradditorio, visto che si parla di rivoluzione, ma così è…). Tanto è evidente che il momento è cruciale, che persino i Fratelli Musulmani, che avevano in sostanza sposato la stabilità e lo SCAF, hanno dovuto cedere alle pressioni del proprio elettorato e aderire alla manifestazione di  venerdì scorso, proprio sulla necessità di una giustizia rapida. Cosa significa? Significa che la spinta di Piazza Tahrir non è finita. E che i ragazzi stanno dimostrando anche ora di essere molto meno naive di quanto possa apparire. Ciò non vuol dire, certo, che vinceranno la partita. Ma ci sono buone possibilità che per gli altri, invece, non sia per nulla semplice soffocare la più bella rivoluzione degli ultimi anni."
Così' ci racconta la nostra Paola, ed é perfettamente così, in una situazione molto fluida,  non si sarebbe potuto riassumere meglio ciò che accade. Ho omesso del suo articolo solo la parte riguardante la visita di Bersani in Piazza Tahrir ai giovani manifestanti, alcuni dei quali gli hanno augurato di diventare Presidente del Consiglio, evidentemente non è quello che interessa a noi ora. (Poi sicuramente ci auguriamo che non sia più Berlusconi il Presidente del Consiglio, né nessuno di questa destra infame, ma spero che sia Vendola più che Bersani!). 
Anche di questo ci occuperemo Venerdì 15 Luglio alle h.21.00 alla presentazione del mio libro alla Ligera, in Via Padova 133.

domenica 19 giugno 2011

Nuovo libro sulla rivoluzione egiziana: "Islam e democrazia - I Fratelli Musulmani in Egitto


                                               































