Visualizzazione post con etichetta riduzione del danno. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta riduzione del danno. Mostra tutti i post

martedì 4 ottobre 2011

EMERGENZA CARCERI E LEGGE FINI-GIOVANARDI: dobbiamo agire subito!






EMERGENZA ENDEMICA DEL SISTEMA CARCERARIO ITALIANO, non sarà che abbiamo la legge sulle droghe più proibizionista d'Europa, e un sistema giudiziario classista? Per un falso in bilancio che può mandare in rovina numerose famiglie non c'è più reato,  i reati da "colletti bianchi" non vengono nemmeno perseguiti ormai in Italia se non da un pugno di magistrati eroici, che poi sono puntualmente attaccati come "toghe rosse" (lo sapesse il popolino che reitera il ritornello imparato in Tv che quei magistrati lo stanno difendendo dai soprusi di colui che vorrebbe una giustizia con severità accelerata verso il basso, cioè prigioni solo per cittadini normali, meglio se poveri)  perché il nostro infame Presidente del Consiglio Berlusconi è a capo di una associazione a delinquere che ovviamente mal tollera ogni legge che urti gli interessi dei suoi soci, ormai "padroni", pirati della finanza legati a doppio capo con le mafie e con le logge piduiste più corrotte. Ed intanto le prigioni si riempiono di poveracci! Il 37% per droga!!!

EMERGENZA CARCERI E LEGGE FINI-GIOVANARDI: dobbiamo agire subito!
L’emergenza carceri in Italia è un drammatico argomento di cui non si parla adeguatamente. Saggiamente il Presidente della Repubblica,  Napolitano, ha appena espresso la vergogna a cui si espone l’Italia trattando così chi viene a trovarsi in una situazione di carcerazione, spesso per reati minori o semplicemente in attesa di giudizio. (quindi per la giurisprudenza, da innocente, essendo ogni accusato colpevole solo dopo i 3 gradi di giudizio). Pannella digiuna chiedendo un’amnistia che sappiamo già essere impossibile. In un’Italia in rovina non può non venire a mente la celebre frase di Voltaire sul grado di civiltà dei popoli che si rispecchia nelle condizioni e nel livello di vivibilità delle prigioni nazionali, ed oggi in Italia secondo l’associazione Antigone, che proprio di carceri si occupa, la situazione è quella illustrata drammaticamente poco più avanti in questo articolo. La prima cosa da fare per ridurre questo affollamento viene indirettamente indicata ad un certo punto del rapporto, con la frase da me sottolineata: il 37% delle persone in carcere sono lì per violazione della legge sulle droghe, cioè la criminale legge Fini-Giovanardi.        
“Al momento ci sono nei penitenziari italiani ben 67.174 detenuti ma solo 45.551 posti letto. Spesso i 'ristretti' trascorrono quasi tutto il giorno in celle minuscole, in condizioni igieniche precarie e a temperature altissime.
Le docce, spesso, sono utopia. Si possono usare a turno e solo per pochi minuti, poche volte alla settimana. Nel rapporto Antigone si legge che la popolazione carceraria è aumentata del 50% dal 2007 al 2010 (da 44mila a 67mila persone) ma le risorse a disposizione sono calate da 3 miliardi e 95 milioni di euro a 2 miliardi 770 milioni.[1]
Un 37% di persone è in carcere per violazione della legge sulle droghe”
E terminiamo così la citazione dell’ottimo rapporto dell’associazione Antigone, con un altro dato:  Nel rapporto si legge che la popolazione carceraria è aumentata del 50% dal 2007 al 2010 (da 44mila a 67mila persone) ma le risorse a disposizione sono calate da 3 miliardi e 95 milioni di euro a 2 miliardi 770 milioni.
Bene, se guardiamo all’impennata di incarcerazioni dal 2007 al 2010, (e ancora non ci sono i dati ma sta avvenendo in maniera esponenziale, per cui per il 2011 aspettiamoci numeri ancora più alti) coincide perfettamente con l’avvento della Fini-Giovanardi. E se vogliamo dei dati che indichino qualcosa in questo senso, ci sono “Fuoriluogo” e il “Forum Droghe”[2] che ci forniscono dei dati che parlano da soli . Ed ecco cosa ci dicono:
L’impatto della legge antidroga sul carcere:
- “Aumentano gli ingressi in carcere per droga in rapporto al totale degli ingressi: dal 28% del 2006 al 31% del 2010”
- “Aumentano le denunce, specie per art.73 (detenzione ai fini di spaccio): da 33.056 nel 2006 a 39.053 nel 2010. Di queste più del 40% (16.030), sono per la cannabis”
Poiché la Fini-Giovanardi stabilisce delle quantità massime per ogni sostanza oltre le quali qualsiasi detenzione è considerata ai fini di “spaccio”, [3] basta possedere 2 spinelli (per l’hashish la dose massima è 0,5, uno spinello esattamente), o 2 dosi di eroina, o poche più di cocaina, o 2 pastiglie di estasi e si è accusati di “detenzione ai fini di spaccio”. Grazie anche a questi numeri, possiamo immaginare la macelleria sociale che sta provocando questa legge: quanti poveracci che non fanno male a nessuno richiusi in carceri sovraffollate, dove probabilmente verranno in contatto con mafiosi e spacciatori di professione. La legge Fini-Giovanardi è una legge fabbrica carcerati, deve essere almeno emendata al più presto, prima che le carceri scoppino, tra l’altro restituendo molti agenti a compiti più seri, come la lotta contro le mafie che ormai prosperano tanto al Nord quanto al Sud.  
“Raddoppiano i detenuti presenti in carcere per l’art.73 (quindi per violazione della Fini-Giovanardi- ndr): 14.640 nel 2006 contro 27.294 nel 2010.”
“Raddoppiano gli ingressi dei tossicodipendenti sul totale degli ingressi: dal 27% nel 2006 al 28,4% del 2010.
Ecco che balza evidente che per trovare una soluzione al problema del sovraffollamento almeno una riforma della legge Fini-Giovanardi sia necessaria, in attesa di avere un Parlamento che possa fare una nuova sulle droghe e sostanze psicotrope in generale, che sia completamente opposta all’impianto repressivo della Fini-Giovanardi, che legalizzi la cannabis e applichi politiche di prevenzione e riduzione del danno per le droghe.
Una riforma possibile della Fini-Giovanardi sarebbe quella di eliminare le dosi minime e rimettere al centro il concetto di uso personale, che può anche essere abuso, ma non è spaccio. Che consenta l’assoluzione quando non ci siano prove di spaccio (e che la cessione tra amici non sia considerata spaccio) e che inoltre faccia differenza tra il piccolo spacciatore di strada o poco più, dal mafioso che traffica in grandi quantità. Anche per questo è necessario non solo legalizzare, ma incentivare l’autocoltivazione: con numerosi milioni di italiani che usano cannabis, le mafie perderebbero miliardi e miliardi di euro se i consumatori di cannabis potessero autocoltivarsela o comprarla da amici che la coltivano, o in negozi appositi.      
E allora spetta a noi consapevoli, ai cittadini, ai comitati, all’associazionismo, ai movimenti, agli operatori del settore, a tutte le persone ragionevoli, e non chiuse da cieco furore ideologico, alla società civile e ai partiti, chiedere la modifica della Fini-Giovanardi: togliamo la quantità minima, e vediamo quali altri aspetti della legge si possano modificare in senso antiproibizionista. Spetta anche ad un dibattito collettivo scoprire come e a che obiettivi realisticamente puntare oggi, nel quadro politico attuale, se invece non sia più conveniente puntare aad una legge nuova direttamente ma temo che i tempi non siano maturi. Ma muoviamoci, perché quello che accade è scandaloso, una vergogna per tutti noi. Muoviamoci perché chi è in cella in attesa di giudizio perché magari  fermato con 5 grammi di hashish non può più aspettare, non é giusto che debba ancora aspettare e tanti altri siano destinati in futuro ad altrettanto, perché avere delle prigioni perlomeno dignitose e rispettose sempre della dignità umana è una pre-condizione di civiltà. Costruiamo un grande movimento, che unifichi su questo tema tutti coloro che aderiscono a questa istanza di civiltà, la società civile, le realtà sociali e politiche....ad una lotta doverosa, e che ha senz’altro possibilità di successo, visto che ormai non c’è più nessuno che possa negare la condizione disumana in cui si trovano le nostre carceri. Amnistie e indulti oltre ad essere operazioni dal respiro troppo breve a volte sono anche dannose, oltre ad essere troppo lontane da qualsiasi possibilità di realizzazione. Perciò operiamo in questa direzione, concentriamo gli sforzi su questa battaglia, concentriamoci sul possibile in una situazione di emergenza: chiediamo la modifica della Fini-Giovanardi, con l’abolizione delle quantità minime, riduzioni di pena, e possibilità di auto coltivazione. Per iniziare una battaglia simile é necessario che ci sia una realtà, un partito, credibile e autorevole che offre visibilità alla lotta e credo che non possa che essere Sinistra Ecololgia Libertà, già da tempo impegnata seriamente su entrambi i fronti, sia il problema carceri, sia antiproibizionismo per la cannabis e riduzione del danno per le droghe. Proviamoci! 
Paolo Gonzaga


