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domenica 31 luglio 2011

Il libro "Islam e democrazia -I Fratelli Musulmani in Egitto"...dopo le prime presentazioni









































Dopo le prime presentazioni del mio libro, “Islam e democrazia- I Fratelli Musulmani in Egitto”, libro che ho stampato da pochissimo, a fine Maggio con “ediz.Ananke” di Torino, posso dire che il libro sta andando alla grande. Ho venduto più di una copia al giorno attualmente, e questo solo io personalmente durante le presentazioni, non so come stia andando in libreria, ma mi auguro bene, molti mi hanno detto di averlo richiesto. Il libro racconta, con linguaggio scorrevole e con chiarezza nei concetti, storia, ideologia, programma politico del movimento dei Fratelli Musulmani, che dall’Egitto poi si diffonderanno in tutto il mondo e che in Egitto sono attualmente l’unico movimento e partito politico (partito politico a cui è stato dato il nome di “Hurriya wa ‘Adala”, cioè “Libertà e Giustizia”) ad avere una lunga storia alle spalle, un’organizzazione eccellente, dovuta anche all’incessante e reticolare lavoro sociale verso i più poveri, gli svantaggiati, le vedove, gli orfani…., un consenso sicuramente rilevantissimo, e benchè non siano tra i primi artefici della rivoluzione - da buoni conservatori non amano la lotta sociale - hanno poi saputo comprendere l’importanza del movimento di piazza Tahrir, un po’ anche trascinati dai loro giovani (che vanno spesso più d’accordo con i loro coetanei di opposto schieramento che con la loro vecchia e conservatrice dirigenza) , entrarvi poi da protagonisti, e goderne i frutti. Ora i “Fratelli Musulmani” assieme agli altri movimenti islamisti come i fanatici salafiti raccolti nell’”Hizb an-Nur”, il “Partito della Luce” stanno supportando l’esercito, che in questa fase di “transizione” gestisce il potere e che ha dimostrato abbondantemente la sua natura autoritaria, con arresti immediati dei critici e condanne di oppositori via Tribunale Militare.
D’altra parte però abbiamo dato ampio spazio ai movimenti dei giovani blogger  laici del “6 Aprile”, veri artefici della rivoluzione, e alla generazione che usa Facebook, Twitter, You Tube, il web in generale e la tecnologia per avvantaggiarsi nella lotta politica e sociale, avanguardie altamente ideologizzate e tecnologicamente attrezzate e preparate. I blogger del 6 Aprile furono i primi a creare nel 2008, il 6 Aprile (da cui viene il nome del movimento), un’alleanza con gli operai del distretto industriale di Mahalla, vicina al Cairo, in lotta e quel giorno in sciopero. Da questa alleanza studenti-operai,  che ha poi calamitato attorno a sé poi il movimento “Kifaya” (Ora Basta/Ya Basta) e con tutta la galassia delle opposizioni laiche, dai nasseriani, ai comunisti, fino ai liberali…nacque il nucleo che porterà alla cacciata di Mubarak. Il gruppo “Kifaya”, primo nucleo formatosi nel 2005 di pubblici oppositori e composto in primo luogo da coraggiosi artisti e uomini famosi, fondato da famosi intellettuali come l’ex-esponente dell’ala più riformista dei Fratelli Musulmani, Dr. Abu el  Futtuh (ora uscito dalla Fratellanza per seri dissidi ideologici), lo scrittore laico Al Aswani, il cristiano George Ishaak  che potevano “permettersi “ di dissentire pubblicamente perché troppo in vista per essere torturati o segregati da qualche parte, (anche se arrestati lo furono numerose volte), è stato importantissimo per la rivoluzione ed ha permesso di evitare le facili criminalizzazioni del movimento da parte dei mass-media di regime. Spesso sono stati gli ambasciatori del dissenso in Egitto ed hanno potuto rendere note molte situazioni che invece il regime cercava di nascondere o di mistificare.
Fu da queste due componenti unite temporaneamente che nacque la rivoluzione egiziana,  il suo successo si deve in grandissima parte all’alleanza di tutte le realtà e singolarità contrarie a Mubarak in campo laico, con le forze islamiste, i Fratelli Musulmani  in primo luogo, ma anche poi con i salafiti, inizialmente contrari alla rivolta (perché portatrice di “fitna”, di caos per la comunità dei fedeli), ma presto convertiti alla causa rivoluzionaria.
Ora in Egitto, la nuova e sconosciuta (benché relativa) libertà di stampa e di espressione, sta permettendo la nascita di tantissimi nuovi partiti, scuramente molti destinati al naufragio, altri che avranno invece più successo. Nel libro troverete un breve sguardo su molti di essi.
Oggi, l’alleanza tra queste due componenti così diverse fra loro, ma che sembrava poter resistere e mettere i cittadini egiziani in una posizione di forza rispetto ai militari al comando, sembra definitivamente perduta. La differenza politica tra chi vota laico e chi vota islamista è già ampia e i rapporti tra le rispettive dirigenze si sono decisamente allentati e peggiorati.
Ora non ci resta che seguire il più da vicino possibile le evoluzioni politiche in un clima più che fluido e dove ogni giorno ci sono cambiamenti e prese di posizione diverse. Il 30 Settembre, anche se la data è ancora non certa del tutto, dovrebbero svolgersi le prime elezioni teoricamente libere, ma c’è ancora molto da vedere: i gruppi laici chiedono la redazione della nuova Costituzione prima delle elezioni ma i gruppi islamisti rifiutano, non rientra nel loro concetto di democrazia a quanto pare, visto che invece loro spingono per l’applicazione totale del risultato referendario, che prevedeva appunto prima le elezioni parlamentari e soltanto dopo, la Costituzione.  Questo perché tutti temono un “exploit” elettorale dei Fratelli Musulmani che viene unanimemente riconoscono come l’unico movimento ad oggi davvero radicato e organizzato e favorito alle elezioni, e di conseguenza una Costituzione troppo legata alla “Shari’ah”, alla legge islamica.
Questo è solo un piccolo assaggio, invito chi volesse comperare questo libro, a ordinarlo presso la più vicina libreria, la Feltrinelli sicuramente. Se  qualcuno riscontrasse delle difficoltà a reperire il libro è pregato di segnalarmelo scrivendo a paologonzaga70@gmail.com ed eventualmente non avrò difficoltà ad inviarglielo io personalmente.
Dott. Paolo Gonzaga
Esperto in lingue, letteratura e Civiltà Araba, specializzato sull’islam politico, traduttore,  giornalista e studioso.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 

Il fossato sempre più ampio tra forze laiche e forze islamiste (Fratelli Musulmani, salafiti......)

