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martedì 4 ottobre 2011

EMERGENZA CARCERI E LEGGE FINI-GIOVANARDI: dobbiamo agire subito!






EMERGENZA ENDEMICA DEL SISTEMA CARCERARIO ITALIANO, non sarà che abbiamo la legge sulle droghe più proibizionista d'Europa, e un sistema giudiziario classista? Per un falso in bilancio che può mandare in rovina numerose famiglie non c'è più reato,  i reati da "colletti bianchi" non vengono nemmeno perseguiti ormai in Italia se non da un pugno di magistrati eroici, che poi sono puntualmente attaccati come "toghe rosse" (lo sapesse il popolino che reitera il ritornello imparato in Tv che quei magistrati lo stanno difendendo dai soprusi di colui che vorrebbe una giustizia con severità accelerata verso il basso, cioè prigioni solo per cittadini normali, meglio se poveri)  perché il nostro infame Presidente del Consiglio Berlusconi è a capo di una associazione a delinquere che ovviamente mal tollera ogni legge che urti gli interessi dei suoi soci, ormai "padroni", pirati della finanza legati a doppio capo con le mafie e con le logge piduiste più corrotte. Ed intanto le prigioni si riempiono di poveracci! Il 37% per droga!!!

EMERGENZA CARCERI E LEGGE FINI-GIOVANARDI: dobbiamo agire subito!
L’emergenza carceri in Italia è un drammatico argomento di cui non si parla adeguatamente. Saggiamente il Presidente della Repubblica,  Napolitano, ha appena espresso la vergogna a cui si espone l’Italia trattando così chi viene a trovarsi in una situazione di carcerazione, spesso per reati minori o semplicemente in attesa di giudizio. (quindi per la giurisprudenza, da innocente, essendo ogni accusato colpevole solo dopo i 3 gradi di giudizio). Pannella digiuna chiedendo un’amnistia che sappiamo già essere impossibile. In un’Italia in rovina non può non venire a mente la celebre frase di Voltaire sul grado di civiltà dei popoli che si rispecchia nelle condizioni e nel livello di vivibilità delle prigioni nazionali, ed oggi in Italia secondo l’associazione Antigone, che proprio di carceri si occupa, la situazione è quella illustrata drammaticamente poco più avanti in questo articolo. La prima cosa da fare per ridurre questo affollamento viene indirettamente indicata ad un certo punto del rapporto, con la frase da me sottolineata: il 37% delle persone in carcere sono lì per violazione della legge sulle droghe, cioè la criminale legge Fini-Giovanardi.        
“Al momento ci sono nei penitenziari italiani ben 67.174 detenuti ma solo 45.551 posti letto. Spesso i 'ristretti' trascorrono quasi tutto il giorno in celle minuscole, in condizioni igieniche precarie e a temperature altissime.
Le docce, spesso, sono utopia. Si possono usare a turno e solo per pochi minuti, poche volte alla settimana. Nel rapporto Antigone si legge che la popolazione carceraria è aumentata del 50% dal 2007 al 2010 (da 44mila a 67mila persone) ma le risorse a disposizione sono calate da 3 miliardi e 95 milioni di euro a 2 miliardi 770 milioni.[1]
Un 37% di persone è in carcere per violazione della legge sulle droghe”
E terminiamo così la citazione dell’ottimo rapporto dell’associazione Antigone, con un altro dato:  Nel rapporto si legge che la popolazione carceraria è aumentata del 50% dal 2007 al 2010 (da 44mila a 67mila persone) ma le risorse a disposizione sono calate da 3 miliardi e 95 milioni di euro a 2 miliardi 770 milioni.
Bene, se guardiamo all’impennata di incarcerazioni dal 2007 al 2010, (e ancora non ci sono i dati ma sta avvenendo in maniera esponenziale, per cui per il 2011 aspettiamoci numeri ancora più alti) coincide perfettamente con l’avvento della Fini-Giovanardi. E se vogliamo dei dati che indichino qualcosa in questo senso, ci sono “Fuoriluogo” e il “Forum Droghe”[2] che ci forniscono dei dati che parlano da soli . Ed ecco cosa ci dicono:
L’impatto della legge antidroga sul carcere:
- “Aumentano gli ingressi in carcere per droga in rapporto al totale degli ingressi: dal 28% del 2006 al 31% del 2010”
- “Aumentano le denunce, specie per art.73 (detenzione ai fini di spaccio): da 33.056 nel 2006 a 39.053 nel 2010. Di queste più del 40% (16.030), sono per la cannabis”