[1] Fonte: http://www.clandestinoweb.com/sondaggi-da-tutto-il-mondo/972291-carceri-rapporto-antigone-aumentano-i-detenuti-e-diminuiscono-le-ri.html

[2] http://www.fuoriluogo.it


[3] In realtà meccanismo già bocciato dai referendum del 1993 con l’abolizione delle dosi minime previste dalla Craxi-Jervolino-Vassalli.

mercoledì 22 giugno 2011

Le carceri che scoppiano, gli enormi danni sociali della legge Fini-Giovanardi e una (in)giustizia di classe.


BASTA CON LA LEGGE FINI-GIOVANARDI SULLE DROGHE!

Spesso sembra che ci siano temi che molti giudicano quasi "improprio" il solo parlarne, o che comunque non toccano la sensibilità della maggioranza delle persone. Il carcere e la droga sono tra questi temi. In fondo, quasi ognuno di noi pensa: "tanto a me non riguarda", ma se tutti noi ci ricordassimo di quella bellissima frase, mi sembra di Rosseau, ma non vorrei sbagliarmi, che invitava a giudicare la civiltà di un paese dal tenore delle sue carceri. La vita in carcere deve riguardare tutti noi, perché chi é dentro sono persone che spesso sono molto più vicine a noi di quel che possiamo immaginare e nel paese alla rovescia che é l'Italia, anche una persona estremamente ligia e onesta, rischia, se non ha a disposizione un bravo ma costoso avvocato, di andarci a finire in quei gironi infernali che sono le carceri italiane oggi. E soprattutto sconvolge che delinquenti patentati che ci governano o che ronzano intorno al potere, ne facciano di ogni tipo, senza mai pagare alcuna conseguenza, mentre un povero giovane come Aldrovandi, o Cucchi, o un padre di famiglia perbene e onesto lavoratore come Branzino possano morire di percosse da parte delle forze dell'ordine o guardie carcerarie, all'interno di una prigione o in distretto o caserma che sia, per reati dove non c'è vittima se non l'arrestato stesso, eventualmente. La Fini-Giovanardi sta mandando in galera migliaia di ragazzi/e, nel nostro paese é in atto una legislazione di emergenza senza che noi lo sappiamo (per "droga" la Polizia può fare tutto, intercettare, pedinare, sfondare porte di case (all'alba in terrorizzate famiglie borghesi o operaie) e può permettersi ampli spazi di libera iniziativa rispetto alle normali procedure.  