SEMPRE PIU' FORTE LO SCONTRO TRA I LAICI (DAI COMUNISTI AI LIBERALI...) E GLI ISLAMISTI (FRATELLI MUSULMANI E SALAFITI...) 




I lettori di questo blog mi perdonino, se anche questa volta, per aggiornarvi su ciò che accade in Egitto non uso parole mie, ma riprendo in toto un post della cara amica Lia, che sto per andare ad incontrare al Cairo. Lo faccio perché appunto, lei ora é al Cairo e notizie più fresche non potremmo averne, altro che "Corriere della Sera" e giornalacci vari, quello di Lia é un articolo dalla così alta qualità che in Italia non verrebbe mai pubblicato da un grande giornale: l'analisi é troppo profonda e sconveniente per l'Occidente alleato dell'Arabia Saudita, che sta mettendo in campo le sue forze per prevenire una situazione simile a quella egiziana, intervenendo direttamente in Egitto. Ed ecco che abbiamo improvvisamente masse di salafiti-wahhabiti, che spaventano la borghesia egiziana e boicottano le iniziative dei giovani laici.

Ma ecco cosa ci scrive la nostra Lia: nel suo bellissimo blog, "Haramlik":http://www.ilcircolo.net/lia/


Salafiti, militari, laici e qualche malinteso

Leggendo in giro, mi pare che in Italia non si stia dando la sufficiente rilevanza a quelli che sono gli effettivi schieramenti politici, in questo momento, in Egitto: che da una parte ci sono i gruppi laici, cioè, che formano un ventaglio ampio che va dalla sinistra delle organizzazioni dei lavoratori fino ai liberali, e dalla parte opposta ci sono gli islamisti E i militari.
Ripeto, ché forse non è chiaro: gli islamisti stanno dalla parte dei militari e contro i laici rappresentati dal sit-in in Tahrir.
Tutti i gruppi religiosi – dai Fratelli Musulmani ai Salafiti alla Gamaa Islamiya – chiedono all’esercito, da un mese, che Tahrir venga sgombrata, ed usano nei confronti degli occupanti gli stessi insulti, le stesse categorie di accuse dei militari stessi: “portatori di caos”, di “disordine”, gente “pagata dall’estero” e via dicendo.
In piazza Tahrir, venerdì, gli slogan religiosi erano intervallati da slogan a sostegno delle Forze Armate e, tra i laici, lo sconcerto si traduceva essenzialmente nella domanda che più circolava: “Ma non si sono ancora stancati di farsi usare dall’esercito, questi? Non gli è bastato Sadat, non gli è bastato Mubarak, non imparano mai niente?”
Se ne discute da mesi, in Egitto. A Maggio, l’Al Masri al Youm scriveva:
During the 25 January revolution, Salafi scholars denounced protests as un-Islamic and warned Muslim youths against engaging in the uprising, but the hard-line Muslims became visible once Mubarak and his security apparatus fell. They were emboldened to stage more protests along sectarian lines. Some went further, announcing the formation of political parties to compete in the parliamentary elections slated for September.
Some observers allege that the sudden emergence of Salafis is orchestrated by Saudi Arabia, which seeks to abort the Egyptian revolution for fear that the same revolutionary model would be reproduced on its soil.
Younis expects that after the Imbaba incident, the army will deal a blow to such radical groups. However, he voiced fears that giving the military a free hand in uprooting Salafis might threaten the prospects for a transition to civil democratic rule.
“If the army hits them and gets applauded by the middle class and the intelligentsia, the military will acquire a bigger role in Egypt’s politics,” said Younis. “This will mean that the military is the one that deserves to rule.”
Since Mubarak stepped down, the military has affirmed its commitment to instating a civil democracy. Yet, skeptics remain concerned that the SCAF might groom a presidential candidate from the barracks before the presidential poll set for December.
By a similar logic, Mubarak’s regime spent many years establishing and solidifying its legitimacy. In the 1990s, secularists, liberals and Copts rallied behind him to fight armed Islamist groups. Such support allowed him to build a draconian police state that violated human rights on the pretext of defeating Islamist opponents. After succeeding in stemming terror, Mubarak groomed his regime as the sole guardian against the resurgence of violent groups. At the same time, he implemented the same notorious strategies against peaceful opposition.
E’ uno schema più che collaudato, e stupisce davvero rendersi conto che gli anni di carcere che tanti di loro portano ancora sulla pelle non gli hanno insegnato nulla. Del resto, quello che penso io dell’islam politico è noto a chi mi legge: un po’ di leader venduti al potere di turno che muovono masse di gregari tra le cui virtù – che pure esistono, a livello umano – non brilla sicuramente l’acume. In Egitto come in Occidente, direi.
Per settimane, tutte le forze islamiste, senza eccezioni, hanno continuato a denunciare il sit-in di Tahrir, diffondendo ogni tipo di squallida, losca bugia sensazionalista contro i manifestanti, in larga maggioranza laici, accompagnati dall’agitazione diffusa dai militari stessi, che già avevano aizzato gli abitanti del quartiere di Abbassiya contro il corteo del 23 luglio.
Le forze islamiste i cui leader, senza eccezioni, sono in un modo o nell’altro alleati con le Forze Armate e in attesa della parte di bottino che gli arriverà dalle elezioni in arrivo e dalle riforme costituzionali, hanno deciso di alzare il tiro contro i rivoluzionari di Tahrir annunciando, circa due settimane fa, che avrebbero convocato una protesta di massa nella piazza per affermare “l’identità islamica dell’Egitto, denunciare il progetto di riforma della Costituzione e chiedere l’applicazione della Shari’a.” L’annuncio andava di pari passo con la campagna per “ripulire Tahrir dai laici”.
Quello che è successo dopo, l’ho scritto ieri: gli incontri tra i laici e i religiosi (Gamaa Islamiya, Partito del Nour dei Salafiti e Fratelli Musulmani) e l’approvazione di un documento comune in cui, in nome dell’unità nella giornata di protesta,  i laici si impegnavano a non lanciare slogan contro le Forze Armate e a non richiedere l’approvazione della Costituzione prima delle elezioni, e gli islamisti, in cambio, si impegnavano a non lanciare slogan religiosi e a non richiedere lo Stato islamico. La protesta doveva focalizzarsi esclusivamente sui punti di accordo.
I religiosi, con l’accordo sottoscritto, ci si sono bellamente soffiati il naso (con la lodevole eccezione di alcuni giovani dei FM che hanno cercato di fermare lo scempio senza successo) e, per protesta, i partiti laici hanno convocato una conferenza stampa per annunciare che abbandonavano la manifestazione.
Zeinobia fa notare che è previsto un incontro a Washington tra i rappresentanti dell’Esercito e la Clinton per discutere della transizione egiziana, e che quello che è successo potrebbe essere il consueto messaggio delle Forze Armate all’Occidente, in particolare all’America: lo spauracchio islamico per affossare le riforme democratiche.
Intanto, i Salafiti hanno ripreso i loro pullman e sono tornati nelle loro campagne.
(La foto, presa dal solito Arabawi, mostra un Tantawi ritratto come salafita in via Talaat Harb.)

