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sabato 5 novembre 2011

Articoli pubblicati da Paolo Gonzaga sulle elezioni tunisine, sito di SEL Lombardia, e sulle elezioni egiziane con uno sguardo particolare al rapporto tra salafiti e Fratelli Musulmani, pubblicato su Nena News

E ritorniamo con il link ad un articolo del nostro Paolo Gonzaga. Articolo pubblicato sul sito regionale di SEL Lombardia, sez. Internazionale e riguardante le elezioni tunisine. Ora Paolo Gonzaga fa parte del Forum Internazionale di SEL Lombardia, strumento di cui SEL ha iniziato a servirsi per approfondire le tematiche internazionali, in particolare riguardo al mondo arabo in fermento e alle rivoluzioni arabe....


Oltre a questo, il nostro Gonzaga, autore, ricordiamo, di un libro di grande successo pubblico sulla rivoluzione egiziana e sull'islam politico, inaspettato successo editoriale per una piccola casa editrice come Ananke, "Islam e democrazia-i Fratelli Musulmani in Egitto", ha pubblicato proprio sull'argomento delle elezioni egiziane, sul sito di Nena News, questo bellissimo articolo a cui mettiamo il link.


Ci aggiorniamo a prestissimo.

martedì 4 ottobre 2011

EMERGENZA CARCERI E LEGGE FINI-GIOVANARDI: dobbiamo agire subito!






EMERGENZA ENDEMICA DEL SISTEMA CARCERARIO ITALIANO, non sarà che abbiamo la legge sulle droghe più proibizionista d'Europa, e un sistema giudiziario classista? Per un falso in bilancio che può mandare in rovina numerose famiglie non c'è più reato,  i reati da "colletti bianchi" non vengono nemmeno perseguiti ormai in Italia se non da un pugno di magistrati eroici, che poi sono puntualmente attaccati come "toghe rosse" (lo sapesse il popolino che reitera il ritornello imparato in Tv che quei magistrati lo stanno difendendo dai soprusi di colui che vorrebbe una giustizia con severità accelerata verso il basso, cioè prigioni solo per cittadini normali, meglio se poveri)  perché il nostro infame Presidente del Consiglio Berlusconi è a capo di una associazione a delinquere che ovviamente mal tollera ogni legge che urti gli interessi dei suoi soci, ormai "padroni", pirati della finanza legati a doppio capo con le mafie e con le logge piduiste più corrotte. Ed intanto le prigioni si riempiono di poveracci! Il 37% per droga!!!

