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sabato 16 luglio 2011

Precariato, cambio di paradigma, ruolo dei movimenti e di SEL, verso il reddito di cittadinanza....partendo dal "reddito ad intermittenza"

      
                                                                                                                                                                                                                                            Finalmente negli ultimi anni, ma in particolare ci sembra nell’ultimo anno, stiamo assistendo ad una nuova presa di coscienza delle moltitudini che vivono la condizione del precariato e della flessibilità senza alcuna sicurezza. Le partite Iva, come ha giustamente sottolineato il nostro coordinatore provinciale, Daniele Farina, alle elezioni amministrative recenti si sono rivelate votare principalmente Sinistra Ecologia Libertà, quando un tempo le partite Iva votavano Lega, e questo sottolinea Farina, non perché abbiano cambiato idea, ma perché è cambiata la composizione di classe. In poche parole, con questa frase, coglie i principali cambiamenti avvenuti nel mondo del lavoro e i nodi focali del nuovo paradigma.
La battaglia per i diritti dei precari, degli atipici, delle partite Iva è una questione entrata prepotentemente nell’agenda politica anche istituzionale, e sta prendendo sempre maggior centralità nel dibattito pubblico e sui mass-media. Parole e concetti come “reddito di cittadinanza”, “reddito di esistenza”, “reddito minimo garantito”, “basic income”, “continuità di reddito” o “reddito di intermittenza” come sta proponendo la nostra Cristina Tajani, Assessore al Lavoro della giunta Pisapia  stanno entrando nel vocabolario politico-sociale.
La centralità della questione ci è dimostrata ulteriormente dal fatto che mentre un tempo a parlare di precarietà erano solo i movimenti e le aree  di certa sinistra extraparlamentare, e forse i settori più maturi e avanzati di alcuni partiti della sinistra, oggi perfino il Papa, o l’ex-presidente della Banca d’Italia e ora Presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, parlano della precarietà e della necessità di cambiare in qualche modo il sistema economico perché la precarietà non distrugga ogni speranza di futuro. Ma aldilà delle parole di circostanza che possono esprimere politici, banchieri, religiosi ecc. le rivendicazioni di un nuovo welfare, di un reddito minimo, di un reddito garantito, perlomeno come primo passo per chi si ritrova momentaneamente senza reddito o con redditi troppo bassi per vivere (sempre tenendo in mente che ci si deve muovere in un’ottica di allargamento e di affermazione di un diritto e non di una concessione), di una garanzia di continuità di reddito sono oggi rivendicazioni che ricompongono sempre più il mondo del precariato, per sua natura atomizzato e disperso.
Il modello produttivo è cambiato profondamente, siamo passati dal modello fordista  dei grandi agglomerati industriali e dell’operaio massa a quello post-fordista della fabbrica diffusa e della piccola e piccolissima impresa, ma soprattutto del lavoro intellettuale, dei saperi, e comunque lavoro precario e sottopagato. Lo sfruttamento del capitalismo globalizzato sussume interamente la vita dei cittadini 24 ore al giorno e caratterizza l’economia post-fordista, configurando quindi nuovi soggetti lavorativi: lavoratori dell’intelletto, operatori della conoscenza, del terzo settore, o i nuovi paria dei call-center, i vagabondi da un impiego all’altro, i nomadi della precarietà, che già negli anni ’70 alcuni intellettuali marxisti eretici chiamarono “operaio sociale”. Oggi, per rinnovare il linguaggio, potremmo dire “Precario”,  perché il nuovo paradigma sociale e produttivo si basa sulla precarietà, una precarietà che non è solamente situazione lavorativa ma condizione esistenziale. In altre parole potremmo dire che siamo tutti precari! Anche le figure lavorative che si pensavano essere maggiormente garantite,  subiscono un pesante attacco alla loro stabilità lavorativa e ce lo dimostra la vicenda Marchionne con il ritorno della contrattazione separata, delle gabbie salariali, dei licenziamenti di massa…..) .