mercoledì 13 luglio 2011

Ultime notizie dall'EGITTO: 25 GENNAIO contro SCAF (Piazza Tahrir contro l'esercito)



La sempre ottima e proverbiale Paola Caridi, mi risparmia la fatica di spremermi, controllare mille fonti e mettere insieme, per poter fare chiarezza in poche righe, di una storia che sono sicuro quasi nessuno in Italia capisce o conosce più. Cosa sta succedendo alla Rivoluzione egiziana, perché ancora scontri in Piazza Tahrir e ancora un'occupazione massiccia e ad oltranza in Piazza Tahrir? Ce lo spiega in parole semplici e perfettamente riassuntive Paola, sul suo sito (da non perdere per chi segue il mondo arabo-islamico e il Medio-Oriente:  
Da http://invisiblearabs.com/
"Criptico il titolo, lo so. Significa che i giovani della rivoluzione egiziana hanno dato inizio al secondo tempo della rivolta contro il regime dei Mubarak. Lo scontro, stavolta, è contro il Consiglio Militare Supremo, il direttorio militare che aveva preso il potere l’11 febbraio scorso, convincendo Hosni Mubarak a cedere, a lasciare la presidenza e a volare a Sharm el Sheykh. Per mesi, abbiamo tutti assistito a questo braccio di ferro tra Piazza Tahrir (sinonimo di rivoluzione) e SCAF, la sigla con la quale si definisce il Consiglio Militare Supremo.  Un braccio di ferro in cui,  soprattutto all’inizio, è stato lo SCAF  a cedere alle richieste di Piazza Tahrir, quando Piazza Tahrir ha fatto le sue richieste.
Non è stato, però, tutto così lineare e piano, ovviamente. Il peso di quella che al Cairo si chiama controrivoluzione è cresciuto col tempo, suscitando i timori dei ragazzi di Tahrir e di tutti quei settori della popolazione egiziana che alla rivoluzione  hanno partecipato. Col trascorrere dei mesi, lo SCAF ha indurito le posizioni, dall’uso smodato dei tribunali militari alla mancata risposta sull’epurazione e sulla necessità di giudicare – in fretta – i responsabili delle vittime della rivoluzione del 25 gennaio. Se i due figli di Hosni Mubarak sono in carcere, se alcuni dei ministri del regime sono già stati condannati (anche in absentia), è altrettanto vero che il vecchio Faraone non è stato toccato, e rimane a Sharm el Sheykh, nel confortevole ospedale internazionale. Così come è rimasta dov’era la burocrazia della sicurezza, responsabile di quello che la popolazione egiziana ha subito negli scorsi decenni.
Negli scorsi giorni, c’è stato un cambiamento, da parte della Piazza. Non più sconti al Consiglio Militare Supremo, ma un confronto vero. E la richiesta di dimissioni del premier, Essam Sharaf, che pure era stato imposto dai ragazzi di Tahrir. I ‘rivoluzionari’  non sono stati per niente convinti dal discorso televisivo di Sharaf, e hanno anzi chiesto che venga sostituito con Mohamed  el Baradei. Una vera e propria sfida, alla quale lo SCAF ha prima reagito con violenza verbale, per poi ammorbidire di molto i toni, dopo che la coalizione della gioventù (espressione di Piazza Tahrir) non aveva indietreggiato dalle sue posizioni.
E’ il momento cruciale, per la rivoluzione egiziana. Ora sì. Non mi piacciono i paragoni, compreso quello col 1952, in cui il rovesciamento della monarchia è avvenuto in due tranche, a gennaio e a luglio. E’ però oggettivo che le rivoluzioni, in Egitto, abbiano bisogno di mesi per ribilanciare i pesi delle  istituzioni (sembra contradditorio, visto che si parla di rivoluzione, ma così è…). Tanto è evidente che il momento è cruciale, che persino i Fratelli Musulmani, che avevano in sostanza sposato la stabilità e lo SCAF, hanno dovuto cedere alle pressioni del proprio elettorato e aderire alla manifestazione di  venerdì scorso, proprio sulla necessità di una giustizia rapida. Cosa significa? Significa che la spinta di Piazza Tahrir non è finita. E che i ragazzi stanno dimostrando anche ora di essere molto meno naive di quanto possa apparire. Ciò non vuol dire, certo, che vinceranno la partita. Ma ci sono buone possibilità che per gli altri, invece, non sia per nulla semplice soffocare la più bella rivoluzione degli ultimi anni."
Così' ci racconta la nostra Paola, ed é perfettamente così, in una situazione molto fluida,  non si sarebbe potuto riassumere meglio ciò che accade. Ho omesso del suo articolo solo la parte riguardante la visita di Bersani in Piazza Tahrir ai giovani manifestanti, alcuni dei quali gli hanno augurato di diventare Presidente del Consiglio, evidentemente non è quello che interessa a noi ora. (Poi sicuramente ci auguriamo che non sia più Berlusconi il Presidente del Consiglio, né nessuno di questa destra infame, ma spero che sia Vendola più che Bersani!). 
Anche di questo ci occuperemo Venerdì 15 Luglio alle h.21.00 alla presentazione del mio libro alla Ligera, in Via Padova 133.

