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lunedì 25 luglio 2011

Le ultime dal Cairo, e dalla ri-occupata piazza Tahrir.

Un altro blog che seguiamo spesso, sia per ragioni di lunghissima amicizia personale, sia per ragioni di conoscenza approfondita del mondo arabo, islamico e dell'Egitto in particolare, che, con accento spesso ironico e molto narrativo, (Lia é una scrittrice nata),  la nostra cara Lia ci narra, è il blog: http://www.ilcircolo.net/lia/
Chi ci scrive, l'Egitto lo ha vissuto davvero, lo ama alla follia, lo conosce meglio di moltissimi egiziani stessi e sembra non avere tregua se non quando é lì, in Egitto, ma al Cairo in particolare, città che le è entrata nel cuore e nella pelle. Perciò per un aggiornamento sulla situazione egiziana, visto che in attesa di andare anch'io a vedere con i miei occhi gli eventi, e poter così soddisfare la mia curiosità intellettuale e avere poi molto da raccontare per le presentazioni del mio libro sulla rivoluzione egiziana, riportiamo quanto ci narra, con un sacco di link che sono tutti da seguire, la nostra Lia che si trova in loco, tramite il suo bellissimo sito.



Twitter ed altro a Tahrir

"A Tahrir c’era un sacco di roba, l’altra sera: l’inaugurazione della scuola in piazza, il cinema all’aperto e, prima, quest’esperimento chiamato Tweetnadwa di cui parla anche Paola Caridi qui:
Si tratta di una specie di assemblea di twitters: un palchetto con uno schermo su cui scorrono i twits della gente seduta lì attorno, su appositi lenzuoloni stesi per l’occasione, un moderatore e vari interventi di persone che sono abituata a leggere su Twitters e poi, dal vivo, ti impressionano per come sono giovani.
Molta borghesia cairota, tra questi ragazzi: la piazza è più interclassista, spesso decisamente popolare. In questi incontri, invece, noti un livello socioculturale diverso, e la sensazione di stare assistendo alla crescita della futura classe dirigente egiziana si fa ancora più forte.
Tahrir è comunque, sempre di più, un Egitto in miniatura. Io ho trovato strepitoso questo post di Sandmonkey: il post dell’anno, per quanto mi riguarda. Qui un piccolissimo assaggio, ma il post va letto tutto:
Tutto è iniziato nella zona delle tende, dove dormiamo: la prima notte le tende erano una accanto all’altra, in formazione sparsa. Poi abbiamo cominciato ad avere problemi con la gente che passava: domande indiscrete, occhiate (c’erano ragazze nelle nostre tende, figuratevi…) e occhiolini alle ragazze. Così, il giorno dopo abbiamo cambiato la posizione delle tende, in modo da creare un grosso circolo con uno spazio all’interno per gli ospiti ed un’unica entrata/uscita all’area. Il tutto, per proteggerci dagli sguardi e dalle azioni della stessa gente i cui diritti stavamo difendendo. Così, senza neanche accorgercene, abbiamo creato – noi, gente che considera elitisti e classisti i quartieri residenziali – il nostro involontario quartiere residenziale. E la cosa più tragicamente comica è stata che, nel nostro tentativo di assicurare il passaggio all’area e di controllarne l’accesso, abbiamo pure reso impossibile la fuga nel caso fossimo stati attaccati. Standard di sicurezza egiziani al loro meglio!
Poi sono arrivati i ragazzini di strada. Tre di loro, di 8, 12 e 13 anni. Un giorno sono arrivato e li ho trovati lì con noi, giacché la gente delle tende, in lotta per l’uguaglianza, li aveva fatti entrare ed aveva iniziato a insegnargli cose, a giocare con loro e a condividere i ventilatori, l’ambiente comodo, l’acqua fredda e i succhi e gli snacks. E quando sono arrivate le scorte e abbiamo cominciato ad aprirle e a organizzarle, loro hanno iniziato ad aiutarci, e a ripulire la zona. Alla fine eravamo così a nostro agio in questa dinamica che abbiamo cominciato a rivolgerci a loro quando ci serviva roba da mettere in freddo o dovevamo ripulire la zona delle tende, creando quindi, senza farlo apposta e senza volerlo, qualcosa che somigliava molto allo sfruttamento del lavoro minorile, in cui i ragazzini lavoravano in cambio di cibo, bevande, svago e posto per dormire, il che è economia trickle-down ai suoi livelli più basici: bella cosa, da parte di un gruppo di rivoluzionari e attivisti dei diritti umani [...]
No, ma leggetelo tutto . Sul serio.
A Tahrir, di giorno, ci sono comunque una quarantina di gradi: è un forno, dico sul serio.  Io mi sono già presa un po’ di malanni – dal torcicollo, a furia di passare dal forno all’aria condizionata, a un accenno di attacco di porfiria che sto sconfiggendo bevendo litri di acqua e zucchero. Le successive riflessioni sulla mia scarsissima forma fisica mi hanno fatto capire che ho bisogno di un paio di giorni di tregua al mare. Forse parto domani.
Adesso, invece, vado a cena al Fish Market, confidando in un’improbabile brezza dal Nilo." Lia.
Crediamo che sia davvero un'ottimo articolo da presentare ai lettori di questo blog, e alcuni buoni link per post quasi sempre interessanti: http://www.ilcircolo.net/lia/ ed anche il militante e blogger egiziano ora in Piazza Tahrir:http://www.sandmonkey.org/ (in inglese), e la migliore di tutti in Italia di sicuro, Paola Caridi, con il suo imperdibile  http://invisiblearabs.com/.
A presto per altre novità sull'Egitto
Paolo Gonzaga

