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martedì 4 ottobre 2011

EMERGENZA CARCERI E LEGGE FINI-GIOVANARDI: dobbiamo agire subito!






EMERGENZA ENDEMICA DEL SISTEMA CARCERARIO ITALIANO, non sarà che abbiamo la legge sulle droghe più proibizionista d'Europa, e un sistema giudiziario classista? Per un falso in bilancio che può mandare in rovina numerose famiglie non c'è più reato,  i reati da "colletti bianchi" non vengono nemmeno perseguiti ormai in Italia se non da un pugno di magistrati eroici, che poi sono puntualmente attaccati come "toghe rosse" (lo sapesse il popolino che reitera il ritornello imparato in Tv che quei magistrati lo stanno difendendo dai soprusi di colui che vorrebbe una giustizia con severità accelerata verso il basso, cioè prigioni solo per cittadini normali, meglio se poveri)  perché il nostro infame Presidente del Consiglio Berlusconi è a capo di una associazione a delinquere che ovviamente mal tollera ogni legge che urti gli interessi dei suoi soci, ormai "padroni", pirati della finanza legati a doppio capo con le mafie e con le logge piduiste più corrotte. Ed intanto le prigioni si riempiono di poveracci! Il 37% per droga!!!

EMERGENZA CARCERI E LEGGE FINI-GIOVANARDI: dobbiamo agire subito!
L’emergenza carceri in Italia è un drammatico argomento di cui non si parla adeguatamente. Saggiamente il Presidente della Repubblica,  Napolitano, ha appena espresso la vergogna a cui si espone l’Italia trattando così chi viene a trovarsi in una situazione di carcerazione, spesso per reati minori o semplicemente in attesa di giudizio. (quindi per la giurisprudenza, da innocente, essendo ogni accusato colpevole solo dopo i 3 gradi di giudizio). Pannella digiuna chiedendo un’amnistia che sappiamo già essere impossibile. In un’Italia in rovina non può non venire a mente la celebre frase di Voltaire sul grado di civiltà dei popoli che si rispecchia nelle condizioni e nel livello di vivibilità delle prigioni nazionali, ed oggi in Italia secondo l’associazione Antigone, che proprio di carceri si occupa, la situazione è quella illustrata drammaticamente poco più avanti in questo articolo. La prima cosa da fare per ridurre questo affollamento viene indirettamente indicata ad un certo punto del rapporto, con la frase da me sottolineata: il 37% delle persone in carcere sono lì per violazione della legge sulle droghe, cioè la criminale legge Fini-Giovanardi.        
“Al momento ci sono nei penitenziari italiani ben 67.174 detenuti ma solo 45.551 posti letto. Spesso i 'ristretti' trascorrono quasi tutto il giorno in celle minuscole, in condizioni igieniche precarie e a temperature altissime.
Le docce, spesso, sono utopia. Si possono usare a turno e solo per pochi minuti, poche volte alla settimana. Nel rapporto Antigone si legge che la popolazione carceraria è aumentata del 50% dal 2007 al 2010 (da 44mila a 67mila persone) ma le risorse a disposizione sono calate da 3 miliardi e 95 milioni di euro a 2 miliardi 770 milioni.[1]
Un 37% di persone è in carcere per violazione della legge sulle droghe”
E terminiamo così la citazione dell’ottimo rapporto dell’associazione Antigone, con un altro dato:  Nel rapporto si legge che la popolazione carceraria è aumentata del 50% dal 2007 al 2010 (da 44mila a 67mila persone) ma le risorse a disposizione sono calate da 3 miliardi e 95 milioni di euro a 2 miliardi 770 milioni.
Bene, se guardiamo all’impennata di incarcerazioni dal 2007 al 2010, (e ancora non ci sono i dati ma sta avvenendo in maniera esponenziale, per cui per il 2011 aspettiamoci numeri ancora più alti) coincide perfettamente con l’avvento della Fini-Giovanardi. E se vogliamo dei dati che indichino qualcosa in questo senso, ci sono “Fuoriluogo” e il “Forum Droghe”[2] che ci forniscono dei dati che parlano da soli . Ed ecco cosa ci dicono:
L’impatto della legge antidroga sul carcere:
- “Aumentano gli ingressi in carcere per droga in rapporto al totale degli ingressi: dal 28% del 2006 al 31% del 2010”
- “Aumentano le denunce, specie per art.73 (detenzione ai fini di spaccio): da 33.056 nel 2006 a 39.053 nel 2010. Di queste più del 40% (16.030), sono per la cannabis”
Poiché la Fini-Giovanardi stabilisce delle quantità massime per ogni sostanza oltre le quali qualsiasi detenzione è considerata ai fini di “spaccio”, [3] basta possedere 2 spinelli (per l’hashish la dose massima è 0,5, uno spinello esattamente), o 2 dosi di eroina, o poche più di cocaina, o 2 pastiglie di estasi e si è accusati di “detenzione ai fini di spaccio”. Grazie anche a questi numeri, possiamo immaginare la macelleria sociale che sta provocando questa legge: quanti poveracci che non fanno male a nessuno richiusi in carceri sovraffollate, dove probabilmente verranno in contatto con mafiosi e spacciatori di professione. La legge Fini-Giovanardi è una legge fabbrica carcerati, deve essere almeno emendata al più presto, prima che le carceri scoppino, tra l’altro restituendo molti agenti a compiti più seri, come la lotta contro le mafie che ormai prosperano tanto al Nord quanto al Sud.  
“Raddoppiano i detenuti presenti in carcere per l’art.73 (quindi per violazione della Fini-Giovanardi- ndr): 14.640 nel 2006 contro 27.294 nel 2010.”
“Raddoppiano gli ingressi dei tossicodipendenti sul totale degli ingressi: dal 27% nel 2006 al 28,4% del 2010.
Ecco che balza evidente che per trovare una soluzione al problema del sovraffollamento almeno una riforma della legge Fini-Giovanardi sia necessaria, in attesa di avere un Parlamento che possa fare una nuova sulle droghe e sostanze psicotrope in generale, che sia completamente opposta all’impianto repressivo della Fini-Giovanardi, che legalizzi la cannabis e applichi politiche di prevenzione e riduzione del danno per le droghe.
Una riforma possibile della Fini-Giovanardi sarebbe quella di eliminare le dosi minime e rimettere al centro il concetto di uso personale, che può anche essere abuso, ma non è spaccio. Che consenta l’assoluzione quando non ci siano prove di spaccio (e che la cessione tra amici non sia considerata spaccio) e che inoltre faccia differenza tra il piccolo spacciatore di strada o poco più, dal mafioso che traffica in grandi quantità. Anche per questo è necessario non solo legalizzare, ma incentivare l’autocoltivazione: con numerosi milioni di italiani che usano cannabis, le mafie perderebbero miliardi e miliardi di euro se i consumatori di cannabis potessero autocoltivarsela o comprarla da amici che la coltivano, o in negozi appositi.      
E allora spetta a noi consapevoli, ai cittadini, ai comitati, all’associazionismo, ai movimenti, agli operatori del settore, a tutte le persone ragionevoli, e non chiuse da cieco furore ideologico, alla società civile e ai partiti, chiedere la modifica della Fini-Giovanardi: togliamo la quantità minima, e vediamo quali altri aspetti della legge si possano modificare in senso antiproibizionista. Spetta anche ad un dibattito collettivo scoprire come e a che obiettivi realisticamente puntare oggi, nel quadro politico attuale, se invece non sia più conveniente puntare aad una legge nuova direttamente ma temo che i tempi non siano maturi. Ma muoviamoci, perché quello che accade è scandaloso, una vergogna per tutti noi. Muoviamoci perché chi è in cella in attesa di giudizio perché magari  fermato con 5 grammi di hashish non può più aspettare, non é giusto che debba ancora aspettare e tanti altri siano destinati in futuro ad altrettanto, perché avere delle prigioni perlomeno dignitose e rispettose sempre della dignità umana è una pre-condizione di civiltà. Costruiamo un grande movimento, che unifichi su questo tema tutti coloro che aderiscono a questa istanza di civiltà, la società civile, le realtà sociali e politiche....ad una lotta doverosa, e che ha senz’altro possibilità di successo, visto che ormai non c’è più nessuno che possa negare la condizione disumana in cui si trovano le nostre carceri. Amnistie e indulti oltre ad essere operazioni dal respiro troppo breve a volte sono anche dannose, oltre ad essere troppo lontane da qualsiasi possibilità di realizzazione. Perciò operiamo in questa direzione, concentriamo gli sforzi su questa battaglia, concentriamoci sul possibile in una situazione di emergenza: chiediamo la modifica della Fini-Giovanardi, con l’abolizione delle quantità minime, riduzioni di pena, e possibilità di auto coltivazione. Per iniziare una battaglia simile é necessario che ci sia una realtà, un partito, credibile e autorevole che offre visibilità alla lotta e credo che non possa che essere Sinistra Ecololgia Libertà, già da tempo impegnata seriamente su entrambi i fronti, sia il problema carceri, sia antiproibizionismo per la cannabis e riduzione del danno per le droghe. Proviamoci! 
Paolo Gonzaga