Poiché la Fini-Giovanardi stabilisce delle quantità massime per ogni sostanza oltre le quali qualsiasi detenzione è considerata ai fini di “spaccio”, [3] basta possedere 2 spinelli (per l’hashish la dose massima è 0,5, uno spinello esattamente), o 2 dosi di eroina, o poche più di cocaina, o 2 pastiglie di estasi e si è accusati di “detenzione ai fini di spaccio”. Grazie anche a questi numeri, possiamo immaginare la macelleria sociale che sta provocando questa legge: quanti poveracci che non fanno male a nessuno richiusi in carceri sovraffollate, dove probabilmente verranno in contatto con mafiosi e spacciatori di professione. La legge Fini-Giovanardi è una legge fabbrica carcerati, deve essere almeno emendata al più presto, prima che le carceri scoppino, tra l’altro restituendo molti agenti a compiti più seri, come la lotta contro le mafie che ormai prosperano tanto al Nord quanto al Sud.  
“Raddoppiano i detenuti presenti in carcere per l’art.73 (quindi per violazione della Fini-Giovanardi- ndr): 14.640 nel 2006 contro 27.294 nel 2010.”
“Raddoppiano gli ingressi dei tossicodipendenti sul totale degli ingressi: dal 27% nel 2006 al 28,4% del 2010.
Ecco che balza evidente che per trovare una soluzione al problema del sovraffollamento almeno una riforma della legge Fini-Giovanardi sia necessaria, in attesa di avere un Parlamento che possa fare una nuova sulle droghe e sostanze psicotrope in generale, che sia completamente opposta all’impianto repressivo della Fini-Giovanardi, che legalizzi la cannabis e applichi politiche di prevenzione e riduzione del danno per le droghe.
Una riforma possibile della Fini-Giovanardi sarebbe quella di eliminare le dosi minime e rimettere al centro il concetto di uso personale, che può anche essere abuso, ma non è spaccio. Che consenta l’assoluzione quando non ci siano prove di spaccio (e che la cessione tra amici non sia considerata spaccio) e che inoltre faccia differenza tra il piccolo spacciatore di strada o poco più, dal mafioso che traffica in grandi quantità. Anche per questo è necessario non solo legalizzare, ma incentivare l’autocoltivazione: con numerosi milioni di italiani che usano cannabis, le mafie perderebbero miliardi e miliardi di euro se i consumatori di cannabis potessero autocoltivarsela o comprarla da amici che la coltivano, o in negozi appositi.      
E allora spetta a noi consapevoli, ai cittadini, ai comitati, all’associazionismo, ai movimenti, agli operatori del settore, a tutte le persone ragionevoli, e non chiuse da cieco furore ideologico, alla società civile e ai partiti, chiedere la modifica della Fini-Giovanardi: togliamo la quantità minima, e vediamo quali altri aspetti della legge si possano modificare in senso antiproibizionista. Spetta anche ad un dibattito collettivo scoprire come e a che obiettivi realisticamente puntare oggi, nel quadro politico attuale, se invece non sia più conveniente puntare aad una legge nuova direttamente ma temo che i tempi non siano maturi. Ma muoviamoci, perché quello che accade è scandaloso, una vergogna per tutti noi. Muoviamoci perché chi è in cella in attesa di giudizio perché magari  fermato con 5 grammi di hashish non può più aspettare, non é giusto che debba ancora aspettare e tanti altri siano destinati in futuro ad altrettanto, perché avere delle prigioni perlomeno dignitose e rispettose sempre della dignità umana è una pre-condizione di civiltà. Costruiamo un grande movimento, che unifichi su questo tema tutti coloro che aderiscono a questa istanza di civiltà, la società civile, le realtà sociali e politiche....ad una lotta doverosa, e che ha senz’altro possibilità di successo, visto che ormai non c’è più nessuno che possa negare la condizione disumana in cui si trovano le nostre carceri. Amnistie e indulti oltre ad essere operazioni dal respiro troppo breve a volte sono anche dannose, oltre ad essere troppo lontane da qualsiasi possibilità di realizzazione. Perciò operiamo in questa direzione, concentriamo gli sforzi su questa battaglia, concentriamoci sul possibile in una situazione di emergenza: chiediamo la modifica della Fini-Giovanardi, con l’abolizione delle quantità minime, riduzioni di pena, e possibilità di auto coltivazione. Per iniziare una battaglia simile é necessario che ci sia una realtà, un partito, credibile e autorevole che offre visibilità alla lotta e credo che non possa che essere Sinistra Ecololgia Libertà, già da tempo impegnata seriamente su entrambi i fronti, sia il problema carceri, sia antiproibizionismo per la cannabis e riduzione del danno per le droghe. Proviamoci! 
Paolo Gonzaga