Come abbiamo avuto modo di vedere  Il tramonto della centralità dell’”operaio-massa” segna l’inizio di un nuovo paradigma produttivo in cui l’”operaio-sociale”, il “precario” diventa soggetto centrale dello sfruttamento capitalista e neo-liberista. 
Con tutte le critiche che si possono fare alla Cgil di ieri e di oggi, (soprattutto in questa ultima fase in cui la Camusso ha praticamente abbandonato la Fiom), c’è il merito invece di aver capito l’importanza della questione precaria e di star lavorando al fine di costituire una nuova consapevolezza precaria, con organizzazioni indipendenti che la Cgil poi sponsorizza in vari modi, come nel caso dei giovani di “Non più disposti a tutto” e le manifestazioni in tutta Italia per questo soggetto sociale ancora disunito e disorganizzato ma che sta muovendo i suoi primi passi come soggetto sociale collettivo. Molto ha contribuito a portare avanti questa discussione sul precariato: a partire dal lavoro della rete di San Precario, ben più profondo e radicato negli anni rispetto probabilmente ad ogni altra realtà, ma anche il lavoro compiuto dal circolo di Sinistra Ecologia Libertà del Leoncavallo, così come il lavoro che anche il Centro Sociale Leoncavallo stesso ha svolto da anni, come realtà politica autonoma, assieme ad altri centri sociali o luoghi e realtà con una storia politica molto simile. Il cartello delle realtà antagoniste del Nordest, che in larga parte appoggiano SEL ed hanno instaurato un fecondo rapporto con il nostro Nichi.
Nichi  Vendola ha più volte sottolineato l’importanza di questa battaglia, che afferma giustamente Nichi, non può però togliere diritti ai più anziani e darne un po’ di più ai più giovani come vorrebbero in Confindustria, alcune destre (e Ichino e qualcun altro nel Pd) ma per rivendicare un nuovo welfare  che risponda ai nuovi bisogni,  alle nuove lotte, al cambiamento di paradigma.
Se Sinistra Ecologia Libertà saprà rendere questa battaglia visibile e caratterizzarsi sia come parte attiva che lotta dentro ai movimenti, sia come “sponda istituzionale” per i movimenti sociali che si battono per un nuovo welfare e contro la precarietà (così come sulle mille altre tematiche portate avanti dalla società civile più illuminata, SEL deve acquisire quella capacità di essere dentro ai movimenti, in mezzo e insieme alle realtà e alle singolarità che lottano, portando poi queste istanze nel campo legislativo e facendo sì che si traducano in legge ), assolverà ad un compito essenziale, che nessuna forza politica ha svolto fin’ora con convinzione. SEL come progetto di ricostruzione di una nuova sinistra che sappia affrontare le sfide del XXI secolo, è stata l’unica forza politica a dare la giusta centralità alla lotta alla precarietà, facendosi interprete delle rivendicazioni nel mondo del precariato, soprattutto tra le figure del precariato intellettuale.
Le parole d’ordine/rivendicazioni con cui scardinare la cassaforte neo-liberista  devono essere quella di un nuovo welfare, inclusivo e adatto ai nuovi bisogni e il reddito di cittadinanza, che deve rimanere la rivendicazione comune a cui aspirare: la sicurezza sociale, la fine di ogni ricattabilità e di giochi al ribasso da parte degli imprenditori, il tempo e il denaro come beni da redistribuire….
Iniziamo con un “reddito di intermittenza” come dice Cristina Tajani parlando di Milano, per poi allargare , la sfera dei beneficiari della misura, fino a che ogni persona possa usufruire di un basic income (per arrivarci  ci sarà da battersi ancora a lungo) incondizionato. In ogni caso, è necessario che SEL si impegni con convinzione e determinazione per realizzare quella proposta che già da tempo il suo leader Nichi Vendola, ha anticipato, tra i primi in Italia, sul sussidio o comunque una forma di reddito per chi non ha più un lavoro.
Perché la crisi economico-finanziaria che ci sta investendo non provochi reazioni sbagliate, magari in senso xenofobo e di guerra tra poveri, l’allargamento e il potenziamento del welfare sembra diventare elemento sempre più essenziale. Per un nuovo welfare, per i beni comuni, per il reddito di intermittenza e per il reddito di cittadinanza. A Sinistra Ecologia Libertà spetta un compito assai importante e gravoso, ma che potrebbe aprire nuove prospettive per una nuova “comunarderia” del XXI secolo.
Paolo Gonzaga