EMERGENZA CARCERI E LEGGE FINI-GIOVANARDI: dobbiamo agire subito!
L’emergenza carceri in Italia è un drammatico argomento di cui non si parla adeguatamente. Saggiamente il Presidente della Repubblica,  Napolitano, ha appena espresso la vergogna a cui si espone l’Italia trattando così chi viene a trovarsi in una situazione di carcerazione, spesso per reati minori o semplicemente in attesa di giudizio. (quindi per la giurisprudenza, da innocente, essendo ogni accusato colpevole solo dopo i 3 gradi di giudizio). Pannella digiuna chiedendo un’amnistia che sappiamo già essere impossibile. In un’Italia in rovina non può non venire a mente la celebre frase di Voltaire sul grado di civiltà dei popoli che si rispecchia nelle condizioni e nel livello di vivibilità delle prigioni nazionali, ed oggi in Italia secondo l’associazione Antigone, che proprio di carceri si occupa, la situazione è quella illustrata drammaticamente poco più avanti in questo articolo. La prima cosa da fare per ridurre questo affollamento viene indirettamente indicata ad un certo punto del rapporto, con la frase da me sottolineata: il 37% delle persone in carcere sono lì per violazione della legge sulle droghe, cioè la criminale legge Fini-Giovanardi.        
“Al momento ci sono nei penitenziari italiani ben 67.174 detenuti ma solo 45.551 posti letto. Spesso i 'ristretti' trascorrono quasi tutto il giorno in celle minuscole, in condizioni igieniche precarie e a temperature altissime.
Le docce, spesso, sono utopia. Si possono usare a turno e solo per pochi minuti, poche volte alla settimana. Nel rapporto Antigone si legge che la popolazione carceraria è aumentata del 50% dal 2007 al 2010 (da 44mila a 67mila persone) ma le risorse a disposizione sono calate da 3 miliardi e 95 milioni di euro a 2 miliardi 770 milioni.[1]
Un 37% di persone è in carcere per violazione della legge sulle droghe”
E terminiamo così la citazione dell’ottimo rapporto dell’associazione Antigone, con un altro dato:  Nel rapporto si legge che la popolazione carceraria è aumentata del 50% dal 2007 al 2010 (da 44mila a 67mila persone) ma le risorse a disposizione sono calate da 3 miliardi e 95 milioni di euro a 2 miliardi 770 milioni.
Bene, se guardiamo all’impennata di incarcerazioni dal 2007 al 2010, (e ancora non ci sono i dati ma sta avvenendo in maniera esponenziale, per cui per il 2011 aspettiamoci numeri ancora più alti) coincide perfettamente con l’avvento della Fini-Giovanardi. E se vogliamo dei dati che indichino qualcosa in questo senso, ci sono “Fuoriluogo” e il “Forum Droghe”[2] che ci forniscono dei dati che parlano da soli . Ed ecco cosa ci dicono:
L’impatto della legge antidroga sul carcere:
- “Aumentano gli ingressi in carcere per droga in rapporto al totale degli ingressi: dal 28% del 2006 al 31% del 2010”
- “Aumentano le denunce, specie per art.73 (detenzione ai fini di spaccio): da 33.056 nel 2006 a 39.053 nel 2010. Di queste più del 40% (16.030), sono per la cannabis”
Poiché la Fini-Giovanardi stabilisce delle quantità massime per ogni sostanza oltre le quali qualsiasi detenzione è considerata ai fini di “spaccio”, [3] basta possedere 2 spinelli (per l’hashish la dose massima è 0,5, uno spinello esattamente), o 2 dosi di eroina, o poche più di cocaina, o 2 pastiglie di estasi e si è accusati di “detenzione ai fini di spaccio”. Grazie anche a questi numeri, possiamo immaginare la macelleria sociale che sta provocando questa legge: quanti poveracci che non fanno male a nessuno richiusi in carceri sovraffollate, dove probabilmente verranno in contatto con mafiosi e spacciatori di professione. La legge Fini-Giovanardi è una legge fabbrica carcerati, deve essere almeno emendata al più presto, prima che le carceri scoppino, tra l’altro restituendo molti agenti a compiti più seri, come la lotta contro le mafie che ormai prosperano tanto al Nord quanto al Sud.  
“Raddoppiano i detenuti presenti in carcere per l’art.73 (quindi per violazione della Fini-Giovanardi- ndr): 14.640 nel 2006 contro 27.294 nel 2010.”
“Raddoppiano gli ingressi dei tossicodipendenti sul totale degli ingressi: dal 27% nel 2006 al 28,4% del 2010.
Ecco che balza evidente che per trovare una soluzione al problema del sovraffollamento almeno una riforma della legge Fini-Giovanardi sia necessaria, in attesa di avere un Parlamento che possa fare una nuova sulle droghe e sostanze psicotrope in generale, che sia completamente opposta all’impianto repressivo della Fini-Giovanardi, che legalizzi la cannabis e applichi politiche di prevenzione e riduzione del danno per le droghe.
Una riforma possibile della Fini-Giovanardi sarebbe quella di eliminare le dosi minime e rimettere al centro il concetto di uso personale, che può anche essere abuso, ma non è spaccio. Che consenta l’assoluzione quando non ci siano prove di spaccio (e che la cessione tra amici non sia considerata spaccio) e che inoltre faccia differenza tra il piccolo spacciatore di strada o poco più, dal mafioso che traffica in grandi quantità. Anche per questo è necessario non solo legalizzare, ma incentivare l’autocoltivazione: con numerosi milioni di italiani che usano cannabis, le mafie perderebbero miliardi e miliardi di euro se i consumatori di cannabis potessero autocoltivarsela o comprarla da amici che la coltivano, o in negozi appositi.      
E allora spetta a noi consapevoli, ai cittadini, ai comitati, all’associazionismo, ai movimenti, agli operatori del settore, a tutte le persone ragionevoli, e non chiuse da cieco furore ideologico, alla società civile e ai partiti, chiedere la modifica della Fini-Giovanardi: togliamo la quantità minima, e vediamo quali altri aspetti della legge si possano modificare in senso antiproibizionista. Spetta anche ad un dibattito collettivo scoprire come e a che obiettivi realisticamente puntare oggi, nel quadro politico attuale, se invece non sia più conveniente puntare aad una legge nuova direttamente ma temo che i tempi non siano maturi. Ma muoviamoci, perché quello che accade è scandaloso, una vergogna per tutti noi. Muoviamoci perché chi è in cella in attesa di giudizio perché magari  fermato con 5 grammi di hashish non può più aspettare, non é giusto che debba ancora aspettare e tanti altri siano destinati in futuro ad altrettanto, perché avere delle prigioni perlomeno dignitose e rispettose sempre della dignità umana è una pre-condizione di civiltà. Costruiamo un grande movimento, che unifichi su questo tema tutti coloro che aderiscono a questa istanza di civiltà, la società civile, le realtà sociali e politiche....ad una lotta doverosa, e che ha senz’altro possibilità di successo, visto che ormai non c’è più nessuno che possa negare la condizione disumana in cui si trovano le nostre carceri. Amnistie e indulti oltre ad essere operazioni dal respiro troppo breve a volte sono anche dannose, oltre ad essere troppo lontane da qualsiasi possibilità di realizzazione. Perciò operiamo in questa direzione, concentriamo gli sforzi su questa battaglia, concentriamoci sul possibile in una situazione di emergenza: chiediamo la modifica della Fini-Giovanardi, con l’abolizione delle quantità minime, riduzioni di pena, e possibilità di auto coltivazione. Per iniziare una battaglia simile é necessario che ci sia una realtà, un partito, credibile e autorevole che offre visibilità alla lotta e credo che non possa che essere Sinistra Ecololgia Libertà, già da tempo impegnata seriamente su entrambi i fronti, sia il problema carceri, sia antiproibizionismo per la cannabis e riduzione del danno per le droghe. Proviamoci! 
Paolo Gonzaga


[1] Fonte: http://www.clandestinoweb.com/sondaggi-da-tutto-il-mondo/972291-carceri-rapporto-antigone-aumentano-i-detenuti-e-diminuiscono-le-ri.html

[2] http://www.fuoriluogo.it


[3] In realtà meccanismo già bocciato dai referendum del 1993 con l’abolizione delle dosi minime previste dalla Craxi-Jervolino-Vassalli.

venerdì 16 settembre 2011

SULLA SINISTRA EGIZIANA GIOVANILE


Come promesso, riportiamo gli articoli che Paolo Gonzaga, uno degli autori principali di questo blog collettivo, sta pubblicando sul suo nuovo blog personale:

http://paologonzaga.wordpress.com/




Unione Giovani Socialisti 

Egiziani: i primi due comunicati  ufficiali


Voglio cominciare, parlando di sinistra in Egitto, da quella che é una delle novità più dirompenti sulla scena egiziana: i giovani della sinistra militante, ragazzi e ragazze attivi nei partiti o comunque nell’area della sinistra egiziana, che fanno attività studentesca, sindacale, di lavoro politico, sociale, culturale, e di opposizione alle logiche neo-liberiste di cui l’Egitto di Mubarak è stato un laboratorio mondiale. (anche se per rendere più comprensibile il quadro, accennerò anche a quelle che sono le formazioni principali della sinistra egiziana attuale) Questi ragazzi e ragazze si sono riuniti sotto la sigla “Unione dei Giovani Socialisti Egiziani” e sono stati i protagonisti della rivoluzione, anche se non sono in tanti a saperlo. Infatti i telegiornali di tutto il mondo erano troppo occupati a parlare di “rivoluzione di facebook”, per rendersi conto del sudore e del sangue versato da centinaia di egiziani di ogni classe sociale, ma in gran parte del proletariato urbano, perché se poi gli slogan sono diventati via via con il crescere ella rivoluzione più incentrati su democrazia e diritti, all’inizio si parlava più di pane e di rivendicazioni economiche e le basi della rivolta covavano da tempo nei distretti industriali attorno al Cairo, dove un operaio guadagna 700 lire egiziane al mese, cioè circa 90 euro al mese, e dove ancora oggi si sta lottando per portare questo che é il salario minimo a 1.200 lire egiziane, circa 140 euro. Invece tutti noi, grazie ai mass-media mondiali, conosciamo il “Movimento 6 Aprile”, che diede il via alla rivolta, e a cui bisogna comunque essere grati per il coraggio, la determinazione, la testardaggine e la preparazione con cui sono riusciti a far sollevare un popolo (movimento di cui parlo ampiamente nel mio libro sulla rivoluzione egiziana “Islam e democrazia – i Fratelli Musulmani in Egitto”) . La rivoluzione ebbe inizio infatti con la manifestazione che il “Movimento 6 Aprile”- composto da molti blogger e da giovani di ogni credo politico, quasi sempre laico, spesso semplicemente “democratici” – organizzava ogni anno in occasione della “Festa della Polizia” , una contro-manifestazione in sostanza, per denunciare le torture e gli arbitrii polizieschi. – Mi hanno personalmente confermato alcuni attivisti con ruoli di responsabilità nel gruppo, che con la manifestazione del 25 Gennaio di quest’anno ebbero un successo inaspettato, ma molti di noi non sanno che tra questi primi rivoluzionari, c’erano i giovani della sinistra, i giovani dell’”Unione Giovani Socialisti Egiziani”. Ancora non erano nati come sigla giovanile, e operavano in gruppi legati ai partiti e a movimenti della sinistra, nel Tajammu’ , nei giovani dei socialisti rivoluzionari, nei movimenti studenteschi e molto spesso in collaborazione con i giovani del “6 Aprile”. Molti non sanno che, quella saldatura sociale vincente tra studenti ed operai fu ciò che portò alla rivoluzione e che continua ancora oggi perché la rivoluzione non si é ancora realizzata appieno. La saldatura che portò a interagire e a far lavorare insieme, sin dal 2006 con i primi grossi scioperi operai ,giovani studenti, giovani disoccupati, giovani precari, e movimento operaio – in particolare inizialmente nel distretto industriale di Mahalla, ma poi presso tutte le città industriali che circondano Il Cairo e non solo, e a Suez. Oggi a Suez gli operai, ormai consapevoli dei propri diritti e finalmente liberi di formare sindacati indipendenti, diritti ottenuti dopo la rivoluzione, sono perennemente in lotta, issano degli striscioni con scritto “Gli operai hanno sempre ragione,  non il cliente”. La lotta per l’aumento del salario minimo si é fatta ancor più intensa. E’ quindi importante sottolineare il merito dei giovani socialisti e di sinistra che furono i primi, assieme al “Movimento 6  Aprile”, ad intraprendere questa strada che poi portò alla cacciata di Mubarak. Oggi i Giovani Socialisti lavorano assieme ai nuovi sindacalisti eletti liberamente ed entusiasti, decisi a fare al meglio il loro lavoro e arrabbiati perché dal punto di vista sociale ed economico gli egiziani stanno sempre peggio, la povertà aumenta e l’Egitto ha bisogno di un rapido e reale cambiamento. I giovani socialisti, comunisti, socialisti, della sinistra in generale, sono tanti, attivi, entusiasti e soprattutto, come vedremo dal primo comunicato, che ho l’onore di aver tradotto per loro, (così come il secondo), non hanno nessuna intenzione di lasciarsi indebolire dalle solite liti che avvengono nei e tra i partiti della sinistra. Infatti il principale, più antico e storico partito della sinistra Egiziana, “Al Tajammu’ al Taqaddumi”, “Il Raggruppamento Progressista”, chiamato da sempre e da tutti semplicemente “Tajammu’” (Raggruppamento”), la cui antica sede in centro del Cairo ho visitato più volte, e in cui fa bella mostra  una foto di Che Guevara assieme ai dirigenti egiziani del partito degli anni ’70, ha subito recentemente una scissione da cui é nato un nuovo partito che si chiama “Alleanza Popolare Socialista”. Poi c’è il piccolo “Partito Comunista Egiziano”, poi il “Partito Socialista Rivoluzionario” e sono in via di formazione altri partiti di sinistra. Ebbene, i giovani della sinistra hanno by-passato tutti questi partiti in cui la stragrande maggioranza di loro milita,  raggruppandosi in un’unione giovanile che gli permette, mantenendo la propria identità, di agire collettivamente aldilà degli interessi immediati delle varie nomenklature di partito. Questo lo vediamo con il primo Comunicato che hanno pubblicato sulla loro pagina facebook: http://www.facebook.com/notes/union-of-egyptian-socialist-youth/primo-comunicato-la-nostra-unione-%C3%A8-una-missione-rivoluzionaria-e-patriottica/259988260688953
Unione Giovani Socialisti Egiziani (Ittihad al Shabaab al Ishtirakii)
Comunicato di fondazione dell’Unione (16 Marzo 2011)
 Bayyan al Awwal…….: Primo Comunicato: La nostra unione è una missione rivoluzionaria e patriottica
Alla luce della marea rivoluzionaria che sta spazzando la regione araba, che scaccia giorno dopo giorno, un sistema dittatoriale dopo l’altro, per aprire le porte della libertà ai popoli oppressi del Terzo Mondo, ci troviamo, noi giovani del movimento della sinistra egiziana,  davanti ad una responsabilità storica che mira a far tornare il movimento al suo posto naturale, nel cuore delle masse egiziane, lontano dal leaderismo elitario dei partiti tradizionali della sinistra esistenti, che hanno portato con loro, chi vuole incatenare il movimento dei giovani in questi partiti.