martedì 12 luglio 2011

Venerdì 15 al Ligera: Presentazione libro "Islam e democrazia - I Fratelli Musulmani in Egitto""






































Questo nuovo libro sulla rivoluzione egiziana, con prefazione di Franco Cardini, é uno dei primi ad uscire su questo importante argomento. Innescata in qualche modo dalla vicina rivolta tunisina, quella egiziana è forse la più importante e quella che ha poi dato il via alle altre rivolte della "primavera araba": l'Egitto, nel bene e nel male é sempre stato centrale per tutta l'area, anello di congiunzione fra "Maghreb" e "Mashrek", tra Nord-Africa e Medio-Oriente. In questo testo si  tratta la rivolta egiziana e si studia in modo particolare il movimento islamista dei “Fratelli Musulmani”, in quanto unica organizzazione politica strutturata e realmente radicata a livello popolare, e nei vari settori della società civile egiziana. Da uomo di sinistra quale sono io, cerco di analizzare le motivazioni del successo di questa organizzazione, e perciò la sua evoluzione storica e ideologica, il ruolo giocato nella “rivoluzione” e quello odierno post rivoluzione. In questo si incrociano le pagine sui movimenti laici e di sinistra che furono il cervello e il cuore della rivoluzione egiziana, e ciò che il lettore potrà scoprire, è che aldilà della retorica dei mass-media ufficiale, esiste una generazione di giovani “ribelli” dei Fratelli Musulmani,  che ha disobbedito alla dirigenza e si è alleata con i giovani laici del movimento “6 Aprile”, ( che raccoglie tendenze marxiste, liberali, socialiste o più semplicemente democratiche)creando le premesse per un movimento che cambiasse lo stato delle cose presenti
I primi contatti tra i giovani blogger laici e di sinistra e i giovani blogger religiosi della Fratellanza, avvennero tramite il carcere, dove ebbero modo di conoscersi grazie alla spietata repressione del regime di Mubarak verso chiunque non obbedisse al regime o osasse criticarlo, e di comprendere che le differenze che li separavano erano ben meno di quel che credessero, mentre i punti che li univano erano molti di più di quel che avessero mai pensato. Credo sia questo uno dei passaggi chiave che hanno portato ad una rivolta di popolo, che prima di tutto è stata una rivolta generazionale in un paese dove circa il 70% è costituito da giovani sotto i 30 anni.
Il movimento laico del “6 Aprile” nacque sull’onda della partecipazione e condivisione nelle lotte operaie del distretto industriale di Mahalla (e il 6 Aprile è la data della prima giornata di lotta condivisa tra studenti, giovani, spesso dell’alta borghesia,  e gli operai) e fu poi il motore della rivoluzione, in un’inedita alleanza tra giovani dei Fratelli Musulmani e giovani laici. In questo libro troverete come si erano già create le premesse per la rivoluzione con l’esperienza di “Kifaya”, (Ya basta/Ora basta), il primo cartello di opposizione ufficiale al regime di Mubarak, creato nel 2005 tra il rappresentante dell’ala moderata e pragmatica dei Fratelli Musulmani, Dr. Abu al Futtuh, il famoso intellettuale cristiano George Ishaak, alcuni rappresentanti dell’intellighenzia di sinistra, scrittori come ‘Ala al Aswani, e di come la saldatura successiva tra le differenti tendenze politiche contrarie al regime di Mubarak abbiano creato le premesse per la rivoluzione egiziana del 2011.
I Fratelli Musulmani, che per anni hanno costituito l’alibi per il potere di Mubarak, il quale continuava a sopravvivere in funzione di garante del sistema di alleanze internazionali filo-Usa, e di presunto baluardo contro un ipotetico integralismo islamico, spesso identificato proprio con i Fratelli Musulmani, arrivarono in ritardo sulla rivolta. Inizialmente i Fratelli Musulmani erano contrari perché il loro stile conservatore, la loro attitudine al compromesso (tipica delle vecchie generazioni e del gruppo dirigente del movimento),  gli impedivano di gettarsi in una rivolta dagli esiti ancora imprevedibili. Se furono coinvolti fu solo perché i giovani del movimento si erano gettati a capofitto nella ribellione al regime di Mubarak. 
Per cui si tratta di un libro sulla rivoluzione egiziana e sulle sue dinamiche, sul movimento dei Fratelli Musulmani con cui bisognerà fare i conti in ogni caso nel post rivoluzione, essendo come abbiamo detto l’unica organizzazione di massa, popolare, ben radicata all’interno della società egiziana (oltre che divisa in diverse anime). Da qui la necessaria narrazione su chi sono i Fratelli Musulmani oggi, come sono nati, su quale ideologia poggiano e come potrebbe essere un futuro Egitto in cui questo movimento, vedremo se dall’opposizione o dal governo, avrà inevitabilmente un ruolo centrale. E sempre da qui, l’analisi sulle varie anime che danno vita all’organizzazione islamista,  le profonde differenze che attraversano un movimento che è rimasto compatto probabilmente solo per la repressione subita che li ha costretti a fare “blocco unico”, ma che in realtà cela ben maggiori differenze di quelle che vogliano mostrare o che un lettore medio possa pensare.  Ora con la decisamente maggiore libertà di espressione presente nella società egiziana, in attesa delle prime elezioni democratiche, stanno fiorendo un gran numero di partiti e partitini. I Fratelli Musulmani hanno già formato il loro partito politico, “Hurriya wa ‘Adala” (Libertà e Giustizia) che subirà la concorrenza però sia di altre formazioni di matrice islamica, come i puristi e letteralisti salafiti, molti dei quali appartenenti alle famose “jamaat islamiyya”, (Gruppi islamici), i moderati ex-Fratelli Musulmani del “Wasat” (Centro),  o i mistici sufi che si stanno anche loro radunando in partiti politici, sia delle rinvigorite nuove formazioni laiche e di sinistra, come il Partito Comunista tradizionale, o il “Tajammu’”, di tendenza trotzkista, o i nuovi partiti che i giovani protagonisti della rivoluzione stanno formando, con la loro inesperienza ma anche con la loro enorme passione politica ed il loro enorme coraggio e pragmatismo che hanno permesso alla rivoluzione di vincere e abbattere il tiranno Mubarak. Certo ancora la strada per la realizzazione di una piena democrazia è ancora lontana, ma i segnali sono tanti, gli egiziani si sentono per la prima volta da decenni, padroni del loro destino e liberi di manifestare le proprie opinioni. In questi ultimi tempi però una sorta di "contro-rivoluzione" silenziosa ha agito contro il successo completo della rivoluzione, e la gente, il popolo egiziano sta tornando in piazza e ritorniamo a vedere la ormai nota Piazza Tahrir, la piazza della liberazione, gremita di giovani, donne e uomini, che richiedono la velocizzazione dei processi ai criminali del governo di Mubarak, la fine del ruolo di "reggenza temporanea" (quanto temporanea?) da parte dei militari, che come era facile immaginare non avrebbero lasciato il potere così facilmente, il rilascio dei prigionieri politici, arrestati anche dopo la rivolta che ha cacciato l'ex dittatore Mubarak, una nuova Costituzione democratica, scritta congiuntamente da tutti i gruppi che hanno partecipato alla rivoluzione, prima delle elezioni previste per Settembre e altre rivendicazioni. Di tutto questo tratta il libro, proveremo a parlarne insieme Venerdì sera alla Ligera, in un incontro in cui cercheremo di comprendere meglio e più da vicino tutte queste dinamiche.  
Il libro può essere trovato nelle maggiori librerie o, acquistato durante le presentazioni oppure ordinato a me stesso. Per averne una copia o organizzare una presentazione, scrivere a: paologonzaga70@gmail.com
Paolo Gonzaga



