Come sanno i lettori di questo blog, uno dei pensatori contemporanei che più ci piacciono, è Slavoj Zizek, sloveno e neo-marxista. Indica una via da seguire per il socialismo del XXI secolo. Proponiamo questa recente e significativa conferenza di Zizek all'Università di Boston.
Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
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sabato 16 aprile 2011
domenica 3 aprile 2011
Parla Toni Negri
Riprendiamo il ciclo sui filosofi e pensatori neo-marxisti, a volte molto differenti tra loro, ma accomunati nella convinzione che questo non è l'unico mondo possibile e che nuove forme di comunismo, siano possibili e anzi auspicabili oggi più che mai, di fronte al fallimento e alla barbarie del capitalismo globalizzato.
Qui riprendiamo alcune riflessioni di Toni Negri, uno dei più grandi pensatori del marxismo eretico e libertario.
Qui riprendiamo alcune riflessioni di Toni Negri, uno dei più grandi pensatori del marxismo eretico e libertario.
Negri
by materialiresistenti (24/03/2011 - 21:06)
Seconda lettera ad un amico tunisino
di TONI NEGRI
Caro A.,
ci siamo sentiti dopo che l’”alleanza dei volenterosi” ha cominciato a bombardare la Libia, in nome dei “diritti dell’uomo”. Ignobile, assassina mascherata. Tu noti correttamente: lacontrorivoluzione è cominciata. La Libia è il punto debole, equivoco della rivoluzione araba – ecco dunque dove si poteva prima di tutto attaccare, imputando alle buffonate di un Raìs la causa di una generale restaurazione. Si sono messi tutti d’accordo: ogni mezzo è buono per abbattere un tiranno… Gheddafi è certo un tiranno – tu aggiungi – ma gli altri, i Sark, i Cameron, i Berlusca e –dulcis in fundo – Obama, non sono dei tiranni ma una sola volontà li muove: controllare, cioè disciplinare e/o neutralizzare, la rivoluzione araba. L’intervento contro la Libia costituisce il precedente giuridico, la punta di diamante di un dispositivo che si presenta come “ingerenza morale” e difesa della ribellione della Cirenaica – non è dunque un intervento imperialista, neocoloniale ma democratico e fraterno, attento ai diritti dell’uomo. Abbiamo altre volte chiamato imperiale tale dispositivo. Attaccando un mostro si prendono le misure per costruire per tutti nuove regole di controllo. Sono regole diverse per ciascun paese, una governance di controllo e/o repressione della rivoluzione. Ma questa rivoluzione – tu insisti – non la si può controllare. Quando le moltitudini si ribellano sono esse che decidono che cosa vogliono fare del loro avenire. E se al loro interno riconoscono germi o residui di tirannia, sono esse che se ne liberano. Questo noi credevamo si chiamasse democrazia!
Quanto sono d’accordo con te. Sai, mio caro amico, questo evento libico s’è dato negli stessi giorni delle celebrazioni dei 150mo del Risorgimento italiano. Quante analogie ci sono fra quello che avviene chez vous e quell’episodio – tanto grande quanto esso stesso ambiguo. Non è strano infatti che le potenze centrali vogliano regalarvi qualcosa che assomiglia al Risorgimento – una rivoluzione ben tornita, “gattopardesca”, come quelle europee del XIX° secolo dove, per gestire lo sviluppo e l’accumulazione capitalista, per sconfiggere quello che allora si chiamava “repubblica e socialismo”, funzionavano aristocrazie e mafie imprenditoriali. Quel modello – un po’ biecamente – lo ripete Obama: come fece allora Pio IX° in Italia, ha (un anno fa al Cairo) tirato la pietra del rivolgimento arabo, un “siamo tutti berlinesi” adeguato alla novità geopolitica e, subito dopo, ha nascosto la mano. Ora elabora con le potenze ex-coloniali la governance di controllo.