Noi annunciamo il nostro inizio con la fondazione dell’ “Unione Giovani Socialisti Egiziani” e affermiamo l’importanza di questo passo, nei confronti della Contro-rivoluzione. Mentre siamo pronti ad affrontare qualunque assalto alla Rivoluzione del popolo egiziano -nel cui cuore, nel cuore ci sono i giovani, il 25 Gennaio –  da parte dei residuati del partito di Mubarak, e dei delinquenti della Sicurezza Nazionale, ora sciolta, in aggiunta a degli uomini d’affari che compiono ogni sforzo per mantenere un sistema che realizza i loro interessi di classe, e sono pronti a cooperare con i residuati della Sicurezza di Stato, per compiere qualsiasi cosa pur di mantenere il sistema che gli permette di mantenere queste differenze enormi con i poveri, e non accetterebbero mai altro che un sistema che favorisca loro.
Questa è in aggiunta alle forze oscure che hanno iniziato a muoversi in forma più organizzata nel tentativo di rafforzare il loro controllo sulla strada egiziana, approfittando del denaro, dei canali satellitari e dei sentimenti religiosi, diffusi presso tutto il nostro popolo egiziano.
Nonostante tutto questo, nonostante i grandi cambiamenti rivoluzionari che avvengono in Egitto in questo istante, noi notiamo con tristezza, un eccesso di frammentazione. La sinistra si è divisa sui due livelli: organizzativo e politico, e si è notata l’assenza di una visione strategica per l’unione delle forze della sinistra, sia a livello organizzativo che teorico, oltre all’accettazione di numerosi dirigenti politici dello stato di fatto, di gente che adora la scuola dell’ opportunismo politico, che ha già ucciso l’intera organizzazione giovanile negandole il diritto un certo numero di voti aggiuntivi nel Comitato Centrale, come è accaduto in uno dei partiti della sinistra.
Partendo da questo, abbiamo compreso, e siamo una parte dei giovani della più ampia corrente della sinistra, che abbiamo l’opportunità, con la fase attuale, di aprire un’ampia prospettiva per sviluppare un progetto giovanile di sinistra, lontano dalla tutela dei partiti e delle organizzazioni tradizionali, i cui dirigenti hanno portato all’incatenamento del movimento giovanile, come anche ci hanno portati a lottare in isole separate lontane l’una dall’altra. E che ciò sia avvenuto per divergenze personali o per errori organizzativi, la colpa non è comunque nostra.
E ancora questi dirigenti, nonostante la rivoluzione del 25 Gennaio sia stata accesa dai giovani, persevera a voler esercitare la sua tutela sui giovani della sinistra, nei suoi partiti e nelle sue rigide organizzazioni, e persevera a non voler lasciare alcuno spazio agli elementi e ai quadri giovanili di guidare o nemmeno partecipare alla dirigenza di questi partiti e organizzazioni. Noi perciò, persuasi dell’incapacità di questi partiti di esprimere i nostri sogni, e ambizioni, noi giovani della sinistra d’Egitto, per nostro senso di responsabilità  verso la nostra patria e verso la nostra area politica e la nostra convinzione nel ruolo che deve svolgere la sinistra presso il popolo egiziano in questo periodo, che è un ruolo che non può essere svolto attraverso i metodi tradizionali di questi partiti e di questi dirigenti; noi siamo certi che la fondazione di una unione dei giovani in cui si uniscono tutte le forze della sinistra, lontani dalla tutela delle leadership di questi partiti – con il diritto di ogni compagno/a a mantenere la propria appartenenza di partito o organizzazione – sia divenuta una missione rivoluzionaria e patriottica
Unione Giovani Socialisti Egiziani
Da questo primo comunicato possiamo facilmente percepire la determinazione di questi giovani, che sono gli unici a vivere nei quartieri popolari e a svolgervi attività politica, oltre agli islamisti. Perciò se non vogliamo un Egitto islamico stile Arabia Saudita o simili, vista anche la tendenza ultra-reazionaria presa recentemente dalla principale forza politica del paese, i Fratelli Musulmani,recentemente divenuti alleati dei “salafiti”, che nel loro estremismo e fanatismo proclamano apertamente il loro disprezzo per la democrazia, dovremmo trovare il modo per esprimere almeno la nostra solidarietà a questi/e giovani/e che sognano un altro Egitto, un Egitto rivoluzionario, che stando al loro secondo comunicato, a me piace molto:
COMUNICATO 9/9  IL POPOLO HA DECISO LA CADUTA DEL REGIME
Sono passati sette mesi dalla vittoria della prima ondata della rivoluzione, con la destituzione della capo del regime, Hosni Mubarak,  e la rivoluzione non ha ancora raggiunto i suoi obiettivi; gli obiettivi per cui si è scesi in piazza, e per cui è stato versato il sangue dei nostri martiri e dei nostri compagni, che hanno lottato per realizzarli. Anzi, al contrario, la Contro-rivoluzione ha riorganizzato le sue fila in tutto questo periodo; periodo nel quale le forze islamiste e il Consiglio Militare hanno giocato un ruolo di diffamazione delle forze rivoluzionarie, di quelle forze che vedono chiaramente che la rivoluzione non è finita e non finirà sino a quando saranno realizzati i suoi obiettivi. Il sistema è ancora lo stesso dell’epoca di Mubarak, ancora al servizio della classe capitalista che succhia il sangue dei nostri poveri, rimangono miliardi di dollari a favore dei ricchi, mentre viene diminuito il supporto ai poveri, e non pagano i salari e per le pensioni mentre le libertà personali sono ancora falcidiate dai tribunali militari. Noi, dell’”Unione dei Giovani Socialisti” consideriamo il Consiglio Militare e il governo civile di Essam Sharaf, come una continuazione del regime di Mubarak, e sottolineiamo la necessità di radunarci tutti sotto lo slogan della rivoluzione “Il popolo vuole la caduta del regime”, confermando che noi abbiamo deciso davvero la caduta di questo regime con tutti i suoi simboli, di tutti quelli che vi hanno aderito socialmente, economicamente e politicamente.
Sottolineiamo che noi non accetteremo una mezza rivoluzione che non dà ai poveri egiziani i diritti che gli spettano, diritti sociali, economici e politici, che non garantisce l’equa distribuzione della ricchezza, che non garantisce una vera democrazia nel suo disagio sociale, e non accettiamo  nemmeno una democrazia ridotta al solo responso dell’urna elettorale. Non accetteremo una rivoluzione che non difende nella sua Costituzione le classi sociali popolari e che non offre possibilità di lavoro ai suoi giovani, che non garantisce l’indipendenza del suo potere giudiziario, non accetteremo una rivoluzione che impone una legge elettorale deforme che non consente agli egiziani all’estero il diritto al voto. Non accetteremo una rivoluzione che spedisce i rivoluzionari davanti alle Corti Militari e i criminali comuni alle Corti Civili. Continueremo nella nostra rivoluzione fino alla vittoria, cioè alla realizzazione completa degli obiettivi della rivoluzione.
Piazza Tahrir 9 Settembre
0128240175 – 0100913190 – 0123535994
http://www.facebook.com/egy.socialist.youth
Questo comunicato non é ancora stato pubblicato perché ho appena inviato la traduzione ai responsabili dell’organizzazione.
Trovo  che la determinazione a perseguire gli obiettivi della rivoluzione da parte di questi giovani sia meravigliosa, penso alla minaccia islamista che devono affrontare, partendo già sfavoriti in un paese estremamente religioso e dove la propaganda dei gruppi islamisti é continua, 24 su 24, avendo, oltre ad un fortissimo migliaia di moschee che gli fungono da palco politico.
Fine prima parte