Posto qui, un importantissimo articolo del bravissimo Franco Corleone sui danni gravissimi portati da quella legge sciagurata voluta dal bigotto fanatico e integralista cattolico, Giovanardi, assieme al suo ex-sodale, Gianfranco Fini (ricordiamocelo a volte chi ha firmato certe leggi....). Le carceri sono sovraffollate, e oltre del 50% dei detenuti lo é per fatti relativi all'uso di droga. Corleone poi ci racconta bene la macelleria sociale in atto nei confronti dei poveri sventurati che hanno l'abitudine di fumare un pò di cannabis, molto più sana secondo tutti gli studi scientifici, rispetto all'invece reclamizzato alcool. Ora perciò aboliamo questa legge infame o riformiamola, ma é necessario che si formi un movimento consapevole che metta ai primi punti dell' suo programma o agire politico, la riforma della legge sulle droghe, con la completa depenalizzazione della cannabis, e con progetti pilota di distribuzione di eroina, morfina, metadone, come stanno facendo numerosi paesi europei, a partire dalla vicina Svizzera. Solo così eviteremo inutili sofferenze, vite stravolte per un grammo di marijuana, proliferare di malattie e morti, sovraffollamento delle carceri e riusciremo davvero a sconfiggere le mafie, che si stanno mangiando l'Italia grazie ai soldi della droga che vendono a prezzi d'oro grazie al proibizionismo!


Droga e carcere, i dati del tracollo

corleone.pngFranco Corleone svela in anteprima per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 15 giugno i dati 2010 dei danni della legge antidroga.
Fonte: Il Manifesto, di Franco Corleone 15/06/2011
Lo zar è nudo, finalmente. I dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria confermano i tremendi danni sul carcere che la legge antidroga votata nel 2006 dalle Camere già sciolte ha prodotto nei cinque anni di applicazione e in particolare nel 2010.
Carlo Giovanardi architettò il vulnus istituzionale inserendo il testo proibizionista nel decreto sulle Olimpiadi e il Quirinale purtroppo controfirmò.
Eravamo stati facili profeti a immaginare le conseguenze delle norme punitive introdotte per pura ideologia e a ridicolizzare la retorica salvifica secondo la quale la gravità delle punizioni avrebbe spinto alla cura i tossicodipendenti.
La strage che si compie ogni giorno nelle carceri italiane in termini di violazione della legalità e dei diritti e che va sotto il nome pudico di “sovraffollamento”, non è un accidente naturale, ma ha una causa nella legge criminogena che si appella alla “guerra alla droga”. Veniamo alle cifre.
Al 31 dicembre 2010 il numero dei tossicodipendenti in carcere era di 16.245 detenuti pari al 24% dei 67.961 presenti (la cifra è sottostimata perché mancano i dati di Roma e di altri Istituti minori). Per una valutazione completa del fenomeno, va aggiunto il numero imponente di 27.294 ristretti per violazione dell’art. 73 (detenzione e spaccio) del Dpr 309/90, pari al 40,16% delle presenze.
Il quadro diventa ancora più sconvolgente se esaminiamo i flussi di entrata in carcere in un anno e non le presenze in un giorno. Nel 2010 nelle carceri italiane sono entrati dalla libertà 84.641 soggetti per droga, di questi 24.008 (pari al 28,5%) classificati come tossicodipendenti e 26.141(pari al 29%) per fatti inerenti l’art.73 della legge antidroga.
Ovviamente vi è un margine di sovrapposizione tra le due figure, ma è certo che più del cinquanta per cento degli ingressi e delle presenze in carcere sono dovuti a comportamenti legati alla questione droga che da problema  sociale viene di fatto declinata come vicenda criminale.
Dai dati del Ministero dell’Interno (vedi questa rubrica del 18/5 scorso), si ricava che la persecuzione si orienta per il quaranta per cento contro la canapa. Ma chi sono realmente le oltre 27.000 persone in galera a fine 2010? Sono trafficanti e spacciatori? O sono consumatori in possesso di un quantitativo di poco superiore alla soglia stabilita in via amministrativa per trasformare un cittadino in uno spacciatore presunto? Dalla ricerca in profondità eseguita in Toscana, risulta che almeno il 40 per cento degli incarcerati per l’art.73 sono consumatori o al più piccoli spacciatori. Se aggiungiamo le persone segnalate alle prefetture per semplice consumo (quarantamila giovani all’anno, per il 72% fermati con uno spinello!), dobbiamo avere il coraggio di denunciare la violenza su milioni di persone, vittime non della droga ma della war on drugs.
Pochi giorni fa si è svolto un Seminario dei giudici latini, organizzato da Magistratura democratica, che ha denunciato il carattere emergenziale delle leggi proibizioniste e la violazione dei diritti umani; con la conseguenza di un sistema giudiziario sommerso nella repressione della marginalità e debole verso i gravi reati della corruzione politica e dei colletti bianchi. Una giustizia di classe che in Italia è bene espressa dalla legge Cirielli che salva gli incensurati e calpesta i recidivi.
Il bilancio fallimentare della legge Giovanardi deve spingere a raccogliere le sollecitazioni autorevoli della Global Commission on Drug Policy per un cambio di paradigma. Una riforma subito, dunque.