[1] Fonte: http://www.clandestinoweb.com/sondaggi-da-tutto-il-mondo/972291-carceri-rapporto-antigone-aumentano-i-detenuti-e-diminuiscono-le-ri.html

[2] http://www.fuoriluogo.it


[3] In realtà meccanismo già bocciato dai referendum del 1993 con l’abolizione delle dosi minime previste dalla Craxi-Jervolino-Vassalli.

sabato 30 luglio 2011

Inchiesta sulle carceri oggi. Il 40% detenuto in attesa di giudizio, leggi come la Fini-Giovanardi sulle droghe e la Bossi-Fini sull'immigrazione che fanno sì che in carcere ci finiscano solo i poveracci!

"La Repubblica" ha fatto questa inchiesta sulle carceri, che vogliamo pubblicare per contribuire a diffonderla e a far parlare di un argomento generalmente ignorato: la situazione nelle carceri italiane. Questo perché la situazione é di massima emergenza e la legge che più contribuisce al fatto che in carcere ci siano praticamente solo dei poveracci, é la iniqua e criminale legge Fini-Giovanardi sulle droghe, oltre all'indegna legge Bossi-Fini sull'immigrazione.


DALL'ARCHIVIO di ENRICO BELLAVIA PIERO COLAPRICO

In cella meno di 24 ore
E i reati più piccoli affollano le prigioni

Il discorso del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha spostato l'attenzione sulla situazione delle carceri in Italia. Nel suo intervento a Palazzo Giustiniani ha detto: "C'è un abnorme ricorso alla custodia cautelare, realtà che ci umilia in Europa". Qualche mese fa, alla fine di ottobre 2010, Repubblica aveva affrontato l'argomento con un'inchiesta che è ancora attuale. RE la ripropone

ROMA - A ognuno di noi sembra molto ma molto difficile, se ci si comporta più o meno bene, entrare in carcere, in questa Italia. Anzi sembra che nei duecento "istituti di pena" non ci entri nemmeno chi "se lo merita". Ma non è così. Dall'Unità d' Italia a oggi, nei 170 anni di storia italiana, non si sono mai registrati così tanti detenuti nelle nostre carceri. L'ultimo conteggio ufficiale del Dap, il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, parla di 68.527 detenuti (ma sarebbero già 69.500), tra i quali 3mila donne. Di queste, sessantuno hanno i figli in cella. Rispetto ai 44.568 posti effettivamente disponibili, i detenuti sono circa 25mila in più. Un terzo non è nato da noi: sono stranieri, con in testa marocchinie algerini, due terzi dei detenuti sono italiani. Da dove nascono le cifre del record? Per quale "irragionevole ragione" la popolazione carcerariaè così alta, appena quattro anni dopo l'indulto voluto dall'allora ministro Clemente Mastella? E se i reati, come assicura il ministero degli Interni Roberto Maroni, sono "complessivamente in calo", com' è possibile un incremento così ansiogeno?

Le porte girevoli

In televisione "passano" gli arresti dei latitanti, quest'ondata infinita di catture improvvise, che sommerge boss e gregari anzianotti, reduci dei vecchi eserciti mafiosi in rotta. Ma nelle celle vanno ben altri. Per esempio, ci va un calciatore, delle giovanili della Juventus. E perché? Nella Chivasso dell'ultimo ferragosto incrocia una pattuglia dei vigili e vola qualche parola di troppo. E anche se l'arresto per resistenza a pubblico ufficiale è facoltativo, D. B., classe 1988, finisce dentro. Due giorni alle Vallette, sulle brandine sovraffollate, per ricomparire in tribunale il 16 agosto. Con il suo taglio di capelli scolpito, il fisico perfetto e la maglietta alla moda spicca tra gli stranieri e i "borderline" delle direttissime: viene scarcerato, ma due giorni se li è fatti.

Cambiamo regione e professione: Felice e Salvatore sono due operai di Bagheria, hanno 28 anni, non hanno mai avuto un guaio con la giustizia, finché un giorno buttano in un cassonetto della segatura di legno. Lo avevano sempre fatto, alla fine del turno in falegnameria. Ma era appena cambiata la norma, rimasero tre giorni dentro. Qualche anno fa, e ancora ne ridono, entrò a San Vittore un diciottenne che non s'era fermato all'alt nella zona della stazione Centrale ed era scappato con lo skate-board. E a Reggio Emilia, solo quindici giorni fa, è stato messo in cella uno che aveva rubato una lattina di birra.

É il reato che manco si sa di commettere a rendere il carcere una bolgia. Sono soprattutto i "pesci piccoli"  -  questa è la gran verità, omessa nei discorsi ufficiali sulla sicurezza e la giustizia  -  che rendono le carceri simili a una tonnara nei giorni della mattanza. E chi si occupa di detenuti accusa del disastro soprattutto le "porte girevoli": è stato ribattezzato in questo modo il vortice d'ingressi (che si potrebbero evitare) e di repentine uscite.
Come il calciatore, i falegnami e il ladro della lattina. I "nuovi rei", ossia le persone che entrano in carcere per la prima volta, sono 32mila. Uomini e donne, con famiglie, con affetti, che vengono presi, perquisiti, spogliati, che ricevono dalla polizia penitenziaria gli "effetti letterecci" per dormire sulle brande.