domenica 19 giugno 2011

Nuovo libro sulla rivoluzione egiziana: "Islam e democrazia - I Fratelli Musulmani in Egitto


                                               































                                                                                                                                                                              E’ finalmente uscito il mio libro “Islam e democrazia- I Fratelli Musulmani in Egitto” con la casa editrice “Ananke” di Torino, in una collana dedicata all’Egitto e al mondo arabo.  
“Ananke” è una piccola casa editrice che fa un ottimo lavoro: lascia spazio ad esperti del settore, in base a criteri di reale professionalità e non in base alle apparizioni in Tv. Quando pubblica dei testi sulla città del Cairo e i suoi tesori e ghetti urbani, come nel caso della “città dei morti”, dà la parola ad una antropologa, Anna Tozzi, che ci ha davvero vissuto per alcuni anni nell’enorme cimitero del Cairo, abitato da 2 milioni e passa di persone, detto “città dei morti” e che è stata lì a lungo proprio per  studiare profondamente le dinamiche. O quando fa parlare me sulle rivoluzioni arabe e su quella egiziana in particolare, sul ruolo dei movimenti dell’islam politico, a partire dal gruppo più popolare in Egitto dei “Fratelli Musulmani”, sul movimento laico “6 Aprile”, motore della rivolta assieme a migliaia di giovani blogger egiziani di ogni tendenza, inclusi i giovani stessi dei Fratelli Musulmani, fa parlare uno studioso che si è laureato in Arabo a Cà Foscari, con una tesi sui gruppi radicali islamici in Egitto, e che poi ha vissuto 6 anni consecutivamente tra Il Cairo e i suoi ghetti dove gli islamisti esercitano una egemonia culturale indiscussa, passando per la roccaforte islamista nell’”Alto Egitto” di El Minya e poi ancora più a sud, Sohaj, città del sud Egitto dove ho speso 3 anni a periodi alternati, avendo modo di parlare con la gente, (la lingua araba ovviamente non è un problema per me parlandola, leggendola, scrivendola fluentemente ) e studiando la nuova gioventù che sarebbe stata poi quella di Piazza Tahrir, da un luogo privilegiato come il mio impiego da Lettore di Italiano presso la Facoltà di Lingue dell’Università di El Minya, o come operatore umanitario in progetti di cooperazione internazionale a Sohaj, o sempre come insegnante di Italiano presso il Centro di Cultura Italiano del Cairo, o infine come Assistente sociale per il Consolato Italiano al Cairo.  
Il mio libro tratta la rivolta egiziana e studia in modo particolare il movimento islamista dei “Fratelli Musulmani”, in quanto unica organizzazione politica ben strutturata e realmente radicata a livello popolare, e nei vari settori della società civile egiziana. Da uomo di sinistra quale sono io, cerco di analizzare le motivazioni del successo di questa organizzazione, e perciò la sua evoluzione storica e ideologica, il ruolo giocato nella “rivoluzione” e quello odierno post rivoluzione. In questo si incrociano le pagine sui movimenti laici e di sinistra che furono il cervello e il cuore della rivoluzione egiziana, e ciò che il lettore potrà scoprire, è che aldilà della retorica dei mass-media ufficiale, esiste una generazione di giovani “ribelli” dei Fratelli Musulmani,  che ha disobbedito alla dirigenza e si è alleata con i giovani laici del movimento “6 Aprile”, ( che raccoglie tendenze marxiste, liberali, socialiste o più semplicemente democratiche)creando le premesse per un movimento che cambiasse lo stato delle cose presenti
I primi contatti tra i giovani blogger laici e di sinistra e i giovani blogger religiosi della Fratellanza, avvennero tramite il carcere, dove ebbero modo di conoscersi grazie alla spietata repressione del regime di Mubarak verso chiunque non obbedisse al regime o osasse criticarlo, e di comprendere che le differenze che li separavano erano ben meno di quel che credessero, mentre i punti che li univano erano molti di più di quel che avessero mai pensato. Credo sia questo uno dei passaggi chiave che hanno portato ad una rivolta di popolo, che prima di tutto è stata una rivolta generazionale in un paese dove circa il 70% è costituito da giovani sotto i 30 anni.