Ma non siamo più nel XIX°, siamo nel XXI° secolo: qui non comandano più le aristocrazie e gli imprenditori locali ma i finanzieri e il capitale globale cui erano già fermamente legati i vostri tiranni. Lo sviluppo non è più solo barbara accumulazione, sofferta e lavorata da popoli e nazioni separati, ridicolmente indipendenti nella loro miseria, ma è il prodotto di moltitudini messe a lavoro nella cooperazione sociale. Sono la cooperazione sociale e questo comune che vanno liberati. Questa nostra rivoluzione araba – tu dici – non è solo una rivoluzione politica ma è anche e soprattutto una rivoluzione sociale. Noi non vogliamo più tiranni ma neppure padroni. La grande speranza di questa moltitudine di giovani arabi non è di cambiar padrone ma di toglierlo di mezzo.
L’intervento militare delle potenze occidentali serve dunque a bloccare queste speranze, a introdurre insicurezza per tutti, a selezionare nuovi padroni e complici, a schiacciare la potenza democratica e comune dei nostri movimenti. E se ora gli va male, saranno i moderni e laici “imperiali” che richiameranno in servizio vecchi padroni coloniali e, con loro, gli estremisti, i fanatici religiosi ed i tiranni. Le grandi manovre sono iniziate con l’intervento in Libia.
Ma, caro A., la mia impressione è che il tentativo di blocco e la reazione imperiale siano già traballanti, perché in questo periodo di crisi economica insolubile, di sommovimenti tellurici non solo delle piattaforme oceaniche ma dei poteri globali, i padroni delle multinazionali e le potenze dominanti non hanno più progetto, non hanno una direzione certa – si arrabattono, incapaci di esprimere una prospettiva unitaria sulla quale organizzare il controllo della rivoluzione araba. La Turchia e la Germania hanno disorientato la NATO, Israele ha obbligato Obama ad un decisivo ribaltamento di linea, le monarchie (dall’Atlantico al Golfo) si comportano da monarchie ed hanno chiesto alla République un immediata iniziativa repressiva, i militari algerini continuano ad imperversare con metodi che persino Stalin invidierebbe. Ma la rivoluziona araba continua – soffia sotto le ceneri in Marocco e in Algeria, respira in Tunisia, è già in stato ansioso in Egitto (dove i militari e i Fratelli Musulmani sono alleati per bloccare il movimento), lotta in Giordania e in Siria, è massacrata nel Barhein e in Yemen, corre sul web fra le genti del Golfo… Mentre, nella nuova prospettiva del “policentrismo globale” per la Rivoluzione araba non si è ancora fatto posto. Nella riconfigurazione geopolitica globale determinata dal “declino americano”, l’ultimo venuto è l’America Latina – ma come faranno a starci anche i fornitori arabi di petrolio se alla rendita fissa dei monarchi si sostituiscono le lotte e le pretese di reddito dei proletari? La “variabile indipendente” di una libera riproduzione della moltitudine?
Tu mi dici che questa rivoluzione deve risvegliare l’Europa. Io penso che non possa che farlo. Tu aggiungi che le terre del Mediterraneo del Sud e quelle del Mediterraneo del Nord sono comuni ai giovani arabi quanto ai giovani europei, perché la nuova forza-lavoro, materiale o immateriale, si valorizza e si muove in quello spazio. E aggiungi ancora che questo movimento continuerà perché esso fa parte della rivoluzione araba, tanto quanto di essa fanno parte la lotta contro i tiranni e quella contro gli “imperiali”. Ed io sono d’accordo con te quando ti esalti raccontando di quel formidabile Ponte sullo Stretto che è stato costruito fra Tunisi e la Sicilia e ti auguri che possa esser percorso in un senso e nell’altro, e che traghetti – dal Sud al Nord e viceversa – un sano odio contro i padroni e contro tutti i nazionalismi. Quando ti ho detto che qui da noi i pacifisti si son messi in moto (in grande minoranza questa volta, molto di più di quando si trattò di battersi contro le guerre in Kossovo e in Iraq), tu, amico mio, hai sorriso – per non dire che mi hai riso in faccia – dicendomi che questa volta i pacifisti non servivano davvero perché è impossibile modificare le cose con testimonianze morali. Qui bisogna invece allargare il mercato del lavoro e inventare nuove eque regole della sua riproduzione, qui si tratta ormai di pagare il petrolio con posti di lavoro. Se dunque c’è pacifismo, esso non può esser messo in campo che come sostegno politico e partecipazione materiale alla rivoluzione sociale araba. Qui c’è in gioco il gruzzolo del futuro, l’organizzazione e la divisione del lavoro attraverso il Mediterraneo, l’energia, molto denaro, e forse grosse porzioni del potere mondiale. Altrimenti – se si eviteranno questi problemi – la guerra libica diverrà lunga, fanatica e coinvolgerà le altre popolazioni arabe e vedrà alla fine solo rovine – fra i libici e fra i “volenterosi”, e certo, nessun vincitore “imperiale”.