[1] Fonte: http://www.clandestinoweb.com/sondaggi-da-tutto-il-mondo/972291-carceri-rapporto-antigone-aumentano-i-detenuti-e-diminuiscono-le-ri.html

[2] http://www.fuoriluogo.it


[3] In realtà meccanismo già bocciato dai referendum del 1993 con l’abolizione delle dosi minime previste dalla Craxi-Jervolino-Vassalli.

sabato 30 luglio 2011

Inchiesta sulle carceri oggi. Il 40% detenuto in attesa di giudizio, leggi come la Fini-Giovanardi sulle droghe e la Bossi-Fini sull'immigrazione che fanno sì che in carcere ci finiscano solo i poveracci!

"La Repubblica" ha fatto questa inchiesta sulle carceri, che vogliamo pubblicare per contribuire a diffonderla e a far parlare di un argomento generalmente ignorato: la situazione nelle carceri italiane. Questo perché la situazione é di massima emergenza e la legge che più contribuisce al fatto che in carcere ci siano praticamente solo dei poveracci, é la iniqua e criminale legge Fini-Giovanardi sulle droghe, oltre all'indegna legge Bossi-Fini sull'immigrazione.


DALL'ARCHIVIO di ENRICO BELLAVIA PIERO COLAPRICO

In cella meno di 24 ore
E i reati più piccoli affollano le prigioni

Il discorso del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha spostato l'attenzione sulla situazione delle carceri in Italia. Nel suo intervento a Palazzo Giustiniani ha detto: "C'è un abnorme ricorso alla custodia cautelare, realtà che ci umilia in Europa". Qualche mese fa, alla fine di ottobre 2010, Repubblica aveva affrontato l'argomento con un'inchiesta che è ancora attuale. RE la ripropone

ROMA - A ognuno di noi sembra molto ma molto difficile, se ci si comporta più o meno bene, entrare in carcere, in questa Italia. Anzi sembra che nei duecento "istituti di pena" non ci entri nemmeno chi "se lo merita". Ma non è così. Dall'Unità d' Italia a oggi, nei 170 anni di storia italiana, non si sono mai registrati così tanti detenuti nelle nostre carceri. L'ultimo conteggio ufficiale del Dap, il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, parla di 68.527 detenuti (ma sarebbero già 69.500), tra i quali 3mila donne. Di queste, sessantuno hanno i figli in cella. Rispetto ai 44.568 posti effettivamente disponibili, i detenuti sono circa 25mila in più. Un terzo non è nato da noi: sono stranieri, con in testa marocchinie algerini, due terzi dei detenuti sono italiani. Da dove nascono le cifre del record? Per quale "irragionevole ragione" la popolazione carcerariaè così alta, appena quattro anni dopo l'indulto voluto dall'allora ministro Clemente Mastella? E se i reati, come assicura il ministero degli Interni Roberto Maroni, sono "complessivamente in calo", com' è possibile un incremento così ansiogeno?

Le porte girevoli

In televisione "passano" gli arresti dei latitanti, quest'ondata infinita di catture improvvise, che sommerge boss e gregari anzianotti, reduci dei vecchi eserciti mafiosi in rotta. Ma nelle celle vanno ben altri. Per esempio, ci va un calciatore, delle giovanili della Juventus. E perché? Nella Chivasso dell'ultimo ferragosto incrocia una pattuglia dei vigili e vola qualche parola di troppo. E anche se l'arresto per resistenza a pubblico ufficiale è facoltativo, D. B., classe 1988, finisce dentro. Due giorni alle Vallette, sulle brandine sovraffollate, per ricomparire in tribunale il 16 agosto. Con il suo taglio di capelli scolpito, il fisico perfetto e la maglietta alla moda spicca tra gli stranieri e i "borderline" delle direttissime: viene scarcerato, ma due giorni se li è fatti.

Cambiamo regione e professione: Felice e Salvatore sono due operai di Bagheria, hanno 28 anni, non hanno mai avuto un guaio con la giustizia, finché un giorno buttano in un cassonetto della segatura di legno. Lo avevano sempre fatto, alla fine del turno in falegnameria. Ma era appena cambiata la norma, rimasero tre giorni dentro. Qualche anno fa, e ancora ne ridono, entrò a San Vittore un diciottenne che non s'era fermato all'alt nella zona della stazione Centrale ed era scappato con lo skate-board. E a Reggio Emilia, solo quindici giorni fa, è stato messo in cella uno che aveva rubato una lattina di birra.

É il reato che manco si sa di commettere a rendere il carcere una bolgia. Sono soprattutto i "pesci piccoli"  -  questa è la gran verità, omessa nei discorsi ufficiali sulla sicurezza e la giustizia  -  che rendono le carceri simili a una tonnara nei giorni della mattanza. E chi si occupa di detenuti accusa del disastro soprattutto le "porte girevoli": è stato ribattezzato in questo modo il vortice d'ingressi (che si potrebbero evitare) e di repentine uscite.
Come il calciatore, i falegnami e il ladro della lattina. I "nuovi rei", ossia le persone che entrano in carcere per la prima volta, sono 32mila. Uomini e donne, con famiglie, con affetti, che vengono presi, perquisiti, spogliati, che ricevono dalla polizia penitenziaria gli "effetti letterecci" per dormire sulle brande.

Vengono infilati in celle già affollatissime e ci restano, con le nuove, sconosciute e obbligatorie compagnie, non si sa quanto gradevoli, per quarantott'ore. E poi, ancora sporchi dell'inchiostro delle impronte digitali all'ufficio matricola, e con le stringhe da allacciare, ricevono tanti saluti: possono tornare a casa. In Lombardia, il provveditore regionale Luigi Pagano ha calcolato che, nelle due principali case circondariali, Milano e Brescia, la percentuale dei detenuti che "esce nel giro di una settimana varia dal cinquanta al sessanta per cento. A volte arriva uno alle 12 e alle 14 esce".

Mentre il nostro governo si dedica anima e corpo al cosiddetto lodo Alfano e al "processo breve", a chi e a che cosa serve questo "carcere breve"? Non c'è una risposta che sia una. Ma è stato calcolato che quattro persone comuni su dieci, la cui fedina penale era pulita, e che se la potevano cavare con una denuncia a piede libero, incontrano il sistema penale italiano: meglio, ci sbattono contro.

Una parte molto cospicua di questo "entra ed esci" riguarda quelli che vengono anche definiti "reati apparenti", e cioè reati in cui manca la vittima. È il reato principe degli immigrati clandestini, come Frank: era un habitué dei portici di Palermo, ha collezionato un arresto ogni due settimane per mesi ("non ottemperava al decreto d'espulsione") fino a quando è riuscito a far perdere le proprie tracce.

Quello cui si sta assistendo  -  parlano i fatti  -  è un "repulisti" di poveracci, di stranieri e di tossici, messi nella "discarica" del carcere (sono tutte parole pronunciate nei convegni). Se questo può forse corrispondere a una precisa logica "d'ordine" (ordine almeno apparente, da immagine televisiva e non da strada), il problema non cambia. Il reato piccolo piccolo è in agguato per chiunque: Antonio è un odontotecnico, è stato accusato di un furto di corrente elettrica, si era dichiarato innocente, ma non ha avuto possibilità di difesa, giacché il tecnico dell'Enel aveva portato via il contatore. Quattro giorni di prigione e poi via di corsa a patteggiare, "pur di tornarmene fuori", dice.