Il movimento laico del “6 Aprile” nacque sull’onda della partecipazione e condivisione nelle lotte operaie del distretto industriale di Mahalla (e il 6 Aprile è la data della prima giornata di lotta condivisa tra studenti, giovani, spesso dell’alta borghesia,  e gli operai) e fu poi il motore della rivoluzione, in un’inedita alleanza tra giovani dei Fratelli Musulmani e giovani laici. In questo libro troverete come si erano già create le premesse per la rivoluzione con l’esperienza di “Kifaya”, (Ya basta/Ora basta), il primo cartello di opposizione ufficiale al regime di Mubarak, creato nel 2005 tra il rappresentante dell’ala moderata e pragmatica dei Fratelli Musulmani, Dr. Abu al Futtuh, il famoso intellettuale cristiano George Ishaak, alcuni rappresentanti dell’intellighenzia di sinistra, scrittori come ‘Ala al Aswani, e di come la saldatura successiva tra le differenti tendenze politiche contrarie al regime di Mubarak abbiano creato le premesse per la rivoluzione egiziana del 2011.
I Fratelli Musulmani, che per anni hanno costituito l’alibi per il potere di Mubarak, il quale continuava a sopravvivere in funzione di garante del sistema di alleanze internazionali filo-Usa, e di presunto baluardo contro un ipotetico integralismo islamico, spesso identificato proprio con i Fratelli Musulmani, arrivarono in ritardo sulla rivolta. Inizialmente i Fratelli Musulmani erano contrari perché il loro stile conservatore, la loro attitudine al compromesso (tipica delle vecchie generazioni e del gruppo dirigente del movimento),  gli impedivano di gettarsi in una rivolta dagli esiti ancora imprevedibili. Se furono coinvolti fu solo perché i giovani del movimento si erano gettati a capofitto nella ribellione al regime di Mubarak. 
Per cui si tratta di un libro sulla rivoluzione egiziana e sulle sue dinamiche, sul movimento dei Fratelli Musulmani con cui bisognerà fare i conti in ogni caso nel post rivoluzione, essendo come abbiamo detto l’unica organizzazione di massa, popolare, ben radicata all’interno della società egiziana (oltre che divisa in diverse anime). Da qui la necessaria narrazione su chi sono i Fratelli Musulmani oggi, come sono nati, su quale ideologia poggiano e come potrebbe essere un futuro Egitto in cui questo movimento, vedremo se dall’opposizione o dal governo, avrà inevitabilmente un ruolo centrale. E sempre da qui, l’analisi sulle varie anime che danno vita all’organizzazione islamista,  le profonde differenze che attraversano un movimento che è rimasto compatto probabilmente solo per la repressione subita che li ha costretti a fare “blocco unico”, ma che in realtà cela ben maggiori differenze di quelle che vogliano mostrare o che un lettore medio possa pensare.  Ora con la decisamente maggiore libertà di espressione presente nella società egiziana, in attesa delle prime elezioni democratiche, stanno fiorendo un gran numero di partiti e partitini. I Fratelli Musulmani hanno già formato il loro partito politico, “Hurriya wa ‘Adala” (Libertà e Giustizia) che subirà la concorrenza però sia di altre formazioni di matrice islamica, come i puristi e letteralisti salafiti, molti dei quali appartenenti alle famose “jamaat islamiyya”, (Gruppi islamici), i moderati ex-Fratelli Musulmani del “Wasat” (Centro),  o i mistici sufi che si stanno anche loro radunando in partiti politici, sia delle rinvigorite nuove formazioni laiche e di sinistra, come il Partito Comunista tradizionale, o il “Tajammu’”, di tendenza trotzkista, o i nuovi partiti che i giovani protagonisti della rivoluzione stanno formando, con la loro inesperienza ma anche con la loro enorme passione politica ed il loro enorme coraggio e pragmatismo che hanno permesso alla rivoluzione di vincere e abbattere il tiranno Mubarak. Certo ancora la strada per la realizzazione di una piena democrazia è ancora lontana, ma i segnali sono tanti, gli egiziani si sentono per la prima volta da decenni, padroni del loro destino e liberi di manifestare le proprie opinioni.      
Il libro può essere trovato nelle maggiori librerie o ordinato a me stesso (meglio), per averne una copia o organizzare una presentazione, scrivere a: paologonzaga70@gmail.com
Paolo Gonzaga

venerdì 22 aprile 2011

Chi sono i salafiti, che a Gaza sono stati coloro che fisicamente hanno ucciso Vittorio Arrigoni e quale rapporto con Hamas e l'area dei Fratelli Musulmani