In queste convulsioni postunilaterali, dentro il declino delle politiche imperiali americane ed europee, dentro l’indebolimento della NATO, la sola via di uscita consiste nell’agitare nuovamente la lotta di classe – quella dei lavoratori arabi accanto ai lavoratori europei. Bisogna rompere i confini. Per farlo, come tu dici, non è solo necessario schiacciare le sinistre riformiste sotto il peso delle loro responsabilità e la vergogna del loro tradimento, non più solamente interni ma internazionali; è anche urgente muoversi attorno a programmi politici che attraversino le frontiere e rivoluzionino forme e misure del modo di produzione, riconoscendo il comune come base della ricchezza.
dal sito:Sempre su Toni Negri, segnaliamo questo link:
http://www.globalproject.info/it/produzioni/E-primavera-Intervista-a-Antonio-Negri/3078
http://www.globalproject.info/it/produzioni/E-primavera-Intervista-a-Antonio-Negri/3078
E ancora segnaliamo questo pezzo sul Fatto Quotidiano, in cui viene dato rilievo alla lettura complessiva degli ultimi scritti di Toni Negri.
http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/03/18/nord-africa-lotte-francesi-antiberlusconismo-in-300-a-lezione-da-toni-negri/98408/
http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/03/18/nord-africa-lotte-francesi-antiberlusconismo-in-300-a-lezione-da-toni-negri/98408/
lunedì 21 marzo 2011
IL COMUNISMO NON E’ MORTO. W IL COMUNISMO!
IL COMUNISMO NON E’ MORTO. W IL COMUNISMO!
Io, aldilà da ogni retorica, non riesco a essere soddisfatto di un mondo in cui sono troppe e troppo forti le ingiustizie. Un mondo dove 1 uomo su 3 vive sotto la soglia di povertà, (1 dollaro al giorno), dove miliardi di persone non hanno accesso ai diritti di base, dall’acqua al cibo, dalla salute all’istruzione…Un mondo che non ha ancora capito che la guerra è una cosa barbara, che lo sfruttamento di uomini su altri uomini è scandaloso, dove il potere di una finanza quasi virtuale schiaccia popoli e vite umane....Un mondo diventato ontologicamente precario, dove il pericolo della caduta tra gli “esclusi” è sempre alla porta dell’angolo, un mondo che cerca di nasconderli gli esclusi, se non di combatterli, perché simbolo di tutti i maggiori timori moderni, nuovi black goats, e quindi da non mostrare (infatti vedi le ordinanze contro accattoni, venditori ambulanti, immigrati ecc.), perché ricordano a tutti la precarietà della propria situazione e il rischio concreto che nella società dei consumi corre praticamente ogni individuo. Da questi ragionamenti mi balza alla mente che allora non viviamo nel migliore o anche nel “meno peggiore” dei mondi possibili, affatto. Come ci si può sentire pienamente a posto quando a miliardi di persone manca ogni cosa? Come si può pensare che questo sia il sistema che dovremo continuare a seguire silenziosamente per essere dei bravi cittadini? Bisogna immaginare un mondo diverso, senza nemmeno essere troppo sognatori, perché questa barbarie è nata a seguito di una ben precisa ideologia politico-economica, la più estremista pur tra quelle interne all’area dei teorici del libero mercato. La scuola keynesiana ad esempio era molto diversa, certo figlia di un altro tempo, e pur rientando nel sistema capitalista, non proponendo soluzioni comuniste, il sistema keynesiano era riuscito ad ispirare un’intera società del libero mercato dove però l’equilibrio con i poteri di tutela e garanzia dello Stato erano presenti e funzionanti, dove esisteva un welfare universale che garantiva l’essere umano dalle maggiori paure esistenziali – quella della povertà e dell’abbandono - e che conciliava un umanesimo di fondo assieme allo spirito della libera