Vengono infilati in celle già affollatissime e ci restano, con le nuove, sconosciute e obbligatorie compagnie, non si sa quanto gradevoli, per quarantott'ore. E poi, ancora sporchi dell'inchiostro delle impronte digitali all'ufficio matricola, e con le stringhe da allacciare, ricevono tanti saluti: possono tornare a casa. In Lombardia, il provveditore regionale Luigi Pagano ha calcolato che, nelle due principali case circondariali, Milano e Brescia, la percentuale dei detenuti che "esce nel giro di una settimana varia dal cinquanta al sessanta per cento. A volte arriva uno alle 12 e alle 14 esce".

Mentre il nostro governo si dedica anima e corpo al cosiddetto lodo Alfano e al "processo breve", a chi e a che cosa serve questo "carcere breve"? Non c'è una risposta che sia una. Ma è stato calcolato che quattro persone comuni su dieci, la cui fedina penale era pulita, e che se la potevano cavare con una denuncia a piede libero, incontrano il sistema penale italiano: meglio, ci sbattono contro.

Una parte molto cospicua di questo "entra ed esci" riguarda quelli che vengono anche definiti "reati apparenti", e cioè reati in cui manca la vittima. È il reato principe degli immigrati clandestini, come Frank: era un habitué dei portici di Palermo, ha collezionato un arresto ogni due settimane per mesi ("non ottemperava al decreto d'espulsione") fino a quando è riuscito a far perdere le proprie tracce.

Quello cui si sta assistendo  -  parlano i fatti  -  è un "repulisti" di poveracci, di stranieri e di tossici, messi nella "discarica" del carcere (sono tutte parole pronunciate nei convegni). Se questo può forse corrispondere a una precisa logica "d'ordine" (ordine almeno apparente, da immagine televisiva e non da strada), il problema non cambia. Il reato piccolo piccolo è in agguato per chiunque: Antonio è un odontotecnico, è stato accusato di un furto di corrente elettrica, si era dichiarato innocente, ma non ha avuto possibilità di difesa, giacché il tecnico dell'Enel aveva portato via il contatore. Quattro giorni di prigione e poi via di corsa a patteggiare, "pur di tornarmene fuori", dice.

Qual è la "colpa principale" per quasi la stragrande maggioranza dei detenuti italiani? Sono i "reati contro il patrimonio": furti e borseggi. Poi c'è il piccolo spaccio. Molto impegnati nel "turn over" della giustizia sono i tossicomani, arrestati per possesso di droga sul cui uso, personale o per vendita, deve pronunziarsi il magistrato. Ben il 30 per cento dei detenuti è consumatore di droga (e molti sono affetti da epatite C) e dovreste stare in comunità (ma non c'è posto). Per omissione di soccorso, ingiuria e diffamazione finisce dentro il 15 per cento. In fondo alla classifica dei detenuti, ecco i responsabili di reati contro la pubblica amministrazione (3,4) e contro l'amministrazione della giustizia (2,9%).

Le misure della tortura



E i "cattivi" veri? A conti fatti, solo tre detenuti su dieci  -  attenzione  -  si sono macchiati o sono sospettati di crimini violenti. Più paradossale il tema dei "mafiosi in galera": intere fette di territorio sono in mano ai clan, ma in carcere non arrivano a seimila detenuti. E, tra questi, è il 10 per cento che sconta il famoso o famigerato 41 bis, ossia il carcere durissimo. Quanti? Presto detto: 267 camorristi, 210 esponenti di Cosa nostra, 114 affiliati alla 'ndrangheta. Una goccia nel mare.

Vale la pena di ricordare che era il 2006 e con l'indulto avvenne "l'esodo dei 23mila". Ma adesso "tutte le Regioni italiane hanno abbondantemente superato la capienza regolamentare", come denuncia il sindacato di Polizia penitenziaria Sappe. Al Nord non si sta meglio che al Sud. Il top? È in Emilia Romagna: capienza totale 2393, numero dei reclusi oltre 4.400. "In percentuale è il 198 per cento, un dato cronico e destinato a superare ogni limite in Italia", dice Franco Maisto, presidente del tribunale di Sorveglianza di Bologna. "Siamo in un frenetico e imperdonabile immobilismo, "si fa si fa", dicono, e non si fa mai niente in nessuna direzione. Né aumentano i posti letto, né esce la gente".

"Detenuto in attesa di giudizio" è il titolo di un vecchio film, con Alberto Sordi protagonista. Raccontava di un innocente che finiva in carcere. Negli anni dell'inchiesta milanese "Mani pulite", quando a entrare in cella erano politici, finanzieri, imprenditori, molti giuravano: "Mai più, bisogna cambiare le carceri". Comunque la si pensi sul "pugno duro", sul "giustizialismo" o sul "garantismo", il dato è angoscioso: il 43 per cento degli attuali detenuti è in attesa di giudizio.

Dietro le sbarre, dove qualche gangster resiste ancora, e non mancano i balordi, tra tossici e clandestini, gravitano oggi 30mila detenuti senza una condanna definitiva. E  -  attenzione  -  la metà di questi "non definitivi", e dunque almeno quindicimila, sarà  -  la stima è dell'associazione Ristretti Orizzonti  -  assolta. In Europa, siamo un caso unico.

È grazie a questo paranoico stato delle cose che in cento posti-branda sono ammassate  -  per statistica  -  152 persone. Soltanto in Bulgaria il tasso di affollamento delle carceri è maggiore (155), mentre la media europea è di 107 detenuti ogni 100 posti. I letti a castello arrivano a tre, quattro piani, la testa di chi dorme è a 50 centimetri dal soffitto. Spesso lo spazio vitale del detenuto è molto al di sotto dello standard dei 3 metri quadrati che sono "la misura della tortura".

Il coefficiente, in molte carceri dell'Italia del G8, è del 2,66 periodico: un coefficiente accettabile solo tra innamorati. Caltagirone, in provincia di Catania, è al primo posto per l'indice di sovraffollamento: ospita 302 persone invece delle 75 previste. Lo segue un altro carcere siciliano, Mistretta (Messina), con l'indice al 175 per cento. E la Uil penitenziari fa notare anche il caso di Busto Arsizio (Varese), non enorme, ma con gli arresti dell'aeroporto internazionale della Malpensa, "è pieno come un uovo".  Si sta un po' più larghi a Poggioreale: il carcere di Napoli ha una capienza di 1.658 persone, è arrivato a 2.801, numero che lo rende in termini assoluti quello più popolato d'Europa. Sommando tutti i numeri dei detenuti europei, fa effetto scoprire che uno su quattro si trova in Italia.




L'exploit dei costi




Quanto costa questa macchina infernale? E che rimedi propongono dal governo?  Ogni detenuto costa allo Stato come se alloggiasse in un hotel quattro stelle: 113,04 euro. È questa la cifra media che il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, indica come costo giornaliero di un detenuto. In totale fanno 2,7 miliardi di euro. La cifra, non certo bassa, viene considerata ben al di sotto del necessario dagli
operatori.

L'associazione Antigone, che oggi diffonderà un suo dossier sulle carceri, ha calcolato che se si arrivasse alla cifra dei 44 mila detenuti previsti nelle tabelle, si risparmierebbero 1,5 miliardi di euro. Non mancano neppure sprechi "classici": come le nuove manette acquistate in confezione da cinque per le quali però, stando a un sindacato, ci sono solo due coppie di chiavi.