domenica 19 giugno 2011

Nuovo libro sulla rivoluzione egiziana: "Islam e democrazia - I Fratelli Musulmani in Egitto


                                               































                                                                                                                                                                              E’ finalmente uscito il mio libro “Islam e democrazia- I Fratelli Musulmani in Egitto” con la casa editrice “Ananke” di Torino, in una collana dedicata all’Egitto e al mondo arabo.  
“Ananke” è una piccola casa editrice che fa un ottimo lavoro: lascia spazio ad esperti del settore, in base a criteri di reale professionalità e non in base alle apparizioni in Tv. Quando pubblica dei testi sulla città del Cairo e i suoi tesori e ghetti urbani, come nel caso della “città dei morti”, dà la parola ad una antropologa, Anna Tozzi, che ci ha davvero vissuto per alcuni anni nell’enorme cimitero del Cairo, abitato da 2 milioni e passa di persone, detto “città dei morti” e che è stata lì a lungo proprio per  studiare profondamente le dinamiche. O quando fa parlare me sulle rivoluzioni arabe e su quella egiziana in particolare, sul ruolo dei movimenti dell’islam politico, a partire dal gruppo più popolare in Egitto dei “Fratelli Musulmani”, sul movimento laico “6 Aprile”, motore della rivolta assieme a migliaia di giovani blogger egiziani di ogni tendenza, inclusi i giovani stessi dei Fratelli Musulmani, fa parlare uno studioso che si è laureato in Arabo a Cà Foscari, con una tesi sui gruppi radicali islamici in Egitto, e che poi ha vissuto 6 anni consecutivamente tra Il Cairo e i suoi ghetti dove gli islamisti esercitano una egemonia culturale indiscussa, passando per la roccaforte islamista nell’”Alto Egitto” di El Minya e poi ancora più a sud, Sohaj, città del sud Egitto dove ho speso 3 anni a periodi alternati, avendo modo di parlare con la gente, (la lingua araba ovviamente non è un problema per me parlandola, leggendola, scrivendola fluentemente ) e studiando la nuova gioventù che sarebbe stata poi quella di Piazza Tahrir, da un luogo privilegiato come il mio impiego da Lettore di Italiano presso la Facoltà di Lingue dell’Università di El Minya, o come operatore umanitario in progetti di cooperazione internazionale a Sohaj, o sempre come insegnante di Italiano presso il Centro di Cultura Italiano del Cairo, o infine come Assistente sociale per il Consolato Italiano al Cairo.  
Il mio libro tratta la rivolta egiziana e studia in modo particolare il movimento islamista dei “Fratelli Musulmani”, in quanto unica organizzazione politica ben strutturata e realmente radicata a livello popolare, e nei vari settori della società civile egiziana. Da uomo di sinistra quale sono io, cerco di analizzare le motivazioni del successo di questa organizzazione, e perciò la sua evoluzione storica e ideologica, il ruolo giocato nella “rivoluzione” e quello odierno post rivoluzione. In questo si incrociano le pagine sui movimenti laici e di sinistra che furono il cervello e il cuore della rivoluzione egiziana, e ciò che il lettore potrà scoprire, è che aldilà della retorica dei mass-media ufficiale, esiste una generazione di giovani “ribelli” dei Fratelli Musulmani,  che ha disobbedito alla dirigenza e si è alleata con i giovani laici del movimento “6 Aprile”, ( che raccoglie tendenze marxiste, liberali, socialiste o più semplicemente democratiche)creando le premesse per un movimento che cambiasse lo stato delle cose presenti
I primi contatti tra i giovani blogger laici e di sinistra e i giovani blogger religiosi della Fratellanza, avvennero tramite il carcere, dove ebbero modo di conoscersi grazie alla spietata repressione del regime di Mubarak verso chiunque non obbedisse al regime o osasse criticarlo, e di comprendere che le differenze che li separavano erano ben meno di quel che credessero, mentre i punti che li univano erano molti di più di quel che avessero mai pensato. Credo sia questo uno dei passaggi chiave che hanno portato ad una rivolta di popolo, che prima di tutto è stata una rivolta generazionale in un paese dove circa il 70% è costituito da giovani sotto i 30 anni.