Qual è la "colpa principale" per quasi la stragrande maggioranza dei detenuti italiani? Sono i "reati contro il patrimonio": furti e borseggi. Poi c'è il piccolo spaccio. Molto impegnati nel "turn over" della giustizia sono i tossicomani, arrestati per possesso di droga sul cui uso, personale o per vendita, deve pronunziarsi il magistrato. Ben il 30 per cento dei detenuti è consumatore di droga (e molti sono affetti da epatite C) e dovreste stare in comunità (ma non c'è posto). Per omissione di soccorso, ingiuria e diffamazione finisce dentro il 15 per cento. In fondo alla classifica dei detenuti, ecco i responsabili di reati contro la pubblica amministrazione (3,4) e contro l'amministrazione della giustizia (2,9%).

Le misure della tortura



E i "cattivi" veri? A conti fatti, solo tre detenuti su dieci  -  attenzione  -  si sono macchiati o sono sospettati di crimini violenti. Più paradossale il tema dei "mafiosi in galera": intere fette di territorio sono in mano ai clan, ma in carcere non arrivano a seimila detenuti. E, tra questi, è il 10 per cento che sconta il famoso o famigerato 41 bis, ossia il carcere durissimo. Quanti? Presto detto: 267 camorristi, 210 esponenti di Cosa nostra, 114 affiliati alla 'ndrangheta. Una goccia nel mare.

Vale la pena di ricordare che era il 2006 e con l'indulto avvenne "l'esodo dei 23mila". Ma adesso "tutte le Regioni italiane hanno abbondantemente superato la capienza regolamentare", come denuncia il sindacato di Polizia penitenziaria Sappe. Al Nord non si sta meglio che al Sud. Il top? È in Emilia Romagna: capienza totale 2393, numero dei reclusi oltre 4.400. "In percentuale è il 198 per cento, un dato cronico e destinato a superare ogni limite in Italia", dice Franco Maisto, presidente del tribunale di Sorveglianza di Bologna. "Siamo in un frenetico e imperdonabile immobilismo, "si fa si fa", dicono, e non si fa mai niente in nessuna direzione. Né aumentano i posti letto, né esce la gente".

"Detenuto in attesa di giudizio" è il titolo di un vecchio film, con Alberto Sordi protagonista. Raccontava di un innocente che finiva in carcere. Negli anni dell'inchiesta milanese "Mani pulite", quando a entrare in cella erano politici, finanzieri, imprenditori, molti giuravano: "Mai più, bisogna cambiare le carceri". Comunque la si pensi sul "pugno duro", sul "giustizialismo" o sul "garantismo", il dato è angoscioso: il 43 per cento degli attuali detenuti è in attesa di giudizio.

Dietro le sbarre, dove qualche gangster resiste ancora, e non mancano i balordi, tra tossici e clandestini, gravitano oggi 30mila detenuti senza una condanna definitiva. E  -  attenzione  -  la metà di questi "non definitivi", e dunque almeno quindicimila, sarà  -  la stima è dell'associazione Ristretti Orizzonti  -  assolta. In Europa, siamo un caso unico.

È grazie a questo paranoico stato delle cose che in cento posti-branda sono ammassate  -  per statistica  -  152 persone. Soltanto in Bulgaria il tasso di affollamento delle carceri è maggiore (155), mentre la media europea è di 107 detenuti ogni 100 posti. I letti a castello arrivano a tre, quattro piani, la testa di chi dorme è a 50 centimetri dal soffitto. Spesso lo spazio vitale del detenuto è molto al di sotto dello standard dei 3 metri quadrati che sono "la misura della tortura".

Il coefficiente, in molte carceri dell'Italia del G8, è del 2,66 periodico: un coefficiente accettabile solo tra innamorati. Caltagirone, in provincia di Catania, è al primo posto per l'indice di sovraffollamento: ospita 302 persone invece delle 75 previste. Lo segue un altro carcere siciliano, Mistretta (Messina), con l'indice al 175 per cento. E la Uil penitenziari fa notare anche il caso di Busto Arsizio (Varese), non enorme, ma con gli arresti dell'aeroporto internazionale della Malpensa, "è pieno come un uovo".  Si sta un po' più larghi a Poggioreale: il carcere di Napoli ha una capienza di 1.658 persone, è arrivato a 2.801, numero che lo rende in termini assoluti quello più popolato d'Europa. Sommando tutti i numeri dei detenuti europei, fa effetto scoprire che uno su quattro si trova in Italia.




L'exploit dei costi




Quanto costa questa macchina infernale? E che rimedi propongono dal governo?  Ogni detenuto costa allo Stato come se alloggiasse in un hotel quattro stelle: 113,04 euro. È questa la cifra media che il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, indica come costo giornaliero di un detenuto. In totale fanno 2,7 miliardi di euro. La cifra, non certo bassa, viene considerata ben al di sotto del necessario dagli
operatori.

L'associazione Antigone, che oggi diffonderà un suo dossier sulle carceri, ha calcolato che se si arrivasse alla cifra dei 44 mila detenuti previsti nelle tabelle, si risparmierebbero 1,5 miliardi di euro. Non mancano neppure sprechi "classici": come le nuove manette acquistate in confezione da cinque per le quali però, stando a un sindacato, ci sono solo due coppie di chiavi.

Gli agenti sono 39mila contro i 45 mila dell'organico. E seimila assenze pesano: nella sezione femminile del carcere pesarese Villa Fastiggi hanno dovuto lavorare anche agenti maschi, con sconcerto generale. Anche perché, nel gennaio scorso, il ministro Angiolino Alfano, in un incontro con i sindacati della polizia penitenziaria, aveva rassicurato tutti. Come? Annunciando diciotto nuove carceri, di cui dieci "flessibili". E garantendo  -  parole sue  -  le "tanto agognate 2mila unità".