Gli agenti sono 39mila contro i 45 mila dell'organico. E seimila assenze pesano: nella sezione femminile del carcere pesarese Villa Fastiggi hanno dovuto lavorare anche agenti maschi, con sconcerto generale. Anche perché, nel gennaio scorso, il ministro Angiolino Alfano, in un incontro con i sindacati della polizia penitenziaria, aveva rassicurato tutti. Come? Annunciando diciotto nuove carceri, di cui dieci "flessibili". E garantendo  -  parole sue  -  le "tanto agognate 2mila unità".

Risultato reale? Zero. Ma questo di Silvio Berlusconi non era il "governo del fare"? Un altro anno galeotto sta finendo, e tra due mesi scade anche il decreto ministeriale che aveva nominato commissario straordinario Francesco Ionta.

I "Baschi azzurri" della polizia penitenziaria fanno le scorte. Ma  -  chiedono da qualche tempo  -  ha senso organizzare trasferte "di almeno tre uomini" non per i mafiosi, ma per chi sta per essere rilasciato? "Partiamo in tre con il cellulare  -  è il racconto concreto  -  per trasportare in un'altra regione qualcuno che va ai domiciliari, lo salutiamo e lo lasciamo libero anche... di evadere", protestano. È anche successo che, durante un trasferimento, il furgone cellulare si sia fermato: siccome si taglia su tutto, nel serbatoio non c'era più benzina." 
Questa ottima inchiesta termina con un video sulle condizioni carcerarie in Italia, che potrete trovare al link:                                                                  http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/inchiesta-italiana/2011/07/28/video/carceri_i_trentamila_delle_porte_girevoli-19750569/1/
ues

mercoledì 22 giugno 2011

Le carceri che scoppiano, gli enormi danni sociali della legge Fini-Giovanardi e una (in)giustizia di classe.


BASTA CON LA LEGGE FINI-GIOVANARDI SULLE DROGHE!

Spesso sembra che ci siano temi che molti giudicano quasi "improprio" il solo parlarne, o che comunque non toccano la sensibilità della maggioranza delle persone. Il carcere e la droga sono tra questi temi. In fondo, quasi ognuno di noi pensa: "tanto a me non riguarda", ma se tutti noi ci ricordassimo di quella bellissima frase, mi sembra di Rosseau, ma non vorrei sbagliarmi, che invitava a giudicare la civiltà di un paese dal tenore delle sue carceri. La vita in carcere deve riguardare tutti noi, perché chi é dentro sono persone che spesso sono molto più vicine a noi di quel che possiamo immaginare e nel paese alla rovescia che é l'Italia, anche una persona estremamente ligia e onesta, rischia, se non ha a disposizione un bravo ma costoso avvocato, di andarci a finire in quei gironi infernali che sono le carceri italiane oggi. E soprattutto sconvolge che delinquenti patentati che ci governano o che ronzano intorno al potere, ne facciano di ogni tipo, senza mai pagare alcuna conseguenza, mentre un povero giovane come Aldrovandi, o Cucchi, o un padre di famiglia perbene e onesto lavoratore come Branzino possano morire di percosse da parte delle forze dell'ordine o guardie carcerarie, all'interno di una prigione o in distretto o caserma che sia, per reati dove non c'è vittima se non l'arrestato stesso, eventualmente. La Fini-Giovanardi sta mandando in galera migliaia di ragazzi/e, nel nostro paese é in atto una legislazione di emergenza senza che noi lo sappiamo (per "droga" la Polizia può fare tutto, intercettare, pedinare, sfondare porte di case (all'alba in terrorizzate famiglie borghesi o operaie) e può permettersi ampli spazi di libera iniziativa rispetto alle normali procedure.  

Posto qui, un importantissimo articolo del bravissimo Franco Corleone sui danni gravissimi portati da quella legge sciagurata voluta dal bigotto fanatico e integralista cattolico, Giovanardi, assieme al suo ex-sodale, Gianfranco Fini (ricordiamocelo a volte chi ha firmato certe leggi....). Le carceri sono sovraffollate, e oltre del 50% dei detenuti lo é per fatti relativi all'uso di droga. Corleone poi ci racconta bene la macelleria sociale in atto nei confronti dei poveri sventurati che hanno l'abitudine di fumare un pò di cannabis, molto più sana secondo tutti gli studi scientifici, rispetto all'invece reclamizzato alcool. Ora perciò aboliamo questa legge infame o riformiamola, ma é necessario che si formi un movimento consapevole che metta ai primi punti dell' suo programma o agire politico, la riforma della legge sulle droghe, con la completa depenalizzazione della cannabis, e con progetti pilota di distribuzione di eroina, morfina, metadone, come stanno facendo numerosi paesi europei, a partire dalla vicina Svizzera. Solo così eviteremo inutili sofferenze, vite stravolte per un grammo di marijuana, proliferare di malattie e morti, sovraffollamento delle carceri e riusciremo davvero a sconfiggere le mafie, che si stanno mangiando l'Italia grazie ai soldi della droga che vendono a prezzi d'oro grazie al proibizionismo!


Droga e carcere, i dati del tracollo

corleone.pngFranco Corleone svela in anteprima per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 15 giugno i dati 2010 dei danni della legge antidroga.
Fonte: Il Manifesto, di Franco Corleone 15/06/2011
Lo zar è nudo, finalmente. I dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria confermano i tremendi danni sul carcere che la legge antidroga votata nel 2006 dalle Camere già sciolte ha prodotto nei cinque anni di applicazione e in particolare nel 2010.
Carlo Giovanardi architettò il vulnus istituzionale inserendo il testo proibizionista nel decreto sulle Olimpiadi e il Quirinale purtroppo controfirmò.
Eravamo stati facili profeti a immaginare le conseguenze delle norme punitive introdotte per pura ideologia e a ridicolizzare la retorica salvifica secondo la quale la gravità delle punizioni avrebbe spinto alla cura i tossicodipendenti.
La strage che si compie ogni giorno nelle carceri italiane in termini di violazione della legalità e dei diritti e che va sotto il nome pudico di “sovraffollamento”, non è un accidente naturale, ma ha una causa nella legge criminogena che si appella alla “guerra alla droga”. Veniamo alle cifre.
Al 31 dicembre 2010 il numero dei tossicodipendenti in carcere era di 16.245 detenuti pari al 24% dei 67.961 presenti (la cifra è sottostimata perché mancano i dati di Roma e di altri Istituti minori). Per una valutazione completa del fenomeno, va aggiunto il numero imponente di 27.294 ristretti per violazione dell’art. 73 (detenzione e spaccio) del Dpr 309/90, pari al 40,16% delle presenze.
Il quadro diventa ancora più sconvolgente se esaminiamo i flussi di entrata in carcere in un anno e non le presenze in un giorno. Nel 2010 nelle carceri italiane sono entrati dalla libertà 84.641 soggetti per droga, di questi 24.008 (pari al 28,5%) classificati come tossicodipendenti e 26.141(pari al 29%) per fatti inerenti l’art.73 della legge antidroga.
Ovviamente vi è un margine di sovrapposizione tra le due figure, ma è certo che più del cinquanta per cento degli ingressi e delle presenze in carcere sono dovuti a comportamenti legati alla questione droga che da problema  sociale viene di fatto declinata come vicenda criminale.
Dai dati del Ministero dell’Interno (vedi questa rubrica del 18/5 scorso), si ricava che la persecuzione si orienta per il quaranta per cento contro la canapa. Ma chi sono realmente le oltre 27.000 persone in galera a fine 2010? Sono trafficanti e spacciatori? O sono consumatori in possesso di un quantitativo di poco superiore alla soglia stabilita in via amministrativa per trasformare un cittadino in uno spacciatore presunto? Dalla ricerca in profondità eseguita in Toscana, risulta che almeno il 40 per cento degli incarcerati per l’art.73 sono consumatori o al più piccoli spacciatori. Se aggiungiamo le persone segnalate alle prefetture per semplice consumo (quarantamila giovani all’anno, per il 72% fermati con uno spinello!), dobbiamo avere il coraggio di denunciare la violenza su milioni di persone, vittime non della droga ma della war on drugs.
Pochi giorni fa si è svolto un Seminario dei giudici latini, organizzato da Magistratura democratica, che ha denunciato il carattere emergenziale delle leggi proibizioniste e la violazione dei diritti umani; con la conseguenza di un sistema giudiziario sommerso nella repressione della marginalità e debole verso i gravi reati della corruzione politica e dei colletti bianchi. Una giustizia di classe che in Italia è bene espressa dalla legge Cirielli che salva gli incensurati e calpesta i recidivi.
Il bilancio fallimentare della legge Giovanardi deve spingere a raccogliere le sollecitazioni autorevoli della Global Commission on Drug Policy per un cambio di paradigma. Una riforma subito, dunque.