Proponiamo questo interessante articolo di Paola Caridi sul movimento salafita in generale e le differenze tra i salafiti e Hamas, che invece appartiene al campo dei Fratelli Musulmani e del riformismo islamico. In ricordo del caro compagno Vittorio Arrigoni...che vivrà per sempre nei nostri cuori e in quelli del popolo palestinese che ha imparato ad amarlo come se ne facesse parte da sempre...
L’esempio più eclatante dello spostamento verso l’estremo dell’islamismo è oggi, a Gaza, la minaccia salafita, che nell’estate del 2009 è divenuta di dominio pubblico, scavalcando i confini chiusi della Striscia. Nel pomeriggio del 14 agosto 2009 le forze di polizia del governo de facto assaltano la roccaforte di Jund Ansar Allah a Rafah, la moschea Ibn Taymiya. Poco prima il suo leader Abdul Latif Moussa, AKA Abu Al Nour al Maqdisi, medico laureato ad Alessandria d’Egitto e predicatore, aveva dichiarato l’instaurazione di un “emirato islamico”. I combattimenti sono duri, e si concludono solo il giorno dopo, con un bilancio sanguinoso. Venticinque i morti, tra i quali tre bambini, altri tre civili, e sei membri dell’apparato di sicurezza di Hamas. I feriti superano il centinaio, gli arrestati almeno novanta. E tra le vittime c’è anche il leader riconosciuto di Jund Ansar Allah, Abdul Latif Moussa, che – racconta il portavoce del ministero dell’interno, Ihab al Ghussein – fa esplodere la cintura esplosiva che aveva indosso quando lo vanno ad arrestare, la mattina del 15 agosto. Hamas decide, in questo modo, di fermare sul nascere la crescita di un settore non solo salafita, ma jihadista dentro il piccolo territorio della Striscia. Un settore che non solo si mostra come un competitor, ma anche come una spina nel fianco nella stessa compattezza dell’apparato securitario di Hamas.
È però, paradossalmente, soprattutto l’influenza politica del salafismo a preoccupare Hamas. Per i suoi fondamenti ideologici, Hamas è decisamente distante dall’interpretazione salafita, letteralista dell’islam. La sua nascita all’interno della Fratellanza Musulmana lo qualifica, al contrario, come un movimento riformatore, che rompe con una lettura tradizionale dell’islam e ne propone una che mette insieme credo religioso e politica, adesione a una visione convinta della fede con l’impegno nella società e nella rappresentanza politica. Hamas interpreta se stessa come una parte dell’islam moderato. E simile considerazione dello Harakat al Muqawwama al Islamiyya hanno i movimenti salafiti, per i quali Hamas, come parte della Fratellanza Musulmana, ha derogato dalla retta via, quella di una interpretazione letteralista ed estremamente restrittiva dell’islam.
L’ossatura di Jaljalat, la galassia salafita di Gaza, sarebbe  forte di undicimila uomini, anche fuorusciti dalle Brigate al Qassam.
Il rapimento di Vik Arrigoni arriva in un momento molto particolare dal punto di vista politico,  per Gaza. Per la prima volta, da anni, la riconciliazione tra Fatah e Hamas non sembra più un dossier inutile, ma potrebbe essere ripreso seriamente in esame. Così come prende quota l’idea dell’approvazione, da parte dell’Assemblea generale dell’Onu a settembre, del riconoscimento dello Stato di Palestina.  Raggiunta una tregua fragile tra Hamas e Israele, gli occhi era puntati, sino a ieri pomeriggio, sull’Egitto e sulle variazioni del suo atteggiamento verso il conflitto israelo-palestinese. Il rapimento di Vik Arrigoni scompagina un percorso che, invece, si stava inserendo su binari diversi dai precedenti.
Dal blog di Paola Caridi http://invisiblearabs.com,

mercoledì 30 marzo 2011

Sull'idiozia e malafede dei "complottisti" per professione, generalmente dell'area dei "rosso-bruni".Fuori i fascisti dal dibattito!


Voglio tornare con una riflessione sulla Rivoluzione Egiziana: ancora oggi ci sono dei personaggi che vedono complotti ovunque, e spesso non certo per amore di verità, ma per cieca ideologia. Sulla Libia non voglio entrare più di tanto nel merito perché anche io come la brava Lia di cui riporto questo bellissimo post, (che smaschera la malafede dei "complottisti" di professione), ma sull'Egitto che è la mia seconda patria, che conosco così bene dal 1991 e che ho visto evolversi, mutare, regredire e poi progredire durante i numerosi anni della mia vita passati al Cairo e in parte nei villaggi della campagna del sud Egitto, non tollero speculazioni perché conosco molto bene la genuinità della Rivoluzione e di chi l'ha compiuta. 

Chi mi legge ed è antifascista (spero tutti!) può capire la mia rabbia di fronte a tale malafede e ignoranza: è come se ci dicessero che la Resistenza italiana al nazi-fascismo fosse stata tutto un complotto americano e i nostri eroici partigiani (a proposito ieri ho fatto la tessera dell'Anpi!), delle semplici inconsapevoli pedine. Non è un caso infatti che le tesi "complottiste"  trovino particolare diffusione negli ambienti dell'estrema destra: sia quella più becera sia quella che si illude di essere intellettuale o che addirittura strizza l'occhio a certa estrema sinistra, i cosiddetti rosso-bruni. I rosso-bruni in particolare, eredi dei nazi-maoisti dello stragista Freda, sono una vera iattura: ambienti perennemente inquinati da rapporti loschi con i Servizi Segreti, sono i peggiori supporter della causa palestinese e delle cause per l'autodeterminazione dei popoli, il loro comunitarismo è una finzione nazista per richiamare o allocchi che non capiscono o altri delinquenti come loro. A questa gentaglia suggerirei di non farsi più vedere negli ambienti della solidarietà al popolo palestinese che danneggiano e basta e nei movimenti di sinistra in generale perché non ci casca più nessuno: possono pure usare tutte le denominazioni "quasi-rosse" del mondo, possono fingersi militanti di cause popolari come nel campo dell'ambiente, ecc.  ma non ci ingannano, fascisti sono fascisti resteranno, ed il loro ambiente naturale sono le fogne. I fascisti sono da escludere dal discorso politico e basta, non devono avere alcun tipo di agibilità, politica, culturale. "Smash the fascism" !

Dal blog: http://www.ilcircolo.net/lia/

(blog molto interessante e che segnalo) 

No, il complotto no!