by paologonzaga on settembre 13, 2011


giovedì 8 settembre 2011

Questo blog detesta  da sempre Berlusconi & la sua cricca, e si ritrova molto invece, nelle posizioni della maggiore speranza per la sinistra italiana, Nichi Vendola e il progetto/partito Sinistra Ecologia Libertà, che sempre più sta dotandosi di una classe dirigente  di gran valore, di centinaia di migliaia di militanti, e che ora organizza una giornata nazionale per la fine del governo Berlusconi, per il taglio delle spese militari, per un welfare più ampio e che copra tutti, precari e non garantiti per primi, contro la macelleria sociale del governo Berlusconi e la sua manovra di classe.....il 1 Ottobre tutti a Roma per la prima manifestazione nazionale lanciata da SEL!
da :http://www.sinistraecologialiberta.it



Ora tocca noi, tutt@ in piazza il 1 ottobre

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L’abbiamo detto, l’abbiamo scritto molte volte: c’è un paese migliore, un’Italia che non si riconosce nei colpi di coda di questo regime e neppure nelle esitazioni di un’opposizione parlamentare che balbetta invece di dire, che esita invece di fare. C’è un paese migliore che non rassomiglia alla cartolina slabbrata e malinconica che Berlusconi propone ogni giorno dell’Italia.
Un paese che ha conosciuto i giorni felici di lotta per i referendum, che è sceso in piazza per difendere il diritto di dire dei giornalisti, le ragioni dei lavoratori, l’autonomia dei magistrati, la rabbia legittima dei precari, la dignità e il sapere degli studenti e dei loro insegnanti. Un paese che vuole costruire adesso un’alternativa di governo e di futuro, che non intende attendere rassegnato il corso delle cose. A quest’Italia vogliamo dare voce e fiato, il coraggio delle parole smarrite, la fermezza dei principi irrinunciabili. Adesso tocca a noi: e mai come adesso questa parola – “noi” – dev’essere l’impegno per una mobilitazione collettiva, vasta, popolare che vada ben oltre gli iscritti e i militanti del nostro partito.
La manifestazione che Sinistra Ecologia e Libertà convoca il primo ottobre a Roma, a piazza Navona, non sarà una liturgia ma un’occasione per far sentire la voce di un paese che non si è mai piegato al corso delle cose. Non si tratta solo di archiviare Berlusconi ma di rimettere in campo una filiera di pensieri lunghi, di proposte politiche, di valori alti che aprano una nuova stagione civile e morale per l’Italia. Dalla crisi si esce ricostruendo una pratica della politica che sappia redistribuire risorse, opportunità, diritti e doveri. Per questo vi chiediamo di esserci, di partecipare, di dare il vostro contributo per fare del primo ottobre una data d’inizio, il principio di un nuovo tempo della politica e della nostra vita.
Claudio Fava

martedì 2 agosto 2011

2 Agosto 1980: NOI NON DIMENTICHIAMO!

Oggi 2 Agosto per me é una data triste: triste perché non é ancora emersa la piena verità sui mandanti e  su chi é stato complice, chi nel silenzio delle istituzioni ha tramato e ha permesso e promosso un massacro di tale barbarie. Chi erano i  mandanti? Chi aveva ordinato alla manovalanza infame fascista quella strage così orrenda? Molti di noi ricorderanno quella giornata terribile, io benché piccolo ricordo tutto alla perfezione e non posso dimenticare quegli attimi, cosa stava facendo, dove ero.... cosa faceva nei momenti che hanno preceduto la notizia della strage. Ero ancora un bambino, ero al mare, e ricordo di aver letto tutta "L'Unità" e il "Corriere della Sera" dei vicini di ombrellone, paralizzato sulla sdraio. Certo ero un bimbo un pò precoce, ma come non esserlo in quegli anni se venivi da una famiglia di sinistra, se il parentado pullulava di militanti in tutte le formazioni di sinistra parlamentare ed extraparlamentare esistenti....Sapevo che c'erano i fascisti, per me erano ragazzi con i  Ray-Ban a goccia, che ammiravano chissà perché, quelli che avevano rovinato l'Italia, che avevano cercato di catturare nonno Francesco, e che facevano sempre a botte con mio cugino Marco. E mio cugino Marco mi faceva ascoltare i Pink Floyd, i Led Zeppelin, Jimi Hendrix....mi portava al cinema a vedere Ecce Bombo e mi parlava sempre di comunismo e che se non eri comunista allora eri fascista, perché non prendere posizione era fascista. Allora dichiaravo la mia fede comunista, gli cantavo: "Mao-Tse-Tung, Ho-Chi-Minh" con il pugno chiuso e sorrideva compiaciuto. 
In ogni caso, io non posso dimenticare, nel silenzio assordante del Governo Berlusconi, ormai chiaramente fascista, che ha mal sopportato da sempre qualsiasi ricorrenza in cui non fosse lui il protagonista o antifasciste (e infatti non si é mai fatto vedere ad un corteo del 25 Aprile! Le avrebbe prese da folle inferocite probabilmente ma é comunque significativo dell'approccio). Noi non dimentichiamo! In memoria di tutte le vittime dei vecchi e nuovi fascismi! NO PASARAN!
Posto come seconda parte un articolo tratto dal sito di Sinistra Ecologia Libertà, il partito/progetto più convincente nel paese.
Paolo Gonzaga