martedì 7 giugno 2011

Notizia ufficiale: La guerra globale alla droga "e' fallita" e i Paesi del mondo dovrebbero valutare l'ipotesi di legalizzare la marijuana, per indebolire la criminalita' organizzata. Sono le raccomandazioni contenute nel rapporto della Commissione globale per le politiche sulla droga, di cui fanno parte Kofi Annan e numerosi ex capi di Stato, in cui si esorta a trattare la droga come una "questione sanitaria".


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Come sa chiunque abbia attraversato questo blog, l'antiproibizionismo é uno dei temi che più ci stanno a cuore per numerose ragioni. Prima fra tutte che la proibizione é la politica "dello struzzo", che mette la testa sotto la rassicurante sabbia costituita da divise, tribunali e prigioni, per evitare di affrontare pragmaticamente un problema che é la prima fonte di entrata delle organizzazioni criminali organizzate e non, che causa sofferenze indicibili a milioni e milioni di persone, vittime in forma diretta o indiretta di un mercato nero che fa valere cento volte più dell'oro dei prodotti naturali spesso raffinati chimicamente, che se non fossero proibiti non varrebbero quasi nulla. E non solo varrebbero ben poco ma il loro uso non sarebbe più di massa e non provocherebbe le problematiche di esclusione sociale, di un apparato giudiziario ingolfato dal proibizionismo,  il sovraffollamento delle prigioni, il suicidio di adolescenti arrestati e sbattuti in cella per una o dei sigarette di un'erba che cresce naturale, come Dio, il Caso, la Saggezza Universale.... hanno voluto che crescesse spontanea ovunque nel mondo, con immense proprietà curative. Così come non dovremmo più perdere amici e fratelli a causa delle schifezze che un disperato spacciatore ha immesso nella sostanza, che di per sé ben raramente ucciderebbe, o alla criminalizzazione di un calmante come l'oppiaceo che se non ci fosse dovrebbe essere inventato, visto che é una delle poche cose che davvero calmino il dolore fisico umano, e quando ci sono persone che hanno la vita rovinata da quel dolore dovrebbero poter assumere senza problemi qualsiasi sostanza loro sentano farli stare meglio. Comunque la notizia é che finalmente sembra che se ne stiano accorgendo anche nei luoghi che contano, che il proibizionismo é un fallimento e che nuove e più liberali poliiche devono essere seguite, legalizzando la cannabis e derivati e sperimentando progetti di "riduzione del danno" sulle cosiddette "droghe pesanti", a partire dall'eroina. Ecco un articolo meraviglioso tratto da fuoriluogo.it, ottimo sito dove trovare di tutto sul mondo delle "droghe" e delle carceri, che ci racconta cosa sta succedendo nei luoghi dove si decidono le politiche mondiali sulle sostanze psicotrope.   

dal sito:http://www.fuoriluogo.it

La 'war on drugs' e' fallita. Appello della Global Commission

Fonte: Notiziario Aduc 03/06/2011
La guerra globale alla droga "e' fallita" e i Paesi del mondo dovrebbero valutare l'ipotesi di legalizzare la marijuana, per indebolire la criminalita' organizzata. Sono le raccomandazioni contenute nel rapporto della Commissione globale per le politiche sulla droga, di cui fanno parte Kofi Annan e numerosi ex capi di Stato, in cui si esorta a trattare la droga come una "questione sanitaria".
Per il rapporto serve un nuovo approccio per ridurre il consumo che sostituisca la strategia di criminalizzazione delle droghe e l'arresto dei consumatori. In sostanza, "vanno cambiati radicalmente i sistemi usati finora dagli Stati e dagli organismi internazionali per contrastare la tossicodipendenza" e "i tossicodipendenti devono essere trattati come pazienti". Queste le conclusioni ufficializzate oggi in una conferenza stampa a New York.

"Le conclusioni e le proposte che vengono dalla 'Global Commission on drug policy' confermano, se ancora ce ne fosse bisogno, il fallimento delle politiche proibizioniste". E' quanto sottolinea il segretario dei Radicali, Mario Staderini,per il quale "il proibizionismo non funziona e non conviene, provocando immensi costi civili, economici, e sociali; e' una forma di repressione sociale di massa che garantisce fiumi di denaro a terrorismo e narcomafie".
Staderini, a tal proposito, ricorda che "solo in Italia sono oltre 20 i miliardi di euro assicurati alla criminalita' dalla droga proibita, mentre quattro milioni sono i consumatori trasformati in criminali, 250.000 gli spacciatori e 28.000 i detenuti per violazione della legge sugli stupefacenti. Da anni - lamenta il segretario radicale - questi dati non possono essere conosciuti e discussi dall'opinione pubblica".

"Sono totalmente disinformati, non e' vero che la lotta al consumo di droga e' fallita": cosi' il sottosegretario con delega alle tossicodipendenze Carlo Giovanardi commenta all'ANSA il rapporto della Commissione globale per la politica sulla droga.
"Il contrasto alla tossicodipendenza - spiega Giovanardi - ha tenuto il consumo, pur sempre preoccupante, a percentuali neanche lontanamente paragonabili, ad esempio, a quella di sostanze come il tabacco. Come spesso viene ricordato, all'inizio del '900 il consumo di droga era molto piu' alto di quanto sia adesso". Inoltre, continua, "questi signori sono rimasti indietro, gli sono sfuggiti i progressi delle neuroscienze che hanno mostrato i danni cerebrali provocati dalle sostanze stupefacenti, dall'eroina e dalla cocaina ma anche dai derivati della cannabis".
"L'idea che ci sia la possibilita' di drogarsi e di andare in giro 'fatti', provocando incidenti stradali, danni a terze persone, danni sanitari - continua - non sta ne' in cielo ne' in terra. Nelle conferenze internazionali non c'e' traccia di posizioni come questa. Nessun paese al mondo la assume, e i pochi paesi tolleranti come l'Olanda stanno facendo marcia indietro sull'uso della cannabis". "E poi che vuol dire legalizzare? Che si puo' dare la droga ai ragazzini, che la si puo' diffondere nelle scuole? Un recente studio statunitense fatto su un milione di giovani dimostra che quando c'e' allarme sui danni provocati dalla droga il consumo cala, mentre quando vengono trasmessi messaggi tolleranti i consumi aumentano" conclude il sottosegretario.