Il movimento laico del “6 Aprile” nacque sull’onda della partecipazione e condivisione nelle lotte operaie del distretto industriale di Mahalla (e il 6 Aprile è la data della prima giornata di lotta condivisa tra studenti, giovani, spesso dell’alta borghesia,  e gli operai) e fu poi il motore della rivoluzione, in un’inedita alleanza tra giovani dei Fratelli Musulmani e giovani laici. In questo libro troverete come si erano già create le premesse per la rivoluzione con l’esperienza di “Kifaya”, (Ya basta/Ora basta), il primo cartello di opposizione ufficiale al regime di Mubarak, creato nel 2005 tra il rappresentante dell’ala moderata e pragmatica dei Fratelli Musulmani, Dr. Abu al Futtuh, il famoso intellettuale cristiano George Ishaak, alcuni rappresentanti dell’intellighenzia di sinistra, scrittori come ‘Ala al Aswani, e di come la saldatura successiva tra le differenti tendenze politiche contrarie al regime di Mubarak abbiano creato le premesse per la rivoluzione egiziana del 2011.
I Fratelli Musulmani, che per anni hanno costituito l’alibi per il potere di Mubarak, il quale continuava a sopravvivere in funzione di garante del sistema di alleanze internazionali filo-Usa, e di presunto baluardo contro un ipotetico integralismo islamico, spesso identificato proprio con i Fratelli Musulmani, arrivarono in ritardo sulla rivolta. Inizialmente i Fratelli Musulmani erano contrari perché il loro stile conservatore, la loro attitudine al compromesso (tipica delle vecchie generazioni e del gruppo dirigente del movimento),  gli impedivano di gettarsi in una rivolta dagli esiti ancora imprevedibili. Se furono coinvolti fu solo perché i giovani del movimento si erano gettati a capofitto nella ribellione al regime di Mubarak. 
Per cui si tratta di un libro sulla rivoluzione egiziana e sulle sue dinamiche, sul movimento dei Fratelli Musulmani con cui bisognerà fare i conti in ogni caso nel post rivoluzione, essendo come abbiamo detto l’unica organizzazione di massa, popolare, ben radicata all’interno della società egiziana (oltre che divisa in diverse anime). Da qui la necessaria narrazione su chi sono i Fratelli Musulmani oggi, come sono nati, su quale ideologia poggiano e come potrebbe essere un futuro Egitto in cui questo movimento, vedremo se dall’opposizione o dal governo, avrà inevitabilmente un ruolo centrale. E sempre da qui, l’analisi sulle varie anime che danno vita all’organizzazione islamista,  le profonde differenze che attraversano un movimento che è rimasto compatto probabilmente solo per la repressione subita che li ha costretti a fare “blocco unico”, ma che in realtà cela ben maggiori differenze di quelle che vogliano mostrare o che un lettore medio possa pensare.  Ora con la decisamente maggiore libertà di espressione presente nella società egiziana, in attesa delle prime elezioni democratiche, stanno fiorendo un gran numero di partiti e partitini. I Fratelli Musulmani hanno già formato il loro partito politico, “Hurriya wa ‘Adala” (Libertà e Giustizia) che subirà la concorrenza però sia di altre formazioni di matrice islamica, come i puristi e letteralisti salafiti, molti dei quali appartenenti alle famose “jamaat islamiyya”, (Gruppi islamici), i moderati ex-Fratelli Musulmani del “Wasat” (Centro),  o i mistici sufi che si stanno anche loro radunando in partiti politici, sia delle rinvigorite nuove formazioni laiche e di sinistra, come il Partito Comunista tradizionale, o il “Tajammu’”, di tendenza trotzkista, o i nuovi partiti che i giovani protagonisti della rivoluzione stanno formando, con la loro inesperienza ma anche con la loro enorme passione politica ed il loro enorme coraggio e pragmatismo che hanno permesso alla rivoluzione di vincere e abbattere il tiranno Mubarak. Certo ancora la strada per la realizzazione di una piena democrazia è ancora lontana, ma i segnali sono tanti, gli egiziani si sentono per la prima volta da decenni, padroni del loro destino e liberi di manifestare le proprie opinioni.      
Il libro può essere trovato nelle maggiori librerie o ordinato a me stesso (meglio), per averne una copia o organizzare una presentazione, scrivere a: paologonzaga70@gmail.com
Paolo Gonzaga