2 agosto 1980, non dimentichiamo

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Stazione di Bologna, 2 agosto 1980, ore 10,25, sala d’aspetto di 2ª classe, una bomba composta da una miscela di tritolo e T4 contenuta in una valigia abbandonata esplode, cambiando il destino di ottantacinque persone, uccise dall’arroganza del Potere. Questa è la strage di Bologna, una strage di Stato, dai contorni torbidi. I tribunali condannarono in via definitiva, come diretti esecutori della strage, i tre neofascisti Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, ma senza individuare con chiarezza i mandanti.
Una vergogna, che ancora oggi, in forme diverse, vuole eliminare dalla memoria del Paese quelle vittime. Vittime innocenti che vanno ricordate. Ricordare è un dovere, e lo è ancora di più quando, sia le “istituzioni” che “l’informazione” decidono che non è più il tempo di farlo. Anche quest’anno – il secondo consecutivo – il Governo ha deciso di non mandare nessun proprio rappresentante alla commemorazione che si terrà martedì a Bologna. L’assenza dello Stato è un silenzio assordante che colpisce la coscienza, la dignità e la sete di giustizia dei familiari delle vittime.
Noi non dimentichiamo quella tragica vicenda, noi non dimentichiamo quel silenzio che il Potere impone, noi non dimentichiamo quelle vittime di Stato.
Andrea Sironi

domenica 31 luglio 2011

Il fossato sempre più ampio tra forze laiche e forze islamiste (Fratelli Musulmani, salafiti......)

SEMPRE PIU' FORTE LO SCONTRO TRA I LAICI (DAI COMUNISTI AI LIBERALI...) E GLI ISLAMISTI (FRATELLI MUSULMANI E SALAFITI...) 




I lettori di questo blog mi perdonino, se anche questa volta, per aggiornarvi su ciò che accade in Egitto non uso parole mie, ma riprendo in toto un post della cara amica Lia, che sto per andare ad incontrare al Cairo. Lo faccio perché appunto, lei ora é al Cairo e notizie più fresche non potremmo averne, altro che "Corriere della Sera" e giornalacci vari, quello di Lia é un articolo dalla così alta qualità che in Italia non verrebbe mai pubblicato da un grande giornale: l'analisi é troppo profonda e sconveniente per l'Occidente alleato dell'Arabia Saudita, che sta mettendo in campo le sue forze per prevenire una situazione simile a quella egiziana, intervenendo direttamente in Egitto. Ed ecco che abbiamo improvvisamente masse di salafiti-wahhabiti, che spaventano la borghesia egiziana e boicottano le iniziative dei giovani laici.

Ma ecco cosa ci scrive la nostra Lia: nel suo bellissimo blog, "Haramlik":http://www.ilcircolo.net/lia/