Risultato reale? Zero. Ma questo di Silvio Berlusconi non era il "governo del fare"? Un altro anno galeotto sta finendo, e tra due mesi scade anche il decreto ministeriale che aveva nominato commissario straordinario Francesco Ionta.

I "Baschi azzurri" della polizia penitenziaria fanno le scorte. Ma  -  chiedono da qualche tempo  -  ha senso organizzare trasferte "di almeno tre uomini" non per i mafiosi, ma per chi sta per essere rilasciato? "Partiamo in tre con il cellulare  -  è il racconto concreto  -  per trasportare in un'altra regione qualcuno che va ai domiciliari, lo salutiamo e lo lasciamo libero anche... di evadere", protestano. È anche successo che, durante un trasferimento, il furgone cellulare si sia fermato: siccome si taglia su tutto, nel serbatoio non c'era più benzina." 
Questa ottima inchiesta termina con un video sulle condizioni carcerarie in Italia, che potrete trovare al link:                                                                  http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/inchiesta-italiana/2011/07/28/video/carceri_i_trentamila_delle_porte_girevoli-19750569/1/
ues

mercoledì 22 giugno 2011

Le carceri che scoppiano, gli enormi danni sociali della legge Fini-Giovanardi e una (in)giustizia di classe.


BASTA CON LA LEGGE FINI-GIOVANARDI SULLE DROGHE!

Spesso sembra che ci siano temi che molti giudicano quasi "improprio" il solo parlarne, o che comunque non toccano la sensibilità della maggioranza delle persone. Il carcere e la droga sono tra questi temi. In fondo, quasi ognuno di noi pensa: "tanto a me non riguarda", ma se tutti noi ci ricordassimo di quella bellissima frase, mi sembra di Rosseau, ma non vorrei sbagliarmi, che invitava a giudicare la civiltà di un paese dal tenore delle sue carceri. La vita in carcere deve riguardare tutti noi, perché chi é dentro sono persone che spesso sono molto più vicine a noi di quel che possiamo immaginare e nel paese alla rovescia che é l'Italia, anche una persona estremamente ligia e onesta, rischia, se non ha a disposizione un bravo ma costoso avvocato, di andarci a finire in quei gironi infernali che sono le carceri italiane oggi. E soprattutto sconvolge che delinquenti patentati che ci governano o che ronzano intorno al potere, ne facciano di ogni tipo, senza mai pagare alcuna conseguenza, mentre un povero giovane come Aldrovandi, o Cucchi, o un padre di famiglia perbene e onesto lavoratore come Branzino possano morire di percosse da parte delle forze dell'ordine o guardie carcerarie, all'interno di una prigione o in distretto o caserma che sia, per reati dove non c'è vittima se non l'arrestato stesso, eventualmente. La Fini-Giovanardi sta mandando in galera migliaia di ragazzi/e, nel nostro paese é in atto una legislazione di emergenza senza che noi lo sappiamo (per "droga" la Polizia può fare tutto, intercettare, pedinare, sfondare porte di case (all'alba in terrorizzate famiglie borghesi o operaie) e può permettersi ampli spazi di libera iniziativa rispetto alle normali procedure.  

Posto qui, un importantissimo articolo del bravissimo Franco Corleone sui danni gravissimi portati da quella legge sciagurata voluta dal bigotto fanatico e integralista cattolico, Giovanardi, assieme al suo ex-sodale, Gianfranco Fini (ricordiamocelo a volte chi ha firmato certe leggi....). Le carceri sono sovraffollate, e oltre del 50% dei detenuti lo é per fatti relativi all'uso di droga. Corleone poi ci racconta bene la macelleria sociale in atto nei confronti dei poveri sventurati che hanno l'abitudine di fumare un pò di cannabis, molto più sana secondo tutti gli studi scientifici, rispetto all'invece reclamizzato alcool. Ora perciò aboliamo questa legge infame o riformiamola, ma é necessario che si formi un movimento consapevole che metta ai primi punti dell' suo programma o agire politico, la riforma della legge sulle droghe, con la completa depenalizzazione della cannabis, e con progetti pilota di distribuzione di eroina, morfina, metadone, come stanno facendo numerosi paesi europei, a partire dalla vicina Svizzera. Solo così eviteremo inutili sofferenze, vite stravolte per un grammo di marijuana, proliferare di malattie e morti, sovraffollamento delle carceri e riusciremo davvero a sconfiggere le mafie, che si stanno mangiando l'Italia grazie ai soldi della droga che vendono a prezzi d'oro grazie al proibizionismo!