"E' sulla scia del documento della Fondazione Drug and Democracy degli ex presidenti sudamericani, uscito un anno fa, che proponeva un cambio di paradigma rispetto alla questione droga": cosi' Franco Corleone, segretario di Forum Droghe, commenta il rapporto.
Secondo Corleone - che insieme a Grazia Zuffa ha curato l'edizione italiana del volume della Fondazione inglese Transform "Dopo la guerra alla droga. Un piano per la regolamentazione legale delle droghe" - e' una linea "che si sta sviluppando e che in Italia come Forum Droghe sosteniamo da anni". "Solo i ciechi - spiega - possono continuare a perseguire una linea come quella della guerra infinita. Occorre immaginare nuove politiche. Nel libro c'e' un piano di legalizzazione di tutte le droghe, ovviamente una regolamentazione non anarchica e diversa a seconda delle sostanze".
"Nel mondo - continua Corleone - anche persone che in passato hanno avuto responsabilita' di governo, e non quindi militanti dei centri sociali, si pongono il problema che questa politica e' solo a vantaggio delle organizzazioni criminali, produce danni alla salute dei giovani (perche' si continuano a diffondere sostanze non controllate e pericolose) e una implementazione del sistema penale che provoca emarginazione e riempie le carceri di consumatori e tossicodipendenti. Questo vale in primo luogo per Italia, che e' alla retroguardia di tutto" conclude.

“Verrà un giorno in cui Giovanardi, Gasparri e Meluzzi dovranno andare in comunità per disintossicarsi dal proibizionismo.” E’ con questa irriverente profezia che il presidente di Radicali Italiani, Silvio Viale, saluta le conclusioni della Commissione globale per la politica sulla droga, il cui rapporto verrà presentato oggi a New York e che raccoglie le posizioni che Marco Pannella e i radicali sostengono da decenni.
Silvio Viale, che è stato eletto al Consigliere Comunale di Torino nel gruppo del PD, ha dichiarato:
“Si tratta di prendere atto dei danni causati delle politiche proibizioniste che continuano ad alimentare una spirale impotente tra i business della droga e dell’antidroga. Non si tratta di negare trattamenti adeguati ma di evitare un danno maggiore per i consumatori e per la società. Di certo dopo il rapporto della Commissione globale per la politica sulla droga nulla potrà rimanere come prima. Del resto il famigerato “kit antidroga gratuito” di Milano non ha portato gran fortuna alla Moratti. In attesa di auspicabili sviluppi legislativi, mi aspetto che si riduca l’ostilità verso le proposte di politiche di riduzione del danno, come ad esempio le narcosale, evitando di limitarsi ad un ciclico abbaiare contro il Tossic Park di turno. In assenza di iniziative legislative adeguate occorre creare subito Agenzie Comunali e Regionali per la riduzione del danno.

A PRESTO CON UN ALTRO POST SULLO STESSO ARGOMENTO, CON ALCUNE MIE CONSIDERAZIONI!

martedì 19 aprile 2011

Uruguay: una situazione simile all'Italia ma che si sta evolvendo in senso anti-proibizionista


Droghe e politica, l’erba dell’Uruguay è più verde

corleone.pngFranco Corleone scrive sulla proposta di legalizzazione della coltivazione della canapa nel paese sudamericano per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 13 aprile 2011. Vai allo speciale sulla politica delle droghe in Sud America su fuoriluogo.it.
Fonte: Il Manifesto, di Franco Corleone 13/04/2011
Dall’Uruguay giunge la notizia della presentazione in Parlamento di una proposta di legge per la legalizzazione della coltivazione per uso personale della canapa.
L’Uruguay è un paese che ha abbandonato la war on drugs e recentemente ha avuto una svolta politica progressista. La legge non criminalizza l’uso personale di droghe e il governo dà la priorità al perseguimento dei grandi spacciatori invece di concentrare risorse ed energie contro i pesci piccoli. Nell’ultimo decennio, si è mostrata una certa larghezza di vedute soprattutto verso la marijuana: la norma non punisce il possesso di un cosiddetto “ragionevole quantitativo” per consumo personale, la cui legittimità è affidata alla discrezionalità del giudice. Dal 2007, diversi gruppi di attivisti pro-canapa hanno aperto un confronto con le autorità per chiedere la legalizzazione della auto coltivazione.
La vicenda è però esplosa nello scorso gennaio quando una giudice, Adriana Aziz, ha imprigionato Alicia Castilla, nota militante, autrice di due volumi sulla cultura della canapa e che pubblica ogni anno un Almanacco sulla coltivazione biodinamica della marijuana.
E’ così scoppiata la contraddizione di una legge che contemporaneamente vieta la coltivazione e ammette il possesso di una “ragionevole” quantità di sostanza per il consumo privato.
Il 24 febbraio si è svolta una manifestazione davanti alla Suprema Corte per la liberazione di Castilla e di altri 350 persone condannate per il possesso di piccole quantità di marijuana. Il portavoce della Suprema Corte Raul Oxandabarat in una conferenza stampa ha ammesso l’esistenza di un vuoto legislativo e lo Zar antidroga Milton Romani ha riconosciuto che “non è prudente incarcerare una donna che chiaramente non costituisce alcun pericolo per la salute pubblica”. Immediatamente la politica ha battuto un colpo: il deputato Sebastian Sabini del Movimento di partecipazione popolare (MPP), ha presentato una proposta di legge per la legalizzazione  della canapa,  stabilendo la liceità del possesso fino a 25 grammi e della coltivazione domestica fino ad otto piante femmine. Sabini è un esponente del maggior partito della coalizione di governo e ha trovato l’accordo con Nicolas Nunez, leader del Partito Socialista. Anche parlamentari dell’opposizione hanno predisposto un testo di riforma ma lasciando al giudice la valutazione sulla destinazione della sostanza detenuta, se per uso o per spaccio.
Sono interessanti le analogie con la situazione giuridica italiana, in ambedue i paesi le norme ricalcano i trattati Onu: l’articolo principale (il 73 della legge italiana, il 3 di quella uruguayana) criminalizza indiscriminatamente tutte le condotte, dal traffico, alla coltivazione, al possesso. Le norme che in Uruguay depenalizzano il possesso di “ragionevoli quantità” (in Italia infliggono solo punizioni meno drastiche) si presentano come una sorta di “eccezione” alla norma generale e rimane la questione se la coltivazione ad uso personale debba essere equiparata alla detenzione. In Italia, una recente sentenza del tribunale di Milano stabilisce l’equiparazione, nonostante altre sentenze della Cassazione di segno ( ne ho scritto sul manifesto, 11/2/ 2010).
Quanto alla politica, il capo del Dipartimento antidroga italiano, Giovanni Serpelloni si diletta a commissionare studi sui pretesi danni dell’uso di cannabis, mentre nel mondo si ragiona su come eliminare i danni certi prodotti dall’incarcerazione per una sostanza a minor rischio come la marijuana. Carlo Giovanardi (cui si deve l’approvazione della legge che ha equiparato tutte le droghe e che ha contribuito a riempire le galere di tossicodipendenti e di presunti spacciatori) sostiene che in Italia il consumo non è penalizzato, ma sanzionato solo in via amministrativa. Non è così, perché la detenzione di una quantità superiore a quello stabilita dal governo (tramite semplice decreto del ministro della sanità) apre le porte delle prigioni (da sei a venti anni di carcere, da uno a sei solo in caso il giudice riconosca la “lieve entità” del reato).
Qualche anno fa, Ethan Nadelmann, direttore della Drug Policy Alliance, intitolava un saggio sulla politica globale delle droghe “L’Europa ha qualcosa da insegnare all’America”. Dopo l’autorevole appello dei tre ex presidenti sudamericani Cardoso, Gaviria, Zedillo a superare la “guerra alla droga”, dopo la richiesta di Evo Morales di emendare i trattati Onu per legalizzare la foglia di coca, possiamo dire: l’Europa ha qualcosa da imparare dall’America Latina.

venerdì 25 marzo 2011

La scienza boccia nettamente l'idiozia probizionista

Diamo la parola alla scienza contro le mille bugie e mistificazioni del proibizionismo.