martedì 7 giugno 2011

Notizia ufficiale: La guerra globale alla droga "e' fallita" e i Paesi del mondo dovrebbero valutare l'ipotesi di legalizzare la marijuana, per indebolire la criminalita' organizzata. Sono le raccomandazioni contenute nel rapporto della Commissione globale per le politiche sulla droga, di cui fanno parte Kofi Annan e numerosi ex capi di Stato, in cui si esorta a trattare la droga come una "questione sanitaria".


kofi-annan.jpg

Come sa chiunque abbia attraversato questo blog, l'antiproibizionismo é uno dei temi che più ci stanno a cuore per numerose ragioni. Prima fra tutte che la proibizione é la politica "dello struzzo", che mette la testa sotto la rassicurante sabbia costituita da divise, tribunali e prigioni, per evitare di affrontare pragmaticamente un problema che é la prima fonte di entrata delle organizzazioni criminali organizzate e non, che causa sofferenze indicibili a milioni e milioni di persone, vittime in forma diretta o indiretta di un mercato nero che fa valere cento volte più dell'oro dei prodotti naturali spesso raffinati chimicamente, che se non fossero proibiti non varrebbero quasi nulla. E non solo varrebbero ben poco ma il loro uso non sarebbe più di massa e non provocherebbe le problematiche di esclusione sociale, di un apparato giudiziario ingolfato dal proibizionismo,  il sovraffollamento delle prigioni, il suicidio di adolescenti arrestati e sbattuti in cella per una o dei sigarette di un'erba che cresce naturale, come Dio, il Caso, la Saggezza Universale.... hanno voluto che crescesse spontanea ovunque nel mondo, con immense proprietà curative. Così come non dovremmo più perdere amici e fratelli a causa delle schifezze che un disperato spacciatore ha immesso nella sostanza, che di per sé ben raramente ucciderebbe, o alla criminalizzazione di un calmante come l'oppiaceo che se non ci fosse dovrebbe essere inventato, visto che é una delle poche cose che davvero calmino il dolore fisico umano, e quando ci sono persone che hanno la vita rovinata da quel dolore dovrebbero poter assumere senza problemi qualsiasi sostanza loro sentano farli stare meglio. Comunque la notizia é che finalmente sembra che se ne stiano accorgendo anche nei luoghi che contano, che il proibizionismo é un fallimento e che nuove e più liberali poliiche devono essere seguite, legalizzando la cannabis e derivati e sperimentando progetti di "riduzione del danno" sulle cosiddette "droghe pesanti", a partire dall'eroina. Ecco un articolo meraviglioso tratto da fuoriluogo.it, ottimo sito dove trovare di tutto sul mondo delle "droghe" e delle carceri, che ci racconta cosa sta succedendo nei luoghi dove si decidono le politiche mondiali sulle sostanze psicotrope.   

dal sito:http://www.fuoriluogo.it

La 'war on drugs' e' fallita. Appello della Global Commission

Fonte: Notiziario Aduc 03/06/2011
La guerra globale alla droga "e' fallita" e i Paesi del mondo dovrebbero valutare l'ipotesi di legalizzare la marijuana, per indebolire la criminalita' organizzata. Sono le raccomandazioni contenute nel rapporto della Commissione globale per le politiche sulla droga, di cui fanno parte Kofi Annan e numerosi ex capi di Stato, in cui si esorta a trattare la droga come una "questione sanitaria".
Per il rapporto serve un nuovo approccio per ridurre il consumo che sostituisca la strategia di criminalizzazione delle droghe e l'arresto dei consumatori. In sostanza, "vanno cambiati radicalmente i sistemi usati finora dagli Stati e dagli organismi internazionali per contrastare la tossicodipendenza" e "i tossicodipendenti devono essere trattati come pazienti". Queste le conclusioni ufficializzate oggi in una conferenza stampa a New York.

"Le conclusioni e le proposte che vengono dalla 'Global Commission on drug policy' confermano, se ancora ce ne fosse bisogno, il fallimento delle politiche proibizioniste". E' quanto sottolinea il segretario dei Radicali, Mario Staderini,per il quale "il proibizionismo non funziona e non conviene, provocando immensi costi civili, economici, e sociali; e' una forma di repressione sociale di massa che garantisce fiumi di denaro a terrorismo e narcomafie".
Staderini, a tal proposito, ricorda che "solo in Italia sono oltre 20 i miliardi di euro assicurati alla criminalita' dalla droga proibita, mentre quattro milioni sono i consumatori trasformati in criminali, 250.000 gli spacciatori e 28.000 i detenuti per violazione della legge sugli stupefacenti. Da anni - lamenta il segretario radicale - questi dati non possono essere conosciuti e discussi dall'opinione pubblica".

"Sono totalmente disinformati, non e' vero che la lotta al consumo di droga e' fallita": cosi' il sottosegretario con delega alle tossicodipendenze Carlo Giovanardi commenta all'ANSA il rapporto della Commissione globale per la politica sulla droga.
"Il contrasto alla tossicodipendenza - spiega Giovanardi - ha tenuto il consumo, pur sempre preoccupante, a percentuali neanche lontanamente paragonabili, ad esempio, a quella di sostanze come il tabacco. Come spesso viene ricordato, all'inizio del '900 il consumo di droga era molto piu' alto di quanto sia adesso". Inoltre, continua, "questi signori sono rimasti indietro, gli sono sfuggiti i progressi delle neuroscienze che hanno mostrato i danni cerebrali provocati dalle sostanze stupefacenti, dall'eroina e dalla cocaina ma anche dai derivati della cannabis".
"L'idea che ci sia la possibilita' di drogarsi e di andare in giro 'fatti', provocando incidenti stradali, danni a terze persone, danni sanitari - continua - non sta ne' in cielo ne' in terra. Nelle conferenze internazionali non c'e' traccia di posizioni come questa. Nessun paese al mondo la assume, e i pochi paesi tolleranti come l'Olanda stanno facendo marcia indietro sull'uso della cannabis". "E poi che vuol dire legalizzare? Che si puo' dare la droga ai ragazzini, che la si puo' diffondere nelle scuole? Un recente studio statunitense fatto su un milione di giovani dimostra che quando c'e' allarme sui danni provocati dalla droga il consumo cala, mentre quando vengono trasmessi messaggi tolleranti i consumi aumentano" conclude il sottosegretario.