sabato 16 aprile 2011

Conferenza di Slavoj Zizek alla Boston University

Come sanno i lettori di questo blog, uno dei pensatori contemporanei che più ci piacciono, è Slavoj Zizek, sloveno e neo-marxista. Indica una via da seguire per il socialismo del XXI secolo. Proponiamo questa recente e significativa conferenza di Zizek all'Università di Boston.





domenica 3 aprile 2011

Parla Toni Negri

Riprendiamo il ciclo sui filosofi e pensatori neo-marxisti, a volte molto differenti tra loro, ma accomunati nella convinzione che questo non è l'unico mondo possibile e che nuove forme di comunismo, siano possibili e anzi auspicabili oggi più che mai, di fronte al fallimento e alla barbarie del capitalismo globalizzato.
Qui riprendiamo alcune riflessioni di Toni Negri, uno dei più grandi pensatori del marxismo eretico e libertario.


Negri

by materialiresistenti (24/03/2011 - 21:06)

Seconda lettera ad un amico tunisino


di TONI NEGRI
Caro A.,
ci siamo sentiti dopo che l’”alleanza dei volenterosi” ha cominciato a bombardare la Libia, in nome dei “diritti dell’uomo”. Ignobile, assassina mascherata. Tu noti correttamente: lacontrorivoluzione è cominciata. La Libia è il punto debole, equivoco della rivoluzione araba – ecco dunque dove si poteva prima di tutto attaccare, imputando alle buffonate di un Raìs la causa di una generale restaurazione. Si sono messi tutti d’accordo: ogni mezzo è buono per abbattere un tiranno… Gheddafi è certo un tiranno – tu aggiungi – ma gli altri, i Sark, i Cameron, i Berlusca e –dulcis in fundo – Obama, non sono dei tiranni ma una sola volontà li muove: controllare, cioè disciplinare e/o neutralizzare, la rivoluzione araba. L’intervento contro la Libia costituisce il precedente giuridico, la punta di diamante di un dispositivo che si presenta come “ingerenza morale” e difesa della ribellione della Cirenaica – non è dunque un intervento imperialista, neocoloniale ma democratico e fraterno, attento ai diritti dell’uomo. Abbiamo altre volte chiamato imperiale tale dispositivo. Attaccando un mostro si prendono le misure per costruire per tutti nuove regole di controllo. Sono regole diverse per ciascun paese, una governance di controllo e/o repressione della rivoluzione. Ma questa rivoluzione – tu insisti – non la si può controllare. Quando le moltitudini si ribellano sono esse che decidono che cosa vogliono fare del loro avenire. E se al loro interno riconoscono germi o residui di tirannia, sono esse che se ne liberano. Questo noi credevamo si chiamasse democrazia!
Quanto sono d’accordo con te. Sai, mio caro amico, questo evento libico s’è dato negli stessi giorni delle celebrazioni dei 150mo del Risorgimento italiano. Quante analogie ci sono fra quello che avviene chez vous e quell’episodio – tanto grande quanto esso stesso ambiguo. Non è strano infatti che le potenze centrali vogliano regalarvi qualcosa che assomiglia al Risorgimento – una rivoluzione ben tornita, “gattopardesca”, come quelle europee del XIX° secolo dove, per gestire lo sviluppo e l’accumulazione capitalista, per sconfiggere quello che allora si chiamava “repubblica e socialismo”, funzionavano aristocrazie e mafie imprenditoriali. Quel modello – un po’ biecamente – lo ripete Obama: come fece allora Pio IX° in Italia, ha (un anno fa al Cairo) tirato la pietra del rivolgimento arabo, un “siamo tutti berlinesi” adeguato alla novità geopolitica e, subito dopo, ha nascosto la mano. Ora elabora con le potenze ex-coloniali la governance di controllo.
Ma non siamo più nel XIX°, siamo nel XXI° secolo: qui non comandano più le aristocrazie e gli imprenditori locali ma i finanzieri e il capitale globale cui erano già fermamente legati i vostri tiranni. Lo sviluppo non è più solo barbara accumulazione, sofferta e lavorata da popoli e nazioni separati, ridicolmente indipendenti nella loro miseria, ma è il prodotto di moltitudini messe a lavoro nella cooperazione sociale. Sono la cooperazione sociale e questo comune che vanno liberati. Questa nostra rivoluzione araba – tu dici – non è solo una rivoluzione politica ma è anche e soprattutto una rivoluzione sociale. Noi non vogliamo più tiranni ma neppure padroni. La grande speranza di questa moltitudine di giovani arabi non è di cambiar padrone ma di toglierlo di mezzo.
L’intervento militare delle potenze occidentali serve dunque a bloccare queste speranze, a introdurre insicurezza per tutti, a selezionare nuovi padroni e complici, a schiacciare la potenza democratica e comune dei nostri movimenti. E se ora gli va male, saranno i moderni e laici “imperiali” che richiameranno in servizio vecchi padroni coloniali e, con loro, gli estremisti, i fanatici religiosi ed i tiranni. Le grandi manovre sono iniziate con l’intervento in Libia.