Salafiti, militari, laici e qualche malinteso

Leggendo in giro, mi pare che in Italia non si stia dando la sufficiente rilevanza a quelli che sono gli effettivi schieramenti politici, in questo momento, in Egitto: che da una parte ci sono i gruppi laici, cioè, che formano un ventaglio ampio che va dalla sinistra delle organizzazioni dei lavoratori fino ai liberali, e dalla parte opposta ci sono gli islamisti E i militari.
Ripeto, ché forse non è chiaro: gli islamisti stanno dalla parte dei militari e contro i laici rappresentati dal sit-in in Tahrir.
Tutti i gruppi religiosi – dai Fratelli Musulmani ai Salafiti alla Gamaa Islamiya – chiedono all’esercito, da un mese, che Tahrir venga sgombrata, ed usano nei confronti degli occupanti gli stessi insulti, le stesse categorie di accuse dei militari stessi: “portatori di caos”, di “disordine”, gente “pagata dall’estero” e via dicendo.
In piazza Tahrir, venerdì, gli slogan religiosi erano intervallati da slogan a sostegno delle Forze Armate e, tra i laici, lo sconcerto si traduceva essenzialmente nella domanda che più circolava: “Ma non si sono ancora stancati di farsi usare dall’esercito, questi? Non gli è bastato Sadat, non gli è bastato Mubarak, non imparano mai niente?”
Se ne discute da mesi, in Egitto. A Maggio, l’Al Masri al Youm scriveva:
During the 25 January revolution, Salafi scholars denounced protests as un-Islamic and warned Muslim youths against engaging in the uprising, but the hard-line Muslims became visible once Mubarak and his security apparatus fell. They were emboldened to stage more protests along sectarian lines. Some went further, announcing the formation of political parties to compete in the parliamentary elections slated for September.
Some observers allege that the sudden emergence of Salafis is orchestrated by Saudi Arabia, which seeks to abort the Egyptian revolution for fear that the same revolutionary model would be reproduced on its soil.
Younis expects that after the Imbaba incident, the army will deal a blow to such radical groups. However, he voiced fears that giving the military a free hand in uprooting Salafis might threaten the prospects for a transition to civil democratic rule.
“If the army hits them and gets applauded by the middle class and the intelligentsia, the military will acquire a bigger role in Egypt’s politics,” said Younis. “This will mean that the military is the one that deserves to rule.”
Since Mubarak stepped down, the military has affirmed its commitment to instating a civil democracy. Yet, skeptics remain concerned that the SCAF might groom a presidential candidate from the barracks before the presidential poll set for December.
By a similar logic, Mubarak’s regime spent many years establishing and solidifying its legitimacy. In the 1990s, secularists, liberals and Copts rallied behind him to fight armed Islamist groups. Such support allowed him to build a draconian police state that violated human rights on the pretext of defeating Islamist opponents. After succeeding in stemming terror, Mubarak groomed his regime as the sole guardian against the resurgence of violent groups. At the same time, he implemented the same notorious strategies against peaceful opposition.
E’ uno schema più che collaudato, e stupisce davvero rendersi conto che gli anni di carcere che tanti di loro portano ancora sulla pelle non gli hanno insegnato nulla. Del resto, quello che penso io dell’islam politico è noto a chi mi legge: un po’ di leader venduti al potere di turno che muovono masse di gregari tra le cui virtù – che pure esistono, a livello umano – non brilla sicuramente l’acume. In Egitto come in Occidente, direi.
Per settimane, tutte le forze islamiste, senza eccezioni, hanno continuato a denunciare il sit-in di Tahrir, diffondendo ogni tipo di squallida, losca bugia sensazionalista contro i manifestanti, in larga maggioranza laici, accompagnati dall’agitazione diffusa dai militari stessi, che già avevano aizzato gli abitanti del quartiere di Abbassiya contro il corteo del 23 luglio.
Le forze islamiste i cui leader, senza eccezioni, sono in un modo o nell’altro alleati con le Forze Armate e in attesa della parte di bottino che gli arriverà dalle elezioni in arrivo e dalle riforme costituzionali, hanno deciso di alzare il tiro contro i rivoluzionari di Tahrir annunciando, circa due settimane fa, che avrebbero convocato una protesta di massa nella piazza per affermare “l’identità islamica dell’Egitto, denunciare il progetto di riforma della Costituzione e chiedere l’applicazione della Shari’a.” L’annuncio andava di pari passo con la campagna per “ripulire Tahrir dai laici”.
Quello che è successo dopo, l’ho scritto ieri: gli incontri tra i laici e i religiosi (Gamaa Islamiya, Partito del Nour dei Salafiti e Fratelli Musulmani) e l’approvazione di un documento comune in cui, in nome dell’unità nella giornata di protesta,  i laici si impegnavano a non lanciare slogan contro le Forze Armate e a non richiedere l’approvazione della Costituzione prima delle elezioni, e gli islamisti, in cambio, si impegnavano a non lanciare slogan religiosi e a non richiedere lo Stato islamico. La protesta doveva focalizzarsi esclusivamente sui punti di accordo.
I religiosi, con l’accordo sottoscritto, ci si sono bellamente soffiati il naso (con la lodevole eccezione di alcuni giovani dei FM che hanno cercato di fermare lo scempio senza successo) e, per protesta, i partiti laici hanno convocato una conferenza stampa per annunciare che abbandonavano la manifestazione.
Zeinobia fa notare che è previsto un incontro a Washington tra i rappresentanti dell’Esercito e la Clinton per discutere della transizione egiziana, e che quello che è successo potrebbe essere il consueto messaggio delle Forze Armate all’Occidente, in particolare all’America: lo spauracchio islamico per affossare le riforme democratiche.
Intanto, i Salafiti hanno ripreso i loro pullman e sono tornati nelle loro campagne.
(La foto, presa dal solito Arabawi, mostra un Tantawi ritratto come salafita in via Talaat Harb.)

sabato 16 luglio 2011

Precariato, cambio di paradigma, ruolo dei movimenti e di SEL, verso il reddito di cittadinanza....partendo dal "reddito ad intermittenza"