"E' sulla scia del documento della Fondazione Drug and Democracy degli ex presidenti sudamericani, uscito un anno fa, che proponeva un cambio di paradigma rispetto alla questione droga": cosi' Franco Corleone, segretario di Forum Droghe, commenta il rapporto.
Secondo Corleone - che insieme a Grazia Zuffa ha curato l'edizione italiana del volume della Fondazione inglese Transform "Dopo la guerra alla droga. Un piano per la regolamentazione legale delle droghe" - e' una linea "che si sta sviluppando e che in Italia come Forum Droghe sosteniamo da anni". "Solo i ciechi - spiega - possono continuare a perseguire una linea come quella della guerra infinita. Occorre immaginare nuove politiche. Nel libro c'e' un piano di legalizzazione di tutte le droghe, ovviamente una regolamentazione non anarchica e diversa a seconda delle sostanze".
"Nel mondo - continua Corleone - anche persone che in passato hanno avuto responsabilita' di governo, e non quindi militanti dei centri sociali, si pongono il problema che questa politica e' solo a vantaggio delle organizzazioni criminali, produce danni alla salute dei giovani (perche' si continuano a diffondere sostanze non controllate e pericolose) e una implementazione del sistema penale che provoca emarginazione e riempie le carceri di consumatori e tossicodipendenti. Questo vale in primo luogo per Italia, che e' alla retroguardia di tutto" conclude.

“Verrà un giorno in cui Giovanardi, Gasparri e Meluzzi dovranno andare in comunità per disintossicarsi dal proibizionismo.” E’ con questa irriverente profezia che il presidente di Radicali Italiani, Silvio Viale, saluta le conclusioni della Commissione globale per la politica sulla droga, il cui rapporto verrà presentato oggi a New York e che raccoglie le posizioni che Marco Pannella e i radicali sostengono da decenni.
Silvio Viale, che è stato eletto al Consigliere Comunale di Torino nel gruppo del PD, ha dichiarato:
“Si tratta di prendere atto dei danni causati delle politiche proibizioniste che continuano ad alimentare una spirale impotente tra i business della droga e dell’antidroga. Non si tratta di negare trattamenti adeguati ma di evitare un danno maggiore per i consumatori e per la società. Di certo dopo il rapporto della Commissione globale per la politica sulla droga nulla potrà rimanere come prima. Del resto il famigerato “kit antidroga gratuito” di Milano non ha portato gran fortuna alla Moratti. In attesa di auspicabili sviluppi legislativi, mi aspetto che si riduca l’ostilità verso le proposte di politiche di riduzione del danno, come ad esempio le narcosale, evitando di limitarsi ad un ciclico abbaiare contro il Tossic Park di turno. In assenza di iniziative legislative adeguate occorre creare subito Agenzie Comunali e Regionali per la riduzione del danno.

A PRESTO CON UN ALTRO POST SULLO STESSO ARGOMENTO, CON ALCUNE MIE CONSIDERAZIONI!

martedì 19 aprile 2011

Uruguay: una situazione simile all'Italia ma che si sta evolvendo in senso anti-proibizionista