Ma, caro A., la mia impressione è che il tentativo di blocco e la reazione imperiale siano già traballanti, perché in questo periodo di crisi economica insolubile, di sommovimenti tellurici non solo delle piattaforme oceaniche ma dei poteri globali, i padroni delle multinazionali e le potenze dominanti non hanno più progetto, non hanno una direzione certa – si arrabattono, incapaci di esprimere una prospettiva unitaria sulla quale organizzare il controllo della rivoluzione araba. La Turchia e la Germania hanno disorientato la NATO, Israele ha obbligato Obama ad un decisivo ribaltamento di linea, le monarchie (dall’Atlantico al Golfo) si comportano da monarchie ed hanno chiesto alla République un immediata iniziativa repressiva, i militari algerini continuano ad imperversare con metodi che persino Stalin invidierebbe. Ma la rivoluziona araba continua – soffia sotto le ceneri in Marocco e in Algeria, respira in Tunisia, è già in stato ansioso in Egitto (dove i militari e i Fratelli Musulmani sono alleati per bloccare il movimento), lotta in Giordania e in Siria, è massacrata nel Barhein e in Yemen, corre sul web fra le genti del Golfo… Mentre, nella nuova prospettiva del “policentrismo globale” per la Rivoluzione araba non si è ancora fatto posto. Nella riconfigurazione geopolitica globale determinata dal “declino americano”, l’ultimo venuto è l’America Latina – ma come faranno a starci anche i fornitori arabi di petrolio se alla rendita fissa dei monarchi si sostituiscono le lotte e le pretese di reddito dei proletari? La “variabile indipendente” di una libera riproduzione della moltitudine?
Tu mi dici che questa rivoluzione deve risvegliare l’Europa. Io penso che non possa che farlo. Tu aggiungi che le terre del Mediterraneo del Sud e quelle del Mediterraneo del Nord sono comuni ai giovani arabi quanto ai giovani europei, perché la nuova forza-lavoro, materiale o immateriale, si valorizza e si muove in quello spazio. E aggiungi ancora che questo movimento continuerà perché esso fa parte della rivoluzione araba, tanto quanto di essa fanno parte la lotta contro i tiranni e quella contro gli “imperiali”. Ed io sono d’accordo con te quando ti esalti raccontando di quel formidabile Ponte sullo Stretto che è stato costruito fra Tunisi e la Sicilia e ti auguri che possa esser percorso in un senso e nell’altro, e che traghetti – dal Sud al Nord e viceversa – un sano odio contro i padroni e contro tutti i nazionalismi. Quando ti ho detto che qui da noi i pacifisti si son messi in moto (in grande minoranza questa volta, molto di più di quando si trattò di battersi contro le guerre in Kossovo e in Iraq), tu, amico mio, hai sorriso – per non dire che mi hai riso in faccia – dicendomi che questa volta i pacifisti non servivano davvero perché è impossibile modificare le cose con testimonianze morali. Qui bisogna invece allargare il mercato del lavoro e inventare nuove eque regole della sua riproduzione, qui si tratta ormai di pagare il petrolio con posti di lavoro. Se dunque c’è pacifismo, esso non può esser messo in campo che come sostegno politico e partecipazione materiale alla rivoluzione sociale araba. Qui c’è in gioco il gruzzolo del futuro, l’organizzazione e la divisione del lavoro attraverso il Mediterraneo, l’energia, molto denaro, e forse grosse porzioni del potere mondiale. Altrimenti – se si eviteranno questi problemi – la guerra libica diverrà lunga, fanatica e coinvolgerà le altre popolazioni arabe e vedrà alla fine solo rovine – fra i libici e fra i “volenterosi”, e certo, nessun vincitore “imperiale”.
In queste convulsioni postunilaterali, dentro il declino delle politiche imperiali americane ed europee, dentro l’indebolimento della NATO, la sola via di uscita consiste nell’agitare nuovamente la lotta di classe – quella dei lavoratori arabi accanto ai lavoratori europei. Bisogna rompere i confini. Per farlo, come tu dici, non è solo necessario schiacciare le sinistre riformiste sotto il peso delle loro responsabilità e la vergogna del loro tradimento, non più solamente interni ma internazionali; è anche urgente muoversi attorno a programmi politici che attraversino le frontiere e rivoluzionino forme e misure del modo di produzione, riconoscendo il comune come base della ricchezza.
dal sito:



E ancora segnaliamo questo pezzo sul Fatto Quotidiano, in cui viene dato rilievo alla lettura complessiva degli ultimi scritti di Toni Negri.
http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/03/18/nord-africa-lotte-francesi-antiberlusconismo-in-300-a-lezione-da-toni-negri/98408/
















lunedì 21 marzo 2011

IL COMUNISMO NON E’ MORTO. W IL COMUNISMO!


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IL COMUNISMO NON E’ MORTO. W IL COMUNISMO!
Io, aldilà da ogni retorica, non riesco a essere soddisfatto di un mondo in cui sono troppe e troppo forti le ingiustizie. Un mondo dove 1 uomo su 3 vive sotto la soglia di povertà, (1 dollaro al giorno), dove miliardi di persone non hanno accesso ai diritti di base, dall’acqua al cibo, dalla salute all’istruzione…Un mondo che non ha ancora capito che la guerra è una cosa barbara, che lo sfruttamento di uomini su altri uomini è scandaloso, dove il potere di una finanza quasi virtuale schiaccia popoli e vite umane....Un mondo  diventato ontologicamente precario, dove il pericolo della caduta tra gli “esclusi” è sempre alla porta dell’angolo, un mondo che cerca di nasconderli gli esclusi, se non di combatterli, perché simbolo di tutti i maggiori timori moderni, nuovi black goats, e quindi da non mostrare (infatti vedi le ordinanze contro accattoni, venditori ambulanti, immigrati ecc.), perché ricordano a tutti la precarietà della propria situazione e il rischio concreto che nella società dei consumi corre praticamente ogni individuo. Da questi ragionamenti mi balza alla mente che allora non viviamo nel migliore o anche nel “meno peggiore” dei mondi possibili, affatto. Come ci si può sentire pienamente a posto quando a miliardi di persone manca ogni cosa? Come si può pensare che questo sia il sistema che dovremo continuare a seguire silenziosamente per essere dei bravi cittadini? Bisogna immaginare un mondo diverso, senza nemmeno essere troppo sognatori, perché questa barbarie è nata a seguito di una ben precisa ideologia politico-economica, la più estremista pur tra quelle interne all’area dei teorici del libero mercato. La scuola keynesiana ad esempio era molto diversa, certo figlia di un altro tempo, e pur rientando nel sistema capitalista, non proponendo soluzioni comuniste, il sistema keynesiano era riuscito ad ispirare un’intera società del libero mercato dove però l’equilibrio con i poteri di tutela e garanzia dello Stato erano presenti e funzionanti, dove esisteva un welfare universale che garantiva l’essere umano dalle maggiori paure esistenziali – quella della povertà e dell’abbandono - e che conciliava un umanesimo di fondo assieme allo spirito della libera impresa, influenzato dalle pratiche socialiste che arrivavano da oltrecortina. Il capitalismo globale di oggi, come il modello keynesiano che ha segnato un’era,  sta segnando da tempo un’altra era.  Viene chiamato sistema neo-liberista proprio perché figlio dell’ideologia di una scuola, la scuola di Chicago, che predicava l’annullamento dello Stato e la privatizzazione di ogni cosa privatizzabile…sanità e istruzione inclusi, arrivando fino all’acqua! La finanza globale, con il fondamentale supporto del FMI e della Banca Mondiale, segue questa specifica scuola, vittoriosa dopo la caduta del Muro dell’89….Caduto il “socialismo reale”, il capitalismo non aveva più concorrenti finalmente e poteva mostrarsi con il suo vero volto…quello dello sfruttamento più selvaggio..in quegli anni nascono le “Free Area”, enormi aree mobili, che si spostano a seconda delle condizioni del mercato e delle indicazioni del FMI, concesse in uso temporaneo alle maggiori multinazionali dai governi della Cina, della Thailandia, della Malesia, del Bangladesh, del Pakistan, dell’India…..dove le multinazionali possono spremere generazioni di esseri umani, ridotti praticamente in schiavitù, in nome dei mercati internazionali. La finanza globale ha istituito la dittatura del Pil, quasi fosse un parametro magico indicatore di benessere diffuso…. Non stupisce che proprio i paesi dove il Pil era in crescita esponenziale quali la Tunisia e l’Egitto, siano stati proprio i primi paesi a scoppiare.  