Droga e carcere, i dati del tracollo

corleone.pngFranco Corleone svela in anteprima per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 15 giugno i dati 2010 dei danni della legge antidroga.
Fonte: Il Manifesto, di Franco Corleone 15/06/2011
Lo zar è nudo, finalmente. I dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria confermano i tremendi danni sul carcere che la legge antidroga votata nel 2006 dalle Camere già sciolte ha prodotto nei cinque anni di applicazione e in particolare nel 2010.
Carlo Giovanardi architettò il vulnus istituzionale inserendo il testo proibizionista nel decreto sulle Olimpiadi e il Quirinale purtroppo controfirmò.
Eravamo stati facili profeti a immaginare le conseguenze delle norme punitive introdotte per pura ideologia e a ridicolizzare la retorica salvifica secondo la quale la gravità delle punizioni avrebbe spinto alla cura i tossicodipendenti.
La strage che si compie ogni giorno nelle carceri italiane in termini di violazione della legalità e dei diritti e che va sotto il nome pudico di “sovraffollamento”, non è un accidente naturale, ma ha una causa nella legge criminogena che si appella alla “guerra alla droga”. Veniamo alle cifre.
Al 31 dicembre 2010 il numero dei tossicodipendenti in carcere era di 16.245 detenuti pari al 24% dei 67.961 presenti (la cifra è sottostimata perché mancano i dati di Roma e di altri Istituti minori). Per una valutazione completa del fenomeno, va aggiunto il numero imponente di 27.294 ristretti per violazione dell’art. 73 (detenzione e spaccio) del Dpr 309/90, pari al 40,16% delle presenze.
Il quadro diventa ancora più sconvolgente se esaminiamo i flussi di entrata in carcere in un anno e non le presenze in un giorno. Nel 2010 nelle carceri italiane sono entrati dalla libertà 84.641 soggetti per droga, di questi 24.008 (pari al 28,5%) classificati come tossicodipendenti e 26.141(pari al 29%) per fatti inerenti l’art.73 della legge antidroga.
Ovviamente vi è un margine di sovrapposizione tra le due figure, ma è certo che più del cinquanta per cento degli ingressi e delle presenze in carcere sono dovuti a comportamenti legati alla questione droga che da problema  sociale viene di fatto declinata come vicenda criminale.
Dai dati del Ministero dell’Interno (vedi questa rubrica del 18/5 scorso), si ricava che la persecuzione si orienta per il quaranta per cento contro la canapa. Ma chi sono realmente le oltre 27.000 persone in galera a fine 2010? Sono trafficanti e spacciatori? O sono consumatori in possesso di un quantitativo di poco superiore alla soglia stabilita in via amministrativa per trasformare un cittadino in uno spacciatore presunto? Dalla ricerca in profondità eseguita in Toscana, risulta che almeno il 40 per cento degli incarcerati per l’art.73 sono consumatori o al più piccoli spacciatori. Se aggiungiamo le persone segnalate alle prefetture per semplice consumo (quarantamila giovani all’anno, per il 72% fermati con uno spinello!), dobbiamo avere il coraggio di denunciare la violenza su milioni di persone, vittime non della droga ma della war on drugs.
Pochi giorni fa si è svolto un Seminario dei giudici latini, organizzato da Magistratura democratica, che ha denunciato il carattere emergenziale delle leggi proibizioniste e la violazione dei diritti umani; con la conseguenza di un sistema giudiziario sommerso nella repressione della marginalità e debole verso i gravi reati della corruzione politica e dei colletti bianchi. Una giustizia di classe che in Italia è bene espressa dalla legge Cirielli che salva gli incensurati e calpesta i recidivi.
Il bilancio fallimentare della legge Giovanardi deve spingere a raccogliere le sollecitazioni autorevoli della Global Commission on Drug Policy per un cambio di paradigma. Una riforma subito, dunque.