Droghe e politica, l’erba dell’Uruguay è più verde

corleone.pngFranco Corleone scrive sulla proposta di legalizzazione della coltivazione della canapa nel paese sudamericano per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 13 aprile 2011. Vai allo speciale sulla politica delle droghe in Sud America su fuoriluogo.it.
Fonte: Il Manifesto, di Franco Corleone 13/04/2011
Dall’Uruguay giunge la notizia della presentazione in Parlamento di una proposta di legge per la legalizzazione della coltivazione per uso personale della canapa.
L’Uruguay è un paese che ha abbandonato la war on drugs e recentemente ha avuto una svolta politica progressista. La legge non criminalizza l’uso personale di droghe e il governo dà la priorità al perseguimento dei grandi spacciatori invece di concentrare risorse ed energie contro i pesci piccoli. Nell’ultimo decennio, si è mostrata una certa larghezza di vedute soprattutto verso la marijuana: la norma non punisce il possesso di un cosiddetto “ragionevole quantitativo” per consumo personale, la cui legittimità è affidata alla discrezionalità del giudice. Dal 2007, diversi gruppi di attivisti pro-canapa hanno aperto un confronto con le autorità per chiedere la legalizzazione della auto coltivazione.
La vicenda è però esplosa nello scorso gennaio quando una giudice, Adriana Aziz, ha imprigionato Alicia Castilla, nota militante, autrice di due volumi sulla cultura della canapa e che pubblica ogni anno un Almanacco sulla coltivazione biodinamica della marijuana.
E’ così scoppiata la contraddizione di una legge che contemporaneamente vieta la coltivazione e ammette il possesso di una “ragionevole” quantità di sostanza per il consumo privato.
Il 24 febbraio si è svolta una manifestazione davanti alla Suprema Corte per la liberazione di Castilla e di altri 350 persone condannate per il possesso di piccole quantità di marijuana. Il portavoce della Suprema Corte Raul Oxandabarat in una conferenza stampa ha ammesso l’esistenza di un vuoto legislativo e lo Zar antidroga Milton Romani ha riconosciuto che “non è prudente incarcerare una donna che chiaramente non costituisce alcun pericolo per la salute pubblica”. Immediatamente la politica ha battuto un colpo: il deputato Sebastian Sabini del Movimento di partecipazione popolare (MPP), ha presentato una proposta di legge per la legalizzazione  della canapa,  stabilendo la liceità del possesso fino a 25 grammi e della coltivazione domestica fino ad otto piante femmine. Sabini è un esponente del maggior partito della coalizione di governo e ha trovato l’accordo con Nicolas Nunez, leader del Partito Socialista. Anche parlamentari dell’opposizione hanno predisposto un testo di riforma ma lasciando al giudice la valutazione sulla destinazione della sostanza detenuta, se per uso o per spaccio.
Sono interessanti le analogie con la situazione giuridica italiana, in ambedue i paesi le norme ricalcano i trattati Onu: l’articolo principale (il 73 della legge italiana, il 3 di quella uruguayana) criminalizza indiscriminatamente tutte le condotte, dal traffico, alla coltivazione, al possesso. Le norme che in Uruguay depenalizzano il possesso di “ragionevoli quantità” (in Italia infliggono solo punizioni meno drastiche) si presentano come una sorta di “eccezione” alla norma generale e rimane la questione se la coltivazione ad uso personale debba essere equiparata alla detenzione. In Italia, una recente sentenza del tribunale di Milano stabilisce l’equiparazione, nonostante altre sentenze della Cassazione di segno ( ne ho scritto sul manifesto, 11/2/ 2010).
Quanto alla politica, il capo del Dipartimento antidroga italiano, Giovanni Serpelloni si diletta a commissionare studi sui pretesi danni dell’uso di cannabis, mentre nel mondo si ragiona su come eliminare i danni certi prodotti dall’incarcerazione per una sostanza a minor rischio come la marijuana. Carlo Giovanardi (cui si deve l’approvazione della legge che ha equiparato tutte le droghe e che ha contribuito a riempire le galere di tossicodipendenti e di presunti spacciatori) sostiene che in Italia il consumo non è penalizzato, ma sanzionato solo in via amministrativa. Non è così, perché la detenzione di una quantità superiore a quello stabilita dal governo (tramite semplice decreto del ministro della sanità) apre le porte delle prigioni (da sei a venti anni di carcere, da uno a sei solo in caso il giudice riconosca la “lieve entità” del reato).
Qualche anno fa, Ethan Nadelmann, direttore della Drug Policy Alliance, intitolava un saggio sulla politica globale delle droghe “L’Europa ha qualcosa da insegnare all’America”. Dopo l’autorevole appello dei tre ex presidenti sudamericani Cardoso, Gaviria, Zedillo a superare la “guerra alla droga”, dopo la richiesta di Evo Morales di emendare i trattati Onu per legalizzare la foglia di coca, possiamo dire: l’Europa ha qualcosa da imparare dall’America Latina.