      
                                                                                                                                                                                                                                            Finalmente negli ultimi anni, ma in particolare ci sembra nell’ultimo anno, stiamo assistendo ad una nuova presa di coscienza delle moltitudini che vivono la condizione del precariato e della flessibilità senza alcuna sicurezza. Le partite Iva, come ha giustamente sottolineato il nostro coordinatore provinciale, Daniele Farina, alle elezioni amministrative recenti si sono rivelate votare principalmente Sinistra Ecologia Libertà, quando un tempo le partite Iva votavano Lega, e questo sottolinea Farina, non perché abbiano cambiato idea, ma perché è cambiata la composizione di classe. In poche parole, con questa frase, coglie i principali cambiamenti avvenuti nel mondo del lavoro e i nodi focali del nuovo paradigma.
La battaglia per i diritti dei precari, degli atipici, delle partite Iva è una questione entrata prepotentemente nell’agenda politica anche istituzionale, e sta prendendo sempre maggior centralità nel dibattito pubblico e sui mass-media. Parole e concetti come “reddito di cittadinanza”, “reddito di esistenza”, “reddito minimo garantito”, “basic income”, “continuità di reddito” o “reddito di intermittenza” come sta proponendo la nostra Cristina Tajani, Assessore al Lavoro della giunta Pisapia  stanno entrando nel vocabolario politico-sociale.
La centralità della questione ci è dimostrata ulteriormente dal fatto che mentre un tempo a parlare di precarietà erano solo i movimenti e le aree  di certa sinistra extraparlamentare, e forse i settori più maturi e avanzati di alcuni partiti della sinistra, oggi perfino il Papa, o l’ex-presidente della Banca d’Italia e ora Presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, parlano della precarietà e della necessità di cambiare in qualche modo il sistema economico perché la precarietà non distrugga ogni speranza di futuro. Ma aldilà delle parole di circostanza che possono esprimere politici, banchieri, religiosi ecc. le rivendicazioni di un nuovo welfare, di un reddito minimo, di un reddito garantito, perlomeno come primo passo per chi si ritrova momentaneamente senza reddito o con redditi troppo bassi per vivere (sempre tenendo in mente che ci si deve muovere in un’ottica di allargamento e di affermazione di un diritto e non di una concessione), di una garanzia di continuità di reddito sono oggi rivendicazioni che ricompongono sempre più il mondo del precariato, per sua natura atomizzato e disperso.
Il modello produttivo è cambiato profondamente, siamo passati dal modello fordista  dei grandi agglomerati industriali e dell’operaio massa a quello post-fordista della fabbrica diffusa e della piccola e piccolissima impresa, ma soprattutto del lavoro intellettuale, dei saperi, e comunque lavoro precario e sottopagato. Lo sfruttamento del capitalismo globalizzato sussume interamente la vita dei cittadini 24 ore al giorno e caratterizza l’economia post-fordista, configurando quindi nuovi soggetti lavorativi: lavoratori dell’intelletto, operatori della conoscenza, del terzo settore, o i nuovi paria dei call-center, i vagabondi da un impiego all’altro, i nomadi della precarietà, che già negli anni ’70 alcuni intellettuali marxisti eretici chiamarono “operaio sociale”. Oggi, per rinnovare il linguaggio, potremmo dire “Precario”,  perché il nuovo paradigma sociale e produttivo si basa sulla precarietà, una precarietà che non è solamente situazione lavorativa ma condizione esistenziale. In altre parole potremmo dire che siamo tutti precari! Anche le figure lavorative che si pensavano essere maggiormente garantite,  subiscono un pesante attacco alla loro stabilità lavorativa e ce lo dimostra la vicenda Marchionne con il ritorno della contrattazione separata, delle gabbie salariali, dei licenziamenti di massa…..) .
Come abbiamo avuto modo di vedere  Il tramonto della centralità dell’”operaio-massa” segna l’inizio di un nuovo paradigma produttivo in cui l’”operaio-sociale”, il “precario” diventa soggetto centrale dello sfruttamento capitalista e neo-liberista. 
Con tutte le critiche che si possono fare alla Cgil di ieri e di oggi, (soprattutto in questa ultima fase in cui la Camusso ha praticamente abbandonato la Fiom), c’è il merito invece di aver capito l’importanza della questione precaria e di star lavorando al fine di costituire una nuova consapevolezza precaria, con organizzazioni indipendenti che la Cgil poi sponsorizza in vari modi, come nel caso dei giovani di “Non più disposti a tutto” e le manifestazioni in tutta Italia per questo soggetto sociale ancora disunito e disorganizzato ma che sta muovendo i suoi primi passi come soggetto sociale collettivo. Molto ha contribuito a portare avanti questa discussione sul precariato: a partire dal lavoro della rete di San Precario, ben più profondo e radicato negli anni rispetto probabilmente ad ogni altra realtà, ma anche il lavoro compiuto dal circolo di Sinistra Ecologia Libertà del Leoncavallo, così come il lavoro che anche il Centro Sociale Leoncavallo stesso ha svolto da anni, come realtà politica autonoma, assieme ad altri centri sociali o luoghi e realtà con una storia politica molto simile. Il cartello delle realtà antagoniste del Nordest, che in larga parte appoggiano SEL ed hanno instaurato un fecondo rapporto con il nostro Nichi.
Nichi  Vendola ha più volte sottolineato l’importanza di questa battaglia, che afferma giustamente Nichi, non può però togliere diritti ai più anziani e darne un po’ di più ai più giovani come vorrebbero in Confindustria, alcune destre (e Ichino e qualcun altro nel Pd) ma per rivendicare un nuovo welfare  che risponda ai nuovi bisogni,  alle nuove lotte, al cambiamento di paradigma.
Se Sinistra Ecologia Libertà saprà rendere questa battaglia visibile e caratterizzarsi sia come parte attiva che lotta dentro ai movimenti, sia come “sponda istituzionale” per i movimenti sociali che si battono per un nuovo welfare e contro la precarietà (così come sulle mille altre tematiche portate avanti dalla società civile più illuminata, SEL deve acquisire quella capacità di essere dentro ai movimenti, in mezzo e insieme alle realtà e alle singolarità che lottano, portando poi queste istanze nel campo legislativo e facendo sì che si traducano in legge ), assolverà ad un compito essenziale, che nessuna forza politica ha svolto fin’ora con convinzione. SEL come progetto di ricostruzione di una nuova sinistra che sappia affrontare le sfide del XXI secolo, è stata l’unica forza politica a dare la giusta centralità alla lotta alla precarietà, facendosi interprete delle rivendicazioni nel mondo del precariato, soprattutto tra le figure del precariato intellettuale.
Le parole d’ordine/rivendicazioni con cui scardinare la cassaforte neo-liberista  devono essere quella di un nuovo welfare, inclusivo e adatto ai nuovi bisogni e il reddito di cittadinanza, che deve rimanere la rivendicazione comune a cui aspirare: la sicurezza sociale, la fine di ogni ricattabilità e di giochi al ribasso da parte degli imprenditori, il tempo e il denaro come beni da redistribuire….
Iniziamo con un “reddito di intermittenza” come dice Cristina Tajani parlando di Milano, per poi allargare , la sfera dei beneficiari della misura, fino a che ogni persona possa usufruire di un basic income (per arrivarci  ci sarà da battersi ancora a lungo) incondizionato. In ogni caso, è necessario che SEL si impegni con convinzione e determinazione per realizzare quella proposta che già da tempo il suo leader Nichi Vendola, ha anticipato, tra i primi in Italia, sul sussidio o comunque una forma di reddito per chi non ha più un lavoro.
Perché la crisi economico-finanziaria che ci sta investendo non provochi reazioni sbagliate, magari in senso xenofobo e di guerra tra poveri, l’allargamento e il potenziamento del welfare sembra diventare elemento sempre più essenziale. Per un nuovo welfare, per i beni comuni, per il reddito di intermittenza e per il reddito di cittadinanza. A Sinistra Ecologia Libertà spetta un compito assai importante e gravoso, ma che potrebbe aprire nuove prospettive per una nuova “comunarderia” del XXI secolo.
Paolo Gonzaga