                                                                                                                                                                              E’ finalmente uscito il mio libro “Islam e democrazia- I Fratelli Musulmani in Egitto” con la casa editrice “Ananke” di Torino, in una collana dedicata all’Egitto e al mondo arabo.  
“Ananke” è una piccola casa editrice che fa un ottimo lavoro: lascia spazio ad esperti del settore, in base a criteri di reale professionalità e non in base alle apparizioni in Tv. Quando pubblica dei testi sulla città del Cairo e i suoi tesori e ghetti urbani, come nel caso della “città dei morti”, dà la parola ad una antropologa, Anna Tozzi, che ci ha davvero vissuto per alcuni anni nell’enorme cimitero del Cairo, abitato da 2 milioni e passa di persone, detto “città dei morti” e che è stata lì a lungo proprio per  studiare profondamente le dinamiche. O quando fa parlare me sulle rivoluzioni arabe e su quella egiziana in particolare, sul ruolo dei movimenti dell’islam politico, a partire dal gruppo più popolare in Egitto dei “Fratelli Musulmani”, sul movimento laico “6 Aprile”, motore della rivolta assieme a migliaia di giovani blogger egiziani di ogni tendenza, inclusi i giovani stessi dei Fratelli Musulmani, fa parlare uno studioso che si è laureato in Arabo a Cà Foscari, con una tesi sui gruppi radicali islamici in Egitto, e che poi ha vissuto 6 anni consecutivamente tra Il Cairo e i suoi ghetti dove gli islamisti esercitano una egemonia culturale indiscussa, passando per la roccaforte islamista nell’”Alto Egitto” di El Minya e poi ancora più a sud, Sohaj, città del sud Egitto dove ho speso 3 anni a periodi alternati, avendo modo di parlare con la gente, (la lingua araba ovviamente non è un problema per me parlandola, leggendola, scrivendola fluentemente ) e studiando la nuova gioventù che sarebbe stata poi quella di Piazza Tahrir, da un luogo privilegiato come il mio impiego da Lettore di Italiano presso la Facoltà di Lingue dell’Università di El Minya, o come operatore umanitario in progetti di cooperazione internazionale a Sohaj, o sempre come insegnante di Italiano presso il Centro di Cultura Italiano del Cairo, o infine come Assistente sociale per il Consolato Italiano al Cairo.  
Il mio libro tratta la rivolta egiziana e studia in modo particolare il movimento islamista dei “Fratelli Musulmani”, in quanto unica organizzazione politica ben strutturata e realmente radicata a livello popolare, e nei vari settori della società civile egiziana. Da uomo di sinistra quale sono io, cerco di analizzare le motivazioni del successo di questa organizzazione, e perciò la sua evoluzione storica e ideologica, il ruolo giocato nella “rivoluzione” e quello odierno post rivoluzione. In questo si incrociano le pagine sui movimenti laici e di sinistra che furono il cervello e il cuore della rivoluzione egiziana, e ciò che il lettore potrà scoprire, è che aldilà della retorica dei mass-media ufficiale, esiste una generazione di giovani “ribelli” dei Fratelli Musulmani,  che ha disobbedito alla dirigenza e si è alleata con i giovani laici del movimento “6 Aprile”, ( che raccoglie tendenze marxiste, liberali, socialiste o più semplicemente democratiche)creando le premesse per un movimento che cambiasse lo stato delle cose presenti
I primi contatti tra i giovani blogger laici e di sinistra e i giovani blogger religiosi della Fratellanza, avvennero tramite il carcere, dove ebbero modo di conoscersi grazie alla spietata repressione del regime di Mubarak verso chiunque non obbedisse al regime o osasse criticarlo, e di comprendere che le differenze che li separavano erano ben meno di quel che credessero, mentre i punti che li univano erano molti di più di quel che avessero mai pensato. Credo sia questo uno dei passaggi chiave che hanno portato ad una rivolta di popolo, che prima di tutto è stata una rivolta generazionale in un paese dove circa il 70% è costituito da giovani sotto i 30 anni.