lunedì 13 dicembre 2010

Sull'idiozia fondamentalista e mafiosa del proibizionismo


Contro la follia del fondamentalismo

Introduzione al Quaderno Viaggio nella Canapa.
A cura di Grazia Zuffa e Franco Corleone
Da quando il movimento per la marijuana medica ha assunto dimensioni internazionali, travalicando i confini degli Stati Uniti, Lester Grinspoon, il maggior esperto mondiale sulla canapa, non ha bisogno di presentazioni. Tuttavia, è affascinante ripercorrere la sua storia. Medico, psichiatra, è stato docente alla prestigiosa Medical School dell’Università di Harvard. Come spiega nel saggio iniziale di questo volume (Odissea della canapa), cominciò a studiare la canapa fin dagli anni Sessanta, quando si ripromise di scrivere un articolo scientificamente fondato a sostegno della tesi della pericolosità della canapa: erano gli anni della diffusione della marijuana nei campus studenteschi e Grinspoon pensava che un intervento su basi scientifiche avrebbe avuto un effetto dissuasivo più efficace dei richiami moralistici o della propaganda politica. Andò diversamente: più allargava e approfondiva la ricerca, più lo studioso americano si avvicinava alle conclusioni opposte: «Cominciai a pensare che le mie conoscenze erano largamente basate su miti, vecchi e nuovi - scrive Grinspoon nel saggio già citato - e che la mia formazione medica e scientifica ben poco mi aveva tutelato dalle informazioni distorte».
Il suo primo scritto, uscito nel 1968, e poi il libro Marijuana Reconsidered riflettevano le sue scoperte: a confronto con altre sostanze psicoattive e anche con altri farmaci moderni considerati sicuri, quali l’aspirina, la canapa è una sostanza assai più sicura. Queste conclusioni fecero scalpore, naturalmente nell’America culla del proibizionismo: ma come, un docente di Harvard, un’autorità indiscussa in campo scientifico osava sostenere che la canapa era meno pericolosa dell’alcol e del tabacco?
Se pensiamo che la stessa tesi, sostenuta trent’anni dopo dall’accademico di Francia Bernard Roques, ha di nuovo suscitato scandalo, meglio si capisce il coraggio politico e la statura umana, oltre che scientifica, di Lester Grinspoon.
Non a caso, nella sua storia, l’impegno di ricerca si intreccia con la pratica clinica e la militanza politica. Grinspoon è sempre stato in prima linea nell’assistere i tanti pazienti che a lui si rivolgono per avere le informazioni sulla canapa, spesso rifiutate dai medici curanti. Il sapere proveniente dalle testimonianze dei malati è la base dell’altra famosa opera, Marijuana, the forbidden medicine. Grinspoon ha sempre difeso il valore delle evidenze aneddotiche a sostegno delle proprietà terapeutiche della canapa, anche in assenza di sperimentazioni cliniche controllate: è questa una delle sue argomentazioni preferite, ampiamente documentata in questo volume (cfr. Una ricchezza da sfruttare).
Si farebbe torto a Lester Grinspoon a confinarlo al tema della canapa medica. La sua ricerca procede a tutto campo, così come a tutto campo è iniziata. Particolarmente interessante, a questo proposito, è la sua tesi circa la versatilità, com’egli la chiama, della marijuana, che non può essere circoscritta ai soli usi ludico e medico. C’è un terzo campo, di “potenziamento” delle facoltà umane (sensorie, di pensiero, dell’umore), che sta a cavallo fra i due, altrettanto fertile. Anche per questo, Grinspoon è scettico circa la possibilità, o l’opportunità, di scindere la battaglia per la legalizzazione degli usi terapeutici da quella per la decriminalizzazione della canapa. Così come non si è mai stancato di denunciare che i tentativi di creare farmaci derivati dalla canapa in alternativa alla marijuana, sono in realtà un «artefatto della proibizione». Da qui la polemica degli ultimi anni contro la «farmaceutizzazione» della canapa, com’egli la definisce; in particolare, contro la pretesa superiorità del Sativex (un farmaco creato dalla casa britannica G.W. Pharmaceuticals) sulla canapa inalata o fumata (cfr. Il fumo è la migliore medicina).
La «medicalizzazione» o «farmaceutizzazione» della marijuana è un nodo politico cruciale, che vede opinioni differenti all’interno dello stesso movimento antiproibizionista; Fuoriluogo vi ha dedicato un dibattito con molti interventi, a partire dal 2001. Ma già due anni prima, Giancarlo Arnao aveva aperto il confronto con un articolo dal suggestivo titolo Liberare le droghe. Anche dal potere medico: commentando uno scritto di Thomas Szasz, egli individua i pericoli della «medicalizzazione» delle droghe, che rischia di sostituire una forma di controllo (quella poliziesca), con un’altra, più sottile ma anch’essa insidiosa (quella dei camici bianchi). Arnao rivendicava l’uso della cannabis non come espressione di un disagio, ma come un’esigenza connaturata all’essere umano. Questo problema abbraccia l’intera problematica droga, interessata a fondo dal ben conosciuto fenomeno di “patologizzazione della devianza”, e si riflette anche sul tema specifico degli usi medici della canapa: ha senso legittimare l’uso medico, mantenendo l’intolleranza, morale e penale, nei confronti degli usi non medici della canapa? E ancora: è possibile separare nettamente la funzione psicoattiva da quella terapeutica, privando il farmaco-canapa delle proprietà euforiche della marijuana?
Come si è detto, Grinspoon non ha incertezze nel tenere insieme le due funzioni; così come nel legare i diversi aspetti della medesima battaglia (cfr. Anche lo high è terapeutico). Nell’intervista A carte truccate, di nuovo auspica la crescita di un movimento di pressione delle persone che usano la marijuana come terapia per rovesciare del tutto il proibizionismo. «La marijuana medica - sostiene - insegnerà alle persone che questa sostanza non è l’erba diabolica che il governo ci ha descritto per anni».
Uno dei leit motiv dell’autore è la denuncia della persecuzione dei consumatori americani, una vera e propria caccia alle streghe responsabile fino ad oggi dell’arresto di 12 milioni di cittadini. La polemica attuale di Lester Grinspoon contro il fondamentalismo dei teocon di Bush è coerente con l’impegno di una vita per smascherare le menzogne che hanno imposto una «follia di massa» sulla canapa; e per denunciare l’asservimento al potere della scienza, o almeno di molti, troppi, sedicenti scienziati.