lunedì 13 dicembre 2010

Sull'idiozia fondamentalista e mafiosa del proibizionismo


Contro la follia del fondamentalismo

Introduzione al Quaderno Viaggio nella Canapa.
A cura di Grazia Zuffa e Franco Corleone
Da quando il movimento per la marijuana medica ha assunto dimensioni internazionali, travalicando i confini degli Stati Uniti, Lester Grinspoon, il maggior esperto mondiale sulla canapa, non ha bisogno di presentazioni. Tuttavia, è affascinante ripercorrere la sua storia. Medico, psichiatra, è stato docente alla prestigiosa Medical School dell’Università di Harvard. Come spiega nel saggio iniziale di questo volume (Odissea della canapa), cominciò a studiare la canapa fin dagli anni Sessanta, quando si ripromise di scrivere un articolo scientificamente fondato a sostegno della tesi della pericolosità della canapa: erano gli anni della diffusione della marijuana nei campus studenteschi e Grinspoon pensava che un intervento su basi scientifiche avrebbe avuto un effetto dissuasivo più efficace dei richiami moralistici o della propaganda politica. Andò diversamente: più allargava e approfondiva la ricerca, più lo studioso americano si avvicinava alle conclusioni opposte: «Cominciai a pensare che le mie conoscenze erano largamente basate su miti, vecchi e nuovi - scrive Grinspoon nel saggio già citato - e che la mia formazione medica e scientifica ben poco mi aveva tutelato dalle informazioni distorte».
Il suo primo scritto, uscito nel 1968, e poi il libro Marijuana Reconsidered riflettevano le sue scoperte: a confronto con altre sostanze psicoattive e anche con altri farmaci moderni considerati sicuri, quali l’aspirina, la canapa è una sostanza assai più sicura. Queste conclusioni fecero scalpore, naturalmente nell’America culla del proibizionismo: ma come, un docente di Harvard, un’autorità indiscussa in campo scientifico osava sostenere che la canapa era meno pericolosa dell’alcol e del tabacco?
Se pensiamo che la stessa tesi, sostenuta trent’anni dopo dall’accademico di Francia Bernard Roques, ha di nuovo suscitato scandalo, meglio si capisce il coraggio politico e la statura umana, oltre che scientifica, di Lester Grinspoon.
Non a caso, nella sua storia, l’impegno di ricerca si intreccia con la pratica clinica e la militanza politica. Grinspoon è sempre stato in prima linea nell’assistere i tanti pazienti che a lui si rivolgono per avere le informazioni sulla canapa, spesso rifiutate dai medici curanti. Il sapere proveniente dalle testimonianze dei malati è la base dell’altra famosa opera, Marijuana, the forbidden medicine. Grinspoon ha sempre difeso il valore delle evidenze aneddotiche a sostegno delle proprietà terapeutiche della canapa, anche in assenza di sperimentazioni cliniche controllate: è questa una delle sue argomentazioni preferite, ampiamente documentata in questo volume (cfr. Una ricchezza da sfruttare).
Si farebbe torto a Lester Grinspoon a confinarlo al tema della canapa medica. La sua ricerca procede a tutto campo, così come a tutto campo è iniziata. Particolarmente interessante, a questo proposito, è la sua tesi circa la versatilità, com’egli la chiama, della marijuana, che non può essere circoscritta ai soli usi ludico e medico. C’è un terzo campo, di “potenziamento” delle facoltà umane (sensorie, di pensiero, dell’umore), che sta a cavallo fra i due, altrettanto fertile. Anche per questo, Grinspoon è scettico circa la possibilità, o l’opportunità, di scindere la battaglia per la legalizzazione degli usi terapeutici da quella per la decriminalizzazione della canapa. Così come non si è mai stancato di denunciare che i tentativi di creare farmaci derivati dalla canapa in alternativa alla marijuana, sono in realtà un «artefatto della proibizione». Da qui la polemica degli ultimi anni contro la «farmaceutizzazione» della canapa, com’egli la definisce; in particolare, contro la pretesa superiorità del Sativex (un farmaco creato dalla casa britannica G.W. Pharmaceuticals) sulla canapa inalata o fumata (cfr. Il fumo è la migliore medicina).
La «medicalizzazione» o «farmaceutizzazione» della marijuana è un nodo politico cruciale, che vede opinioni differenti all’interno dello stesso movimento antiproibizionista; Fuoriluogo vi ha dedicato un dibattito con molti interventi, a partire dal 2001. Ma già due anni prima, Giancarlo Arnao aveva aperto il confronto con un articolo dal suggestivo titolo Liberare le droghe. Anche dal potere medico: commentando uno scritto di Thomas Szasz, egli individua i pericoli della «medicalizzazione» delle droghe, che rischia di sostituire una forma di controllo (quella poliziesca), con un’altra, più sottile ma anch’essa insidiosa (quella dei camici bianchi). Arnao rivendicava l’uso della cannabis non come espressione di un disagio, ma come un’esigenza connaturata all’essere umano. Questo problema abbraccia l’intera problematica droga, interessata a fondo dal ben conosciuto fenomeno di “patologizzazione della devianza”, e si riflette anche sul tema specifico degli usi medici della canapa: ha senso legittimare l’uso medico, mantenendo l’intolleranza, morale e penale, nei confronti degli usi non medici della canapa? E ancora: è possibile separare nettamente la funzione psicoattiva da quella terapeutica, privando il farmaco-canapa delle proprietà euforiche della marijuana?
Come si è detto, Grinspoon non ha incertezze nel tenere insieme le due funzioni; così come nel legare i diversi aspetti della medesima battaglia (cfr. Anche lo high è terapeutico). Nell’intervista A carte truccate, di nuovo auspica la crescita di un movimento di pressione delle persone che usano la marijuana come terapia per rovesciare del tutto il proibizionismo. «La marijuana medica - sostiene - insegnerà alle persone che questa sostanza non è l’erba diabolica che il governo ci ha descritto per anni».
Uno dei leit motiv dell’autore è la denuncia della persecuzione dei consumatori americani, una vera e propria caccia alle streghe responsabile fino ad oggi dell’arresto di 12 milioni di cittadini. La polemica attuale di Lester Grinspoon contro il fondamentalismo dei teocon di Bush è coerente con l’impegno di una vita per smascherare le menzogne che hanno imposto una «follia di massa» sulla canapa; e per denunciare l’asservimento al potere della scienza, o almeno di molti, troppi, sedicenti scienziati.