Dal sito www.fuoriluogo.it


Se la scienza boccia il proibizionismo

LA BECKLEY FOUNDATION PRESENTA UNO STUDIO DI VALUTAZIONE DELLE POLITICHE INTERNAZIONALI DELLA CANNABIS
Fonte: Fuoriluogo, di Grazia Zuffa 26/10/2008
Agli inizi di ottobre, è stato presentato a Londra nella prestigiosa sede della Camera dei Lord il rapporto sulla canapa della Beckley Foundation, redatto da una Commissione speciale composta da esperti internazionali al più alto livello. La mission della Beckley Foundation è gettare un ponte fra la ricerca e coloro che devono prendere le decisioni politiche, offrendo materiali e spunti di riflessione sostenuti da evidenze scientifiche: il rapporto sulla canapa si propone di operare una valutazione sull’efficacia delle politiche globali di proibizione. Sulla base dei dati e delle evidenze raccolte dagli studiosi della Commissione speciale, il responso sulle attuali politiche è netto: non ci sono evidenze a supporto delle attuali politiche, mentre molte sono le conseguenze negative. Non c’è prova che lo strumento penale serva a contenere i consumi, mentre chiaramente «provoca danno alle tante persone che vengono arrestate, e spesso la repressione è applicata ingiustamente a sfavore dei giovani e delle minoranze etniche». Da qui la raccomandazione: passare dalla proibizione ad un sistema di controllo e di regolazione legali, seguendo l’obiettivo di minimizzare i danni per la salute e dunque prevenendo i comportamenti più rischiosi (l’uso intensivo quotidiano, l’uso in età precoce, la guida in stato di intossicazione). ?È il rilancio della legalizzazione, non come tema “ideologico” (come ormai da diversi anni si usa dire), ma come tema scientifico, attraverso un’accurata revisione delle più recenti ricerche e studi di valutazione.
Non sfugga l’originalità, finanche l’audacia dell’approccio: non solo perché il dibattito politico-mediatico si concentra unicamente sulla nocività della sostanza (in particolare sul rapporto con la malattia mentale), trascurando i malanni delle politiche; ma anche perché il “pugno duro” gode ancora di una certa popolarità presso l’opinione pubblica – riconosce onestamente il rapporto. Siamo ad uno stallo: ai radicali cambiamenti nei mercati e nei consumi dai tempi in cui il sistema di proibizione fu varato, non corrisponde alcuna innovazione politica, almeno a livello globale.
A Vienna, nel marzo 2009, i capi di governo di tutto il mondo si riuniranno per la valutazione decennale della strategia antidroga lanciata all’assemblea generale dell’Onu del 1998. Si può perdere questa occasione per rilanciare la riforma delle politiche sulla canapa? Per la Beckley Foundation non si può e il rapporto vuole essere un sasso nello stagno di Vienna.
Vediamo più da vicino in che cosa consiste lo “stallo”. In primo luogo, persiste, in certi casi si accentua, il divario fra scienza e politica. Un caso emblematico è la vicenda della classificazione del dronabinolo (il Thc sintetico): in parole povere, il principio attivo della canapa. Come si sa, le sostanze vietate dalle convenzioni internazionali hanno in genere un uso medico, dunque sono inserite nelle tabelle a seconda del loro valore terapeutico. Poiché la questione riguarda il campo sanitario, la competenza tecnica circa l’inserimento o lo spostamento delle sostanze nelle tabelle è in capo alla Oms, mentre alla Cnd (Commission on Narcotic Drugs), l’organismo politico cui partecipano gli stati membri, spetta la ratifica formale. Nel 2002, la Oms raccomandò lo spostamento del dronabinolo dalla tabella II alla IV, ossia alla tabella meno restrittiva, in seguito ad una attenta rivalutazione del valore medico della canapa. Ma il direttore dell’agenzia Onu sulle droghe persuase la dirigenza dell’Oms a non inoltrare la raccomandazione alla Cnd per «non mandare il messaggio sbagliato». La Oms ripiegò sulla strategia dei piccoli passi e nel 2006 chiese di riclassificare il dronabinolo nella tabella III. Alla Cnd del 2007, chiamata a prendere la decisione finale, lo Incb (International Narcotics Control Board) attaccò la raccomandazione. Lo Incb è l’organismo deputato a sorvegliare l’applicazione delle convenzioni internazionali e non ha alcun compito né competenza scientifica in merito agli usi medici delle sostanze psicoattive: ciononostante, la Cnd rinviò il parere alla Oms perché lo rivedesse «in accordo con lo Incb».
Ancora più clamorosa è la decisione del governo britannico di riclassificare la canapa contro il parere dell’organismo di consulenza scientifico del governo stesso, lo Acmd (Advisory Council on the Misuse of drugs). Nel 2004, dietro indicazione del suo organo tecnico, il Regno Unito aveva spostato la canapa nella tabella C (alleggerendo così l’impatto penale sui consumatori). Da allora, il governo si è rivolto per ben due volte allo Acmd, spaventato dalla campagna allarmistica sulla canapa come causa di schizofrenia. E per ben due volte, lo Acmd ha riesaminato le più recenti evidenze, riconfermando la giustezza della classificazione della canapa come sostanza a minor rischio, fra quelle legali e illegali. L’ultimo documento dello Acmd risale all’aprile del 2008, ma poco tempo dopo Gordon Brown ha deciso di procedere lo stesso allo spostamento in classe B, col risultato di un sostanziale innalzamento delle pene.
Sfogliando il ponderoso rapporto, accanto ad argomenti noti quali la valutazione dei rischi farmacologici, troviamo spunti inediti. La canapa ha un impatto modesto sulla salute pubblica: un recente studio australiano ha cercato di comparare il peso negativo della canapa in confronto ad altre sostanze, attribuendole il punteggio più basso (0,2%) rispetto al 2,3% per l’alcol e al 7,8% per il tabacco. Il mercato della canapa ha caratteristiche diverse da quello di eroina e cocaina perché la sua produzione non è concentrata in zone ristrette bensì diffusa in 134 paesi, fra cui molti dei paesi occidentali dove si consuma. È diffusa anche l’auto-coltivazione. In larga parte la sostanza circola attraverso le reti amicali: una ricerca americana del 2006 mostra che la maggioranza dei consumatori acquista la canapa da amici (l’89%) o la ottiene da loro gratuitamente (59%). Ciò riconferma che la canapa è ormai ritualizzata come droga ricreazionale in occasioni sociali, in maniera sempre più simile all’alcol.
A questo quadro di “normalizzazione” sociale, fa da contraltare una sproporzionata pressione repressiva. In tutto il mondo si arresta di più per la canapa che per le altre sostanze, unanimemente considerate più pericolose: ad esempio, in Australia nel periodo 1995-2000, gli arresti per canapa costituivano i tre quarti del totale degli arresti per droga; in Germania, nel 2005, sono stati il 60% del totale, mentre gli arresti per il solo consumo di canapa assommavano al 45% del totale. Non solo: la pressione poliziesca è aumentata dagli anni ’90 in poi, sia nei paesi del “proibizionismo totale”, come gli Usa, sia (sorprendentemente) in quelli che hanno cercato vie più “morbide” per l’uso personale (eliminando il carcere e ricorrendo a multe o altre sanzioni amministrative). Anzi, sembra proprio che ci sia un comportamento delle forze dell’ordine atto a “controbilanciare” l’alleggerimento penale: è il fenomeno del net widening (“allargamento delle reti”) per catturare un maggior numero di consumatori.
Il quesito chiave per superare l’impasse riguarda il ruolo che la repressione gioca rispetto al contenimento dei consumi: gli arresti servono a scoraggiare i consumatori? Abbiamo evidenze che la punizione sia più efficace a ridurre i consumi di un sistema di depenalizzazione o decriminalizzazione dell’uso personale? Sembrerebbe di no anche se sono pochi gli studi condotti sinora in questo campo. Nel 2004, fu pubblicata una ricerca condotta dai sociologi Reinermann e Cohen su due campioni paragonabili di consumatori di Amsterdam e San Francisco, in due paesi dalle politiche opposte. I modelli di consumo risultavano largamente simili, suggerendo la limitata rilevanza delle politiche penali nel modulare i consumi ? (cfr. Fuoriluogo, settembre 2004).
Interessante anche l’analisi sulle misure di “proibizionismo parziale”, con la sostituzione di sanzioni civili al posto di quelle penali. Se si evita il danno del carcere, rimane pressoché intatto lo stigma del drogato, con i problemi sul lavoro e in famiglia in cui il consumatore può incorrere. Senza contare che la depenalizzazione dell’uso da sola non influisce sulla deregulation dei mercati illegali, dunque rimane la preoccupazione per la salute dei consumatori. Basterà il responso della scienza a smuovere le acque com’è nell’auspicio della Beckley? «La repressione è un articolo di fede per la maggioranza dei politici», ha detto qualcuno alla presentazione del rapporto. Difficile ahinoi dargli torto.
Grazia Zuffa