La collaborazione di Lester Grinspoon con Fuoriluogo e con Forum Droghe ha avuto inizio grazie ai rapporti con il mondo americano di Giancarlo Arnao, nel 1998, con la pubblicazione del primo dei suoi fondamentali contributi sulla canapa, sulle sue applicazioni terapeutiche, sulle conseguenze della proibizione. Si tratta del drammatico processo contro un cittadino americano, arrestato in Malesia per possesso di marijuana, da lui utilizzata per curare il dolore cronico: Grinspoon racconta la sua testimonianza in tribunale in qualità di esperto internazionale di canapa medica, nel tentativo di salvare l’infelice che rischiava fino alla pena di morte. L’attività di consulente nei tribunali statunitensi fa parte della sua militanza politica: nonostante i pronunciamenti popolari che hanno imposto a molti stati americani di decriminalizzare la marijuana ad uso medico, il governo, appellandosi alla legge federale, ignora le leggi statali e continua a perseguitare i malati e i medici: così come attesta la testimonianza giurata nel caso Ashcroft versus Raich, anch’essa riportata in questo volume.
Nel 1999, esattamente il 29 ottobre, Forum droghe organizzò a Bologna un incontro pubblico con Lester Grinspoon: fu un primo importante incontro fra lo studioso americano e l’intero movimento antiproibizionista italiano. Introduceva il seminario lo stesso Giancarlo Arnao, responsabile scientifico dell’associazione, un anno prima della sua scomparsa: a Giancarlo dobbiamo la spinta politica per dare avvio anche in Italia alla battaglia per la canapa medica.
Da allora, il tema della medicina proibita è diventato centrale nella riflessione del giornale e strategico nell’azione politica di Forum Droghe: alla fine degli anni Novanta, fu pubblicato un quaderno di Fuoriluogo con la traduzione italiana del rapporto britannico della Camera dei Lord, che avallava autorevolmente le sperimentazioni con la canapa medica; nel 2000, durante la Terza conferenza nazionale sulle tossicodipendenze, fu presentato un altro quaderno speciale, il Libro Bianco sugli usi terapeutici della cannabis, preludio alla costituzione di un’associazione specifica. Negli anni successivi, altri gruppi e movimenti di pazienti sono scesi in campo, rivendicando il diritto alla cura.
Sulle droghe, e sulla canapa in particolare, i cinque anni del governo Berlusconi, con l’approvazione in extremis del decreto Fini-Giovanardi, hanno riportato l’Italia indietro di decenni. La svolta impressa alla legislazione italiana pone il nostro paese alla retroguardia dei paesi europei. Il cardine attorno a cui ruota la nuova legge consiste nella codificazione dell’uguaglianza delle diverse sostanze psicoattive, all’insegna del principio ideologico «la droga è droga». È un approccio fondamentalista che non tollera distinzioni, interpretate come “eresie” al credo proibizionista. Anzi, la condanna più dura, prima morale e poi penale, è proprio rivolta alle droghe leggere, alla canapa, la pianta “corruttrice” delle menti e dello spirito. Nella relazione al decreto Fini-Giovanardi è indicato a chiare lettere l’obiettivo di impedire qualsiasi utilizzo della canapa, perfino dei farmaci derivati, a fine terapeutico: l’esclusione del principio attivo dalla tabella II (dove sono elencate le sostanze di valore medico) ha voluto - si dice - «eliminare il riferimento, foriero di equivoci, ad ipotetici prodotti farmaceutici a base di cannabis, non presenti nella Farmacopea ufficiale italiana» (sic!). Questa nuova norma di preclusione è stata varata nonostante le molte iniziative istituzionali trasversali prese fra il 2000 e il 2006: ricordiamo le mozioni di ben sei Consigli regionali (Basilicata, Friuli - Venezia Giulia, Lombardia, Sardegna, Toscana, Umbria) e di diversi Consigli provinciali e comunali, per sollecitare il Parlamento a discutere le proposte di legge nazionali per inserire nella Farmacopea i derivati della canapa (dronabinol e nabilone); per facilitare l’importazione di farmaci derivati disponibili in molti paesi europei; per promuovere sperimentazioni.

Con la vittoria dell’Unione, si è aperta in Italia una fase nuova. Il 18 luglio 2006, la Ministra della Salute, Livia Turco, ha emanato un’ordinanza per autorizzare «l’importazione di medicinali a base di delta-9-tetraidrocannabinolo o trans-delta-9-tetraidrocannabinolo per la sommnistrazione, a scopo terapeutico, in mancanza di alternative terapeutiche, a pazienti che necessitano di tali medicinali»: è un primo passo per rimediare ai danni della Fini-Giovanardi, sulla scia di nuove iniziative regionali e locali.
In Toscana, sta per iniziare la discussione di un progetto di legge che, tra l’altro, propone la sperimentazione della canapa terapeutica; in Liguria, il 18 agosto 2006, il Consiglio regionale ha dato il via libera alla sperimentazione del farmaco Bedrocan, contenente derivati naturali della cannabis. Il farmaco è commercializzato nelle farmacie olandesi già dal 2003. Il documento impegna la Giunta alla promozione di «una forte azione istituzionale» verso il Ministero della Salute con lo scopo di facilitare l’uso, nelle terapie del dolore, di farmaci contenenti derivati sintetici della cannabis, agevolando «le procedure previste per l’impiego»; all’approvazione di norme che consentano «la sperimentazione ad uso terapeutico dei derivati naturale» della canapa; ed infine all’invio di circolari e direttive ai medici di base, alle Asl e a tutte le strutture competenti «per agevolare l’impiego dei farmaci analgesici oppiacei nella terapia del dolore».
Anche il Consiglio regionale del Lazio, nel luglio 2006, ha approvato un ordine del giorno che impegna alla sperimentazione della canapa terapeutica. È stata anche depositata una proposta di legge, prima firmataria Anna Pizzo, che fissa le linee della sperimentazione.
Infine, ma non meno importanti, le iniziative parlamentari: già all’inizio della legislatura, presso la Camera dei deputati, è stata depositata una proposta di legge con oltre trenta firme (Atto Camera n. 34, primi firmatari Marco Boato, Carlo Leoni, Ruggero Ruggeri, Graziella Mascia, Enrico Buemi) che prevede la depenalizzazione completa del consumo di tutte le sostanze, compresa la coltivazione domestica della canapa e la cessione gratuita, una efficace politica di riduzione del danno e alternative al carcere per i tossicodipendenti. È inoltre imminente una iniziativa legislativa del Ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, sulle identiche linee di intenti, con una indicazione esplicita di regolazione dell’uso terapeutico della canapa. Le scelte dell’Italia potrebbero favorire il ruolo dell’Europa per una strategia globale più tollerante e intelligente, lasciando alle spalle la fallimentare “guerra alla droga”, così come auspicato dalla Raccomandazione del Parlamento europeo approvata alla fine del 2004.
La riforma della normativa italiana sulle droghe potrà finalmente dare una risposta al movimento, assicurando il diritto alla cura ai malati costretti alla clandestinità, offrendo nuove opportunità ai tanti pazienti che ancora oggi ignorano le potenzialità della canapa. Una sostanza che, come non si stanca di ripetere Lester Grinspoon, sarà prima o poi salutata come un farmaco eccezionale, al pari della penicillina. Non resta che augurarci che avvenga al più presto.

Franco Corleone / Grazia Zuffa