Il movimento laico del “6 Aprile” nacque sull’onda della partecipazione e condivisione nelle lotte operaie del distretto industriale di Mahalla (e il 6 Aprile è la data della prima giornata di lotta condivisa tra studenti, giovani, spesso dell’alta borghesia,  e gli operai) e fu poi il motore della rivoluzione, in un’inedita alleanza tra giovani dei Fratelli Musulmani e giovani laici. In questo libro troverete come si erano già create le premesse per la rivoluzione con l’esperienza di “Kifaya”, (Ya basta/Ora basta), il primo cartello di opposizione ufficiale al regime di Mubarak, creato nel 2005 tra il rappresentante dell’ala moderata e pragmatica dei Fratelli Musulmani, Dr. Abu al Futtuh, il famoso intellettuale cristiano George Ishaak, alcuni rappresentanti dell’intellighenzia di sinistra, scrittori come ‘Ala al Aswani, e di come la saldatura successiva tra le differenti tendenze politiche contrarie al regime di Mubarak abbiano creato le premesse per la rivoluzione egiziana del 2011.
I Fratelli Musulmani, che per anni hanno costituito l’alibi per il potere di Mubarak, il quale continuava a sopravvivere in funzione di garante del sistema di alleanze internazionali filo-Usa, e di presunto baluardo contro un ipotetico integralismo islamico, spesso identificato proprio con i Fratelli Musulmani, arrivarono in ritardo sulla rivolta. Inizialmente i Fratelli Musulmani erano contrari perché il loro stile conservatore, la loro attitudine al compromesso (tipica delle vecchie generazioni e del gruppo dirigente del movimento),  gli impedivano di gettarsi in una rivolta dagli esiti ancora imprevedibili. Se furono coinvolti fu solo perché i giovani del movimento si erano gettati a capofitto nella ribellione al regime di Mubarak. 
Per cui si tratta di un libro sulla rivoluzione egiziana e sulle sue dinamiche, sul movimento dei Fratelli Musulmani con cui bisognerà fare i conti in ogni caso nel post rivoluzione, essendo come abbiamo detto l’unica organizzazione di massa, popolare, ben radicata all’interno della società egiziana (oltre che divisa in diverse anime). Da qui la necessaria narrazione su chi sono i Fratelli Musulmani oggi, come sono nati, su quale ideologia poggiano e come potrebbe essere un futuro Egitto in cui questo movimento, vedremo se dall’opposizione o dal governo, avrà inevitabilmente un ruolo centrale. E sempre da qui, l’analisi sulle varie anime che danno vita all’organizzazione islamista,  le profonde differenze che attraversano un movimento che è rimasto compatto probabilmente solo per la repressione subita che li ha costretti a fare “blocco unico”, ma che in realtà cela ben maggiori differenze di quelle che vogliano mostrare o che un lettore medio possa pensare.  Ora con la decisamente maggiore libertà di espressione presente nella società egiziana, in attesa delle prime elezioni democratiche, stanno fiorendo un gran numero di partiti e partitini. I Fratelli Musulmani hanno già formato il loro partito politico, “Hurriya wa ‘Adala” (Libertà e Giustizia) che subirà la concorrenza però sia di altre formazioni di matrice islamica, come i puristi e letteralisti salafiti, molti dei quali appartenenti alle famose “jamaat islamiyya”, (Gruppi islamici), i moderati ex-Fratelli Musulmani del “Wasat” (Centro),  o i mistici sufi che si stanno anche loro radunando in partiti politici, sia delle rinvigorite nuove formazioni laiche e di sinistra, come il Partito Comunista tradizionale, o il “Tajammu’”, di tendenza trotzkista, o i nuovi partiti che i giovani protagonisti della rivoluzione stanno formando, con la loro inesperienza ma anche con la loro enorme passione politica ed il loro enorme coraggio e pragmatismo che hanno permesso alla rivoluzione di vincere e abbattere il tiranno Mubarak. Certo ancora la strada per la realizzazione di una piena democrazia è ancora lontana, ma i segnali sono tanti, gli egiziani si sentono per la prima volta da decenni, padroni del loro destino e liberi di manifestare le proprie opinioni.      
Il libro può essere trovato nelle maggiori librerie o ordinato a me stesso (meglio), per averne una copia o organizzare una presentazione, scrivere a: paologonzaga70@gmail.com
Paolo Gonzaga