impresa, influenzato dalle pratiche socialiste che arrivavano da oltrecortina. Il capitalismo globale di oggi, come il modello keynesiano che ha segnato un’era, sta segnando da tempo un’altra era. Viene chiamato sistema neo-liberista proprio perché figlio dell’ideologia di una scuola, la scuola di Chicago, che predicava l’annullamento dello Stato e la privatizzazione di ogni cosa privatizzabile…sanità e istruzione inclusi, arrivando fino all’acqua! La finanza globale, con il fondamentale supporto del FMI e della Banca Mondiale, segue questa specifica scuola, vittoriosa dopo la caduta del Muro dell’89….Caduto il “socialismo reale”, il capitalismo non aveva più concorrenti finalmente e poteva mostrarsi con il suo vero volto…quello dello sfruttamento più selvaggio..in quegli anni nascono le “Free Area”, enormi aree mobili, che si spostano a seconda delle condizioni del mercato e delle indicazioni del FMI, concesse in uso temporaneo alle maggiori multinazionali dai governi della Cina, della Thailandia, della Malesia, del Bangladesh, del Pakistan, dell’India…..dove le multinazionali possono spremere generazioni di esseri umani, ridotti praticamente in schiavitù, in nome dei mercati internazionali. La finanza globale ha istituito la dittatura del Pil, quasi fosse un parametro magico indicatore di benessere diffuso…. Non stupisce che proprio i paesi dove il Pil era in crescita esponenziale quali la Tunisia e l’Egitto, siano stati proprio i primi paesi a scoppiare. Ecco la dimostrazione che il Pil è uno pseudo-parametro che certo nulla ha a che vedere con il benessere reale delle popolazioni,Perché è ormai chiaro e i popoli se ne stanno rendendo conto: le ricette del FMI e della Banca Mondiale, le stesse che ci hanno portato alla crisi, non sono più accettabili, perché dove applicate, hanno dimostrato di provocare un aumento mostruoso della povertà e l’arricchimento scandaloso di una piccola elite, con la progressiva scomparsa della classe media. Anche dal Sud America arrivano voci di speranza, numerosi ormai sono i paesi che collaborano in un mercato alternativo a quello che volevano imporre gli Usa, numerose sono le opzioni di sinistra che si presentano al governo ora in America latina, a cui guardare con attenzione, che possono disegnare nuove forme di rifiuto dello sfruttamento. E allora come ci poniamo noi in questo conflitto globale, tra le forze delle peggiori lobby, che trovano rappresentanza purtroppo nella nostra vita quotidiana sotto forma dello schieramento attuale delle destre e che agiscono su scala globale in molteplici maniere, e la massa dei cittadini, che consapevoli a meno, sono coinvolti in questa guerra, perché le conseguenze peggiori della globalizzazione finanziaria e dello strapotere del neo-liberismo più estremista le pagano di solito i cittadini normali ovunque…..se a causa di speculazioni finanziarie, come sta accadendo in questi giorni, si alzano fino a oltre il raddoppio, i prezzi dei cereali e degli alimenti di base….milioni e milioni di persone che già vivono molto precariamente, spesso sotto dittature sanguinarie al servizio dei macro-interessi delle forze del neo-liberismo sono condannate alla fame, alla povertà estrema, alla sofferenza. Il neo-liberismo è innegabilmente tra i maggiori responsabili del disastro ambientale, del consumo folle dei beni della Terra e della loro privatizzazione a solo vantaggio dei vertici dell'"Impero". Il neo-liberismo è la principale causa delle guerre e dei continui micro-conflitti che costellano il pianeta, l'estrema competitività del sistema a la monetarizzazione di ogni bene sono le cause della svalutazione della vita umana a semplice soggetto di consumo.