La collaborazione di Lester Grinspoon con Fuoriluogo e con Forum Droghe ha avuto inizio grazie ai rapporti con il mondo americano di Giancarlo Arnao, nel 1998, con la pubblicazione del primo dei suoi fondamentali contributi sulla canapa, sulle sue applicazioni terapeutiche, sulle conseguenze della proibizione. Si tratta del drammatico processo contro un cittadino americano, arrestato in Malesia per possesso di marijuana, da lui utilizzata per curare il dolore cronico: Grinspoon racconta la sua testimonianza in tribunale in qualità di esperto internazionale di canapa medica, nel tentativo di salvare l’infelice che rischiava fino alla pena di morte. L’attività di consulente nei tribunali statunitensi fa parte della sua militanza politica: nonostante i pronunciamenti popolari che hanno imposto a molti stati americani di decriminalizzare la marijuana ad uso medico, il governo, appellandosi alla legge federale, ignora le leggi statali e continua a perseguitare i malati e i medici: così come attesta la testimonianza giurata nel caso Ashcroft versus Raich, anch’essa riportata in questo volume.
Nel 1999, esattamente il 29 ottobre, Forum droghe organizzò a Bologna un incontro pubblico con Lester Grinspoon: fu un primo importante incontro fra lo studioso americano e l’intero movimento antiproibizionista italiano. Introduceva il seminario lo stesso Giancarlo Arnao, responsabile scientifico dell’associazione, un anno prima della sua scomparsa: a Giancarlo dobbiamo la spinta politica per dare avvio anche in Italia alla battaglia per la canapa medica.
Da allora, il tema della medicina proibita è diventato centrale nella riflessione del giornale e strategico nell’azione politica di Forum Droghe: alla fine degli anni Novanta, fu pubblicato un quaderno di Fuoriluogo con la traduzione italiana del rapporto britannico della Camera dei Lord, che avallava autorevolmente le sperimentazioni con la canapa medica; nel 2000, durante la Terza conferenza nazionale sulle tossicodipendenze, fu presentato un altro quaderno speciale, il Libro Bianco sugli usi terapeutici della cannabis, preludio alla costituzione di un’associazione specifica. Negli anni successivi, altri gruppi e movimenti di pazienti sono scesi in campo, rivendicando il diritto alla cura.
Sulle droghe, e sulla canapa in particolare, i cinque anni del governo Berlusconi, con l’approvazione in extremis del decreto Fini-Giovanardi, hanno riportato l’Italia indietro di decenni. La svolta impressa alla legislazione italiana pone il nostro paese alla retroguardia dei paesi europei. Il cardine attorno a cui ruota la nuova legge consiste nella codificazione dell’uguaglianza delle diverse sostanze psicoattive, all’insegna del principio ideologico «la droga è droga». È un approccio fondamentalista che non tollera distinzioni, interpretate come “eresie” al credo proibizionista. Anzi, la condanna più dura, prima morale e poi penale, è proprio rivolta alle droghe leggere, alla canapa, la pianta “corruttrice” delle menti e dello spirito. Nella relazione al decreto Fini-Giovanardi è indicato a chiare lettere l’obiettivo di impedire qualsiasi utilizzo della canapa, perfino dei farmaci derivati, a fine terapeutico: l’esclusione del principio attivo dalla tabella II (dove sono elencate le sostanze di valore medico) ha voluto - si dice - «eliminare il riferimento, foriero di equivoci, ad ipotetici prodotti farmaceutici a base di cannabis, non presenti nella Farmacopea ufficiale italiana» (sic!). Questa nuova norma di preclusione è stata varata nonostante le molte iniziative istituzionali trasversali prese fra il 2000 e il 2006: ricordiamo le mozioni di ben sei Consigli regionali (Basilicata, Friuli - Venezia Giulia, Lombardia, Sardegna, Toscana, Umbria) e di diversi Consigli provinciali e comunali, per sollecitare il Parlamento a discutere le proposte di legge nazionali per inserire nella Farmacopea i derivati della canapa (dronabinol e nabilone); per facilitare l’importazione di farmaci derivati disponibili in molti paesi europei; per promuovere sperimentazioni.

Con la vittoria dell’Unione, si è aperta in Italia una fase nuova. Il 18 luglio 2006, la Ministra della Salute, Livia Turco, ha emanato un’ordinanza per autorizzare «l’importazione di medicinali a base di delta-9-tetraidrocannabinolo o trans-delta-9-tetraidrocannabinolo per la sommnistrazione, a scopo terapeutico, in mancanza di alternative terapeutiche, a pazienti che necessitano di tali medicinali»: è un primo passo per rimediare ai danni della Fini-Giovanardi, sulla scia di nuove iniziative regionali e locali.
In Toscana, sta per iniziare la discussione di un progetto di legge che, tra l’altro, propone la sperimentazione della canapa terapeutica; in Liguria, il 18 agosto 2006, il Consiglio regionale ha dato il via libera alla sperimentazione del farmaco Bedrocan, contenente derivati naturali della cannabis. Il farmaco è commercializzato nelle farmacie olandesi già dal 2003. Il documento impegna la Giunta alla promozione di «una forte azione istituzionale» verso il Ministero della Salute con lo scopo di facilitare l’uso, nelle terapie del dolore, di farmaci contenenti derivati sintetici della cannabis, agevolando «le procedure previste per l’impiego»; all’approvazione di norme che consentano «la sperimentazione ad uso terapeutico dei derivati naturale» della canapa; ed infine all’invio di circolari e direttive ai medici di base, alle Asl e a tutte le strutture competenti «per agevolare l’impiego dei farmaci analgesici oppiacei nella terapia del dolore».
Anche il Consiglio regionale del Lazio, nel luglio 2006, ha approvato un ordine del giorno che impegna alla sperimentazione della canapa terapeutica. È stata anche depositata una proposta di legge, prima firmataria Anna Pizzo, che fissa le linee della sperimentazione.
Infine, ma non meno importanti, le iniziative parlamentari: già all’inizio della legislatura, presso la Camera dei deputati, è stata depositata una proposta di legge con oltre trenta firme (Atto Camera n. 34, primi firmatari Marco Boato, Carlo Leoni, Ruggero Ruggeri, Graziella Mascia, Enrico Buemi) che prevede la depenalizzazione completa del consumo di tutte le sostanze, compresa la coltivazione domestica della canapa e la cessione gratuita, una efficace politica di riduzione del danno e alternative al carcere per i tossicodipendenti. È inoltre imminente una iniziativa legislativa del Ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, sulle identiche linee di intenti, con una indicazione esplicita di regolazione dell’uso terapeutico della canapa. Le scelte dell’Italia potrebbero favorire il ruolo dell’Europa per una strategia globale più tollerante e intelligente, lasciando alle spalle la fallimentare “guerra alla droga”, così come auspicato dalla Raccomandazione del Parlamento europeo approvata alla fine del 2004.
La riforma della normativa italiana sulle droghe potrà finalmente dare una risposta al movimento, assicurando il diritto alla cura ai malati costretti alla clandestinità, offrendo nuove opportunità ai tanti pazienti che ancora oggi ignorano le potenzialità della canapa. Una sostanza che, come non si stanca di ripetere Lester Grinspoon, sarà prima o poi salutata come un farmaco eccezionale, al pari della penicillina. Non resta che augurarci che avvenga al più presto.

Franco Corleone / Grazia Zuffa