Io di Libia non so niente e sono in ottima e numerosa compagnia. Mi volete dire che c’è la guerra civile? D’accordo. Che va tutto bene? Eh. Che c’è il complotto dell’Occidente contro Gheddafi? Fate voi. Attingiamo tutti alle stesse fonti: ognuno si faccia la sua idea e poi, prima o dopo, qualcuno ci racconterà come è andata. Magari scopriremo che aveva davvero ragione Gheddafi e che ai giovani libici è stato effettivamente versato un pentolone di LSD nella colazione, ed è per questo che sono agitati. Chennesai.
Sull’Egitto, invece, direi che dovremmo avere tutti le idee più chiare. E invece no: ti guardi in giro, certe volte, e ti domandi se il pentolone di LSD non sia finito pure nel cappuccino di qualche italiano, ché sennò non te lo spieghi.
Ieri, per dire, c’era uno che sosteneva su FriendFeed che, secondo lui, gli egiziani avevano fatto la rivoluzione perché invidiosi dello stato democratico raggiunto dall’Iraq. Una cosa tipo: “Ah, beato l’Iraq che è un paese felice, stabile, democratico dove tutti convivono in pace e scelgono i propri rappresentanti che li tutelano e sono pieni di diritti, ma che culo che ci hanno ‘sti iracheni e noi invece no.” Sì, in effetti. E’ il faro del mondo arabo, l’Iraq. Il modello della gioventù araba tutta.
O, più probabilmente, i neocon si drogano moltissimo: io l’ho sempre sostenuto, del resto.
Sul fronte opposto, ma a bagno nello stesso pentolone di LSD, ci sono quelli che in Egitto è stato tutto un complotto degli USA e non bisogna quindi gioire per gli egiziani ma, al contrario, dispiacersi un mucchio per loro. La teoria piace a diversi nemici acerrimi dei neocons, ma il suo campione italiano, a quanto scopro sia da Leonardo che nei commenti del mio stesso blog, sarebbe un giornalista del Giornale, Marcello Foa. Uno a cui, peraltro, gli egiziani stavano sulle scatole da un pezzo, visto che già un anno fa titolava “E ora basta compiacenze con l’Egitto!”
L’idea sarebbe questa: gli USA avrebbero scoperto il sistema per spingere intere popolazioni – parliamo di numeri enormi, milioni di persone – a sollevarsi contro i loro dittatori. E’ come avere i superpoteri: basta guerre, basta invasioni, niente più occupazioni, non c’è bisogno di spedire manco un elicottero: una bella ipnosi di massa tramite Facebook ed è fatta.
Quello che non si capisce, e vorrei tanto che i complottisti me lo spiegassero, è come diavolo gli viene in mente, agli USA, di usare questo po’ po’ di superpoteri contro i governi che gli sono amici, invece che contro quelli nemici. Non contro l’Iran. Non contro Gaza. Persino la Siria tace, ed è tutto dire. No: gli USA starebbero rovesciando l’Egitto. La Tunisia. Il Barhein. La Giordania. Lo Yemen. Tra un po’ pure l’Arabia Saudita. No, ma spiegami. Trovami una logica.
E spiegatemi pure cosa c’entra Qaradawi, nel complotto americano.
A meno che non vogliamo fare il complottismo del complottismo: che Barak Obama, con quel suo bel nome arabo e la pelle scura, non sia in realtà un moro infiltratosi nel cuore del potere americano. E allora, vabbe’: il complotto è arabo, non americano, e un nuovo panarabismo si è intascato la Casa Bianca. L’idea è suggestiva, e mi pare persino più realistica del suo contrario.
Più semplicemente, a me pare che ci sia un sacco di gente che non è psicologicamente preparata a immaginare un mondo dotato di dinamiche proprie, spesso caotiche e imprevedibili. C’è bisogno di immaginare una sorta di grande controllore onnipotente, che sia Dio o gli USA poco cambia: uno che faccia succedere le cose in base a un disegno più o meno imperscrutabile. Per una sua volontà che un giorno capiremo.
E’ estremamente reazionario, il complottismo applicato alla rivoluzione egiziana: in un colpo solo, assolve noi imbelli dalla colpa di essere un popolo sempre più suddito dei poteri di casa nostra e toglie dignità, merito e persino umanità ai milioni di egiziani che hanno rischiato tutto e si sono messi in gioco uno a uno, in questa rivoluzione, e continuano a farlo mentre noi siamo qua che chiacchieriamo. Certo: come immaginare che gli egiziani possano avere dell’autodeterminazione? Impossibile, è stato Obama che li ha ipnotizzati via Facebook. Del resto sono arabi e, come è noto, gli arabi mica sanno pensare con la testa loro…
Via con le cazzate, quindi: con Foa che si chiede come abbia fatto Ghonim a pagarsi i 10 euro di benzina che servono per raggiungere Doha da Dubai. Con la delegittimazione di Maher e Ghonim che, in quanto idealisti e spontanei, dovrebbero dimostrare di essere anche cretini, privi di reddito e incapaci di progettare azioni politiche di grossa portata, ché se ci riescono è perché c’è del marcio sicuramente. Come se, chessò, ai padri della nostra Resistenza fosse stato richiesto di essere degli sprovveduti. Come se non stessero facendo politica da anni, quelli del Movimento 6 aprile. Ed è lo stile del Giornale applicato agli egiziani: ci manca che ci si interroghi sul colore dei loro calzini, sui baci dati in passato, sulle case prese in affitto. Conosciamo il metodo.
O con i commentatori che vengono a difendere Gamal Mubarak sul mio blog paragonando il suo discredito alla bufala dei neonati tolte delle incubatrici in Kuwait, nientedimeno. Gamal Mubarak!
E la cosa che mi spaventa è che si potrebbe leggere come fuoco amico, questo. Gente che non immagini reazionaria né antiaraba, il più delle volte. E quindi, per quanto mi dispiaccia, torno a pensare quello che ho già scritto mille volte, su questo blog: che la storia araba, il mondo arabo, il popolo arabo non sono altro, per molti di quelli che apparentemente li sostengono, che pedine di un risiko tutto loro, fantasmi di un immaginario politico che li vuole strumenti e non protagonisti.
Ci dispiace tanto, la rivoluzione non è stata religiosa. L’ha fatta un popolo che èanche musulmano ma la cui identità non è riducibile a una mera appartenenza religiosa. Hanno chiesto dignità e diritti, non uno Stato islamico. E credo che abbiano fatto benissimo, anche dal punto di vista religioso: l’islam, ridotto a politica, diventa un pantano di ipocrisia. Meglio proteggerlo, e pazienza se si dà un dispiacere a chi non sa trovare idee migliori per giocare a fare l’antisistema.