E allora, se uno dei modelli del capitalismo, declinato tra l’altro secondo varie metodologie e livelli di intensità, fallisce clamorosamente ma pochi mettono in discussione il capitalismo come sistema di suddivisione e ripartizione delle ricchezze, perché il socialismo, che pur è stato declinato solo in alcune sue maniere, dovrebbe essere fallito nella sua interezza? Perché non potrebbero esistere altre tipologie di socialismo, come emerge in Sud America, che coniugano la giustizia sociale e la libertà individuale e collettiva, che provano e sperimentano nuove forme del Comune, tentando di superare l’alternativa Privato/Stato e promuovendo una nuova forma collettiva che sia basata appunto sul comune, sulla condivisione dei beni fondamentali e sull’intervento della società civile in nuove forme dello statale, quale i sindacati, le cooperative, l’associazionismo….Nuove letture di Marx sono possibili, tutta una serie di intellettuali ce lo stanno dimostrando in questi ultimi anni e nuove interpretazioni del suo pensiero sono realizzabili. Lotte di liberazione soffiano in tutto il mondo, il Nordafrica e il Medio Oriente bruciano sembrerebbe all'improvviso, società piegate dalle contraddizioni del capitalismo globale, nuove lotte si incarnano in pratiche diffuse di disobbedienza e rivolta.....nuove ma antiche rivendicazioni trovano espressione....
E allora, se uno dei modelli del capitalismo, declinato tra l’altro secondo varie metodologie e livelli di intensità, fallisce clamorosamente ma pochi mettono in discussione il capitalismo come sistema di suddivisione e ripartizione delle ricchezze, perché il socialismo, che pur è stato declinato solo in alcune sue maniere, dovrebbe essere fallito nella sua interezza? Perché non potrebbero esistere altre tipologie di socialismo, come emerge in Sud America, che coniugano la giustizia sociale e la libertà individuale e collettiva, che provano e sperimentano nuove forme del Comune, tentando di superare l’alternativa Privato/Stato e promuovendo una nuova forma collettiva che sia basata appunto sul comune, sulla condivisione dei beni fondamentali e sull’intervento della società civile in nuove forme dello statale, quale i sindacati, le cooperative, l’associazionismo….Nuove letture di Marx sono possibili, tutta una serie di intellettuali ce lo stanno dimostrando in questi ultimi anni e nuove interpretazioni del suo pensiero sono realizzabili. Lotte di liberazione soffiano in tutto il mondo, il Nordafrica e il Medio Oriente bruciano sembrerebbe all'improvviso, società piegate dalle contraddizioni del capitalismo globale, nuove lotte si incarnano in pratiche diffuse di disobbedienza e rivolta.....nuove ma antiche rivendicazioni trovano espressione....
E’ partendo dalle tematiche della precarietà, ormai condizione ontologica del cittadino globale, e proseguendo sui sentieri intrapresi negli ultimi anni dai movimenti in Italia e in Europa, che bisogna partire. Nuovi soggetti, sempre più consapevoli dell’importanza dei temi del precariato e dell'esclusione stanno sorgendo. La battaglia per il reddito di cittadinanza, di esistenza, trova finalmente terreno fertile e nuovo entusiasmo, diventando una rivendicazione sempre più concreta e di cui si discute a livello popolare ed anche a livello istituzionale in tutta Europa.... Nuove lotte attorno ai diritti di base come la casa, i trasporti, lo studio, la salute, l'ambiente, l'acqua… e nuovi bisogni come il web per tutti...Movimenti sociali che come la talpa di Marx, scavano e emergono, per re-immergersi e riemergere. Da tempo la talpa è ben sveglia ed al lavoro….aiutiamola….intensifichiamo le lotte e riprendiamo a discutere di nuove forme di comunismo, riprendiamo a parlare di economia politica e a immaginare e sognare un mondo diverso……
La domanda di sinistra e di nuove forme di economia e di governo è tornata forte……Ora è dovere dell'intellettualità diffusa, del general intellect e dei movimenti, elaborare in modo sempre più chiaro, e costruire una forte ossatura ideologico-politica, che dia la necessaria progettualità e supporto alle lotte, e che profili sempre più chiaramente l'orizzonte verso cui tendere.....
Paolo Gonzaga
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