venerdì 18 marzo 2011

Ultime da Paola Caridi al Cairo...come è già cambiato l'Egitto.


Vogliamo proporre dal blog dell'amica e stimata Paola Caridi, alcuni suoi post riguardo al suo ritorno in Egitto in questi giorni. Perché i nostri mass-media sono troppo affaccendati in altro e poiché in Italia, sembra sia una regola, ma una questione non la si segue per più di 2 settimane, spero di contribuire così alla reale conoscenza dei fatti, sperando anche di aiutare a comprendere chi vuole saperne di più.
Dal blog di Paola Caridi: 
"E’ stata la prima tappa di un pellegrinaggio laico nel paese che amo di più. Non poteva non essere altrimenti. Sono andata a piazza Tahrir sicura di esser delusa. Finito il momento eroico. Finita la rivoluzione delle masse che premono sul regime e lo fanno cadere. Finita la mini-repubblica di Tahrir, i visi incredibili dei ragazzi e del popolo che ha vissuto nella piazza della Liberazione.
Sono arrivata, volutamente, passando attraverso le strade deserte attorno all’ambasciata americana. Volevo vedere la reazione dei soldati egiziani, sui loro blindati, gli stessi che abbiamo visto immortalati da Al Jazeera su piazza Tahrir. Gentili, alcuni più fermi, altri no. Tutto (quasi) normale, nel tipico paradosso egiziano. Blindati, soldati, e – allo stesso tempo – i loro pantaloni stesi sui blindati, per asciugarsi.
Eppure, il Cairo non è più quello di una volta.  Sembra, da un lato, essersi risvegliato da una sonora sbornia. E dall’altra, questa strana liberazione è dovunque, negli infiniti piccoli segnali che saltano agli occhi di chi il Cairo l’ha vissuta in altri anni, e l’ha sempre seguita, come si segue una persona cara.
A piazza Tahrir, al tramonto, le coppiette occupano tutto il grande spiazzo sotto il Mogamma, il palazzone del ministero dell’interno. Di tanto in tanto, tra le panchine e i visi innamorati delle coppiette vestite con l’abito buono, come ci si veste quando si va all’appuntamento col proprio amore, si scorgono i segni della rivoluzione. Perché la rivoluzione è diventato anche un piccolo business, come all’entrata dello stadio. Bandiere, bandierine, stickers, magliette, i gadget della Thawra stanno dando da vivere alle piccole famigliole poverissime che mettono su banchetti o, ancor più spesso, stendono un lenzuolo per terra per appoggiarci la mercanzia. Un pound uno sticker col 25 gennaio, quello che vedi – percorrendo la tangenziale – su una buona parte delle macchine che ti scorrono accanto. Sticker grandi con le facce dei martiri della rivoluzione, i ragazzi di Tahrir, sticker piccoli con gli slogan.
Per il resto, Tahrir sembra uguale a prima. Traffico (un po’ di meno, a dire il vero, rispetto al solito), negozietti, casino. Poi, all’angolo dell’ingresso storico a downtown, verso piazza Suleiman Pascia, ci sono i crocicchi. E i crocicchi ti dicono che tutto è diverso, impercettibilmente diverso. Ci sono sei o sette capannelli, mentre i passanti sciamano, un ragazzo  sta seduto a terra per lavorare al computer, i ragazzini vendono i gadget della Thawra. I crocicchi della politica. Non si parla di calcio, si  parla di costituzione, proprio mentre noi facciamo fatica a ricordare la nostra, meravigliosa carta costituzionale. Al Cairo, l’argomento di cui parlano tutti, dovunque, è la costituzione. Se valga la pena approvare i cambiamenti costituzionali decisi dal comitato che il Consiglio supremo militare ha creato, votando domani SI al referendum che segnerà il primo punto fermo della transizione. O se invece non valga la pena fare qualche cambiamento, e se sia meglio, per la salute della democrazia egiziana, fare elezioni parlamentari e far nascere una nuova costituzione. Per evitare, anche, una controrivoluzione strisciante che mostra qualche segno.
La discussione coinvolge tutti, coinvolge il popolo che si è visto a Tahrir. Spacca che le stesse divisioni politiche, è trasversale e sorprendente. I crocicchi non sono formati solo dai ragazzi, ma dal classico indistinto popolo del  Cairo, lo stesso che si vede per le strade, mentre fa spesa, torna a casa, svolge i suoi doveri quotidiani. E che l’aria sia diversa, lo dice anche che nel centro di uno di quei capannelli ci fosse una ragazza, il suo velettino color turchese, che arringava la piccola folla. Il suo crocicchio formato in massima parte di uomini. Il Cairo è cambiato. L’Egitto è cambiato.  Anche se Tahrir non è più la mini-repubblica.
Per averne la conferma, basta andare a meno di un chilometro di distanza, passando su quel ponte ormai storico di Qasr el Nil (il pellegrinaggio sui luoghi della rivoluzione è solo all’inizio…) e raggiungendo l’Opera, per anni teatro delle cerimonie del regime e della cultura del regime. Regno di Farouk Hosni, che ci faceva anche le sue personali di pittura. Regno di quello che il suo ministero decideva, frequentato da quei clientes del regime che dovevano farsi vedere nelle occasioni conviviali. Ieri, in quello stesso posto, c’è stata un’assemblea a cui hanno partecipato almeno 700 persone, di tutte le età, piccola e media borghesia egiziana. Facce – mi hanno detto – che a Tahrir non si erano poi viste tanto.
700 persone, sedute, in piedi,  in quel disordine assembleare eppure composto dei momenti importanti della storia di ogni paese. Una mostra fotografica allestita accanto al grande cortile coperto testimoniava la rivoluzione a Tahrir, i visi a Tahrir. Per non dimenticare che Tahrir c’è stata. Sul palco, Alaa el Aswani e altri tre intellettuali egiziani di mezza età, poi raggiunti dall’ingegner Mahmoud Hamza, un altro degli esponenti della cultura contro il regime. Nel teatro del vecchio regime Mubarak, a parlare di come uscire definitivamente dal nizam, dal regime. Il pubblico era lì a sentir parlare non di calcio né di romanzi, ma di costituzione. Dostour. Costituzione.
Non è stato, però, questo, l’elemento commovente di una serata particolare. Bensì le decine di ragazzi in fila, davanti a un microfono. Attendevano il loro turno per poter parlare. E non per porre domande ad Alaa el Aswani. Volevano esporre le loro idee, come protagonisti della rivoluzione. Con un piglio, una determinazione, una compostezza e – anche – una freddezza che commuovevano nel profondo. Mentre il pubblico, lungi solo dall’ascoltare, pensava, rifletteva, applaudiva, dissentiva.
Il Nuovo Egitto è reale. Non è stata solo una ventata rivoluzionaria andata in onda a Tahrir. La libertà la si avverte ovunque. Ma è una libertà che tutti stanno introiettando, digerendo, elaborando.
Il diario è solo all’inizio. E devo digerire anch’io. Ya Masr Gedida, enti gamila. Il Nuovo Egitto è veramente bello. Poi, forse, verrà la delusione. Per ora, gli egiziani pazienti ci stanno insegnando molto."
Paola Caridi