Ecco la dimostrazione che il Pil è uno pseudo-parametro che certo nulla  ha a che vedere con il benessere reale delle popolazioni,Perché è ormai chiaro e i popoli se ne stanno rendendo conto: le ricette del FMI e della Banca Mondiale, le stesse che ci hanno portato alla crisi, non sono più accettabili, perché dove applicate, hanno dimostrato di provocare un aumento mostruoso della povertà e l’arricchimento scandaloso di una piccola elite, con la progressiva scomparsa della classe media. Anche dal Sud America arrivano voci di speranza, numerosi ormai sono i paesi che collaborano in un mercato alternativo a quello che volevano imporre gli Usa, numerose sono le opzioni di sinistra che si presentano al governo ora in America latina, a cui guardare con attenzione, che possono disegnare nuove forme di rifiuto dello sfruttamento. E allora come ci poniamo noi in questo conflitto globale, tra le forze delle peggiori lobby, che trovano rappresentanza purtroppo nella nostra vita quotidiana sotto forma dello schieramento attuale delle destre  e che agiscono su scala globale in molteplici maniere, e la massa dei cittadini, che consapevoli a meno, sono coinvolti in questa guerra, perché le conseguenze peggiori della globalizzazione finanziaria e dello strapotere del neo-liberismo più estremista le pagano di solito i cittadini normali ovunque…..se a causa di speculazioni finanziarie, come sta accadendo in questi giorni, si alzano fino a oltre il raddoppio, i prezzi dei cereali e degli alimenti di base….milioni e milioni di persone che già vivono molto precariamente, spesso sotto dittature sanguinarie al servizio dei macro-interessi delle forze del neo-liberismo sono condannate alla fame, alla povertà estrema, alla sofferenza. Il neo-liberismo è innegabilmente tra i maggiori responsabili del disastro ambientale, del consumo folle dei beni della Terra e della loro privatizzazione a solo vantaggio dei vertici dell'"Impero". Il neo-liberismo è la principale causa delle guerre e dei continui micro-conflitti che costellano il pianeta, l'estrema competitività del sistema a la monetarizzazione di ogni bene sono le cause della svalutazione della vita umana a semplice soggetto di consumo.
E allora, se uno dei modelli del capitalismo, declinato tra l’altro secondo varie metodologie e livelli di intensità, fallisce clamorosamente ma pochi mettono in discussione il capitalismo come sistema di suddivisione e ripartizione delle ricchezze, perché il socialismo, che pur è stato declinato solo in alcune sue maniere, dovrebbe essere fallito nella sua interezza? Perché non potrebbero esistere altre tipologie di socialismo, come emerge in Sud America, che coniugano la giustizia sociale e la libertà individuale e collettiva, che provano e sperimentano nuove forme del Comune, tentando di superare l’alternativa Privato/Stato e promuovendo una nuova forma collettiva che sia basata appunto sul comune, sulla condivisione dei beni fondamentali e sull’intervento della società civile in nuove forme dello statale, quale i sindacati, le cooperative, l’associazionismo….Nuove letture di Marx sono possibili, tutta una serie di intellettuali ce lo stanno dimostrando in questi ultimi anni e nuove interpretazioni del suo pensiero sono realizzabili. Lotte di liberazione soffiano in tutto il mondo, il Nordafrica e il Medio Oriente bruciano sembrerebbe all'improvviso, società piegate dalle contraddizioni del capitalismo globale, nuove lotte si incarnano in pratiche diffuse di disobbedienza e rivolta.....nuove ma antiche rivendicazioni trovano espressione.... 
E’ partendo dalle tematiche della precarietà, ormai condizione ontologica del cittadino globale, e proseguendo sui sentieri intrapresi negli ultimi anni dai movimenti in Italia e in Europa, che bisogna partire. Nuovi soggetti, sempre più consapevoli dell’importanza dei temi del precariato e dell'esclusione stanno sorgendo. La battaglia per il reddito di cittadinanza, di esistenza, trova finalmente terreno fertile e nuovo entusiasmo, diventando una rivendicazione sempre più concreta e di cui si discute a livello popolare ed anche a livello istituzionale in tutta Europa.... Nuove lotte attorno ai diritti di base come la casa, i trasporti, lo studio, la salute, l'ambiente, l'acqua… e nuovi bisogni come il web per tutti...Movimenti sociali che come la talpa di Marx,  scavano e emergono, per re-immergersi e riemergere. Da tempo la talpa è ben sveglia ed al lavoro….aiutiamola….intensifichiamo le lotte e riprendiamo a discutere di nuove forme di comunismo, riprendiamo a  parlare di economia politica e a immaginare e sognare un mondo diverso……
La domanda di sinistra e di nuove forme di economia e di governo è tornata forte……Ora è dovere dell'intellettualità diffusa, del general intellect e dei movimenti, elaborare in modo sempre più chiaro, e costruire una forte ossatura ideologico-politica, che dia la necessaria progettualità e supporto alle lotte, e che profili sempre più chiaramente l'orizzonte verso cui tendere.....

Paolo Gonzaga