LEGALIZE CANNABIS

Questo è un blog "eretico", dove voglio dare spazio a tutte le forme alternative di società, agli ideali di cambiamento, alle rivendicazioni di nuovi e vecchi diritti. Per questo l'antiproibizionismo è un tema che troverà parecchio spazio. Pensiamo infatti che la narrazione e l'approccio delle "war on drugs" siano le premesse che Reagan, ma ancor prima di lui Hoover e Nixon, hanno posto per creare quel clima di militarizzazione delle città e di internazionalizzazione delle forze con compiti di polizia, che è stato fondamentale per creare le società del controllo attuale, locale e globale.
Pubblichiamo qui un appello ad un convegno che si terrà Domenica 3 Aprile a Bologna e che ritorna sulla necessità di incominciare a spezzare il proibizionismo partendo dalla legalizzazione della cannabis, pianta innocua, dalle alte potenzialità mediche e anche per questo, ancora osteggiata da numerose lobby. Grossi progressi su questo fronte sono stati fatti sia a livello di legislazioni nazionali, che a livello culturale e scientifico.

Dal sito: http://retedeicittadini.it/?p=10557&cpage=1#comment-5733

Canapa: legalizziamo?


“BASTA ESSERE CONSIDERATI CRIMINALI O PERICOLOSI DROGATI!
BASTA ARRICCHIRE LE MAFIE ED IL NARCOTRAFFICO!
BASTA PROIBIRE UNA PIANTA BENEFICA PER L’UOMO E PER L’AMBIENTE!
NON SIAMO TOSSICODIPENDENTI! NON SIAMO CRIMINALI!
ORA BASTA! FERMIAMO LA FOLLIA DEL PROIBIZIONISMO!“
Con queste parole l’associazione ASCIA lancia l’appuntamento dell’Assemblea nazionale per la regolamentazione della coltivazione domestica della canapa
3 APRILE 2011 dalle ore 9,00, nella Sala Piazza in via Marco Polo n° 51 (presso il centro civico – zona LAME)
All’Assemblea, affermano gli organizzatori, parteciperà tutto il fronte antiproibizionista e sono stati invitati rappresentanti dei partiti politici d’opposizione, realtà sociali e sindacali, ricercatori ed operatori del settore ed anche le forze proibizioniste che per ora non ci hanno degnato di risposta.
Si invita tutta la cittadinanza interessata.
Cogliamo l’occasione per ricordare un appello della stessa associazione:
“NON SIAMO CRIMINALI. PRETENDIAMO GIUSTIZIA
A 50 anni dall’inizio del divieto mondiale della canapa (Single Convention on Narcotics, 1961) e a 5 anni dall’approvazione della modifica della legge sulle droghe voluta dal governo Berlusconi (“stralcio Giovanardi”, 2006, Legge 49/06 che ha modificato il DPR 309/90), è giunto il momento di porsi delle domande.
In nome di un teorico divieto a drogarsi, immense risorse vengono impiegate per mandare in carcere persone che hanno coltivato canapa per uso personale e intanto, nelle strade delle città di tutta Italia, la canapa (cannabis o “marijuana”) e i suoi derivati (hashish o “fumo”) sono reperibili con estrema facilità, spesso tagliati con sostanze chimiche misteriose e venduti a prezzi esorbitanti su un mercato nero fuori controllo.
Porre la canapa sullo stesso piano di tutte le altre sostanze vietate, inoltre, favorisce e asseconda, anche fra i giovanissimi, la diffusione di altre droghe illegali (cocaina, eroina, crack, amfetamine, ketamina, MDMA, etc…) e legali (alcol, tabacco, psicofarmaci) sicuramente più pericolose.
Così, mentre parte dell’economia legale si basa sulla pubblicità e sulla vendita di bevande alcoliche e sigarette, delle quali, peraltro, non sono noti gli ingredienti, sul mercato delle sostanze proibite fioriscono mafie di ogni genere, ingrassate dai milioni di euro che ogni giorno finiscono nell’economia illegale.
Le vittime di questo circolo vizioso sono onesti cittadini, studenti, professionisti, artigiani, operai, artisti, intellettuali, imprenditori, agricoltori e pensionati, che vengono criminalizzati per il semplice fatto di essere estimatori di una pianta.
Ora, se la criminalizzazione di un comportamento privato è una grave violazione delle libertà personali già di per sé inaccettabile, ancor più repressivo è l’accanimento della legge Berlusconi-Fini-Giovanardi contro chi ha deciso di coltivare canapa in proprio per non finanziare le mafie.
Per la legge italiana infatti, coltivare una pianta di canapa o possederne più della quantità massima prevista dalla legge equivale a spacciare e implica pene dai 6 ai 20 anni di carcere.”
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