mercoledì 13 luglio 2011

Ultime notizie dall'EGITTO: 25 GENNAIO contro SCAF (Piazza Tahrir contro l'esercito)



La sempre ottima e proverbiale Paola Caridi, mi risparmia la fatica di spremermi, controllare mille fonti e mettere insieme, per poter fare chiarezza in poche righe, di una storia che sono sicuro quasi nessuno in Italia capisce o conosce più. Cosa sta succedendo alla Rivoluzione egiziana, perché ancora scontri in Piazza Tahrir e ancora un'occupazione massiccia e ad oltranza in Piazza Tahrir? Ce lo spiega in parole semplici e perfettamente riassuntive Paola, sul suo sito (da non perdere per chi segue il mondo arabo-islamico e il Medio-Oriente:  
Da http://invisiblearabs.com/
"Criptico il titolo, lo so. Significa che i giovani della rivoluzione egiziana hanno dato inizio al secondo tempo della rivolta contro il regime dei Mubarak. Lo scontro, stavolta, è contro il Consiglio Militare Supremo, il direttorio militare che aveva preso il potere l’11 febbraio scorso, convincendo Hosni Mubarak a cedere, a lasciare la presidenza e a volare a Sharm el Sheykh. Per mesi, abbiamo tutti assistito a questo braccio di ferro tra Piazza Tahrir (sinonimo di rivoluzione) e SCAF, la sigla con la quale si definisce il Consiglio Militare Supremo.  Un braccio di ferro in cui,  soprattutto all’inizio, è stato lo SCAF  a cedere alle richieste di Piazza Tahrir, quando Piazza Tahrir ha fatto le sue richieste.
Non è stato, però, tutto così lineare e piano, ovviamente. Il peso di quella che al Cairo si chiama controrivoluzione è cresciuto col tempo, suscitando i timori dei ragazzi di Tahrir e di tutti quei settori della popolazione egiziana che alla rivoluzione  hanno partecipato. Col trascorrere dei mesi, lo SCAF ha indurito le posizioni, dall’uso smodato dei tribunali militari alla mancata risposta sull’epurazione e sulla necessità di giudicare – in fretta – i responsabili delle vittime della rivoluzione del 25 gennaio. Se i due figli di Hosni Mubarak sono in carcere, se alcuni dei ministri del regime sono già stati condannati (anche in absentia), è altrettanto vero che il vecchio Faraone non è stato toccato, e rimane a Sharm el Sheykh, nel confortevole ospedale internazionale. Così come è rimasta dov’era la burocrazia della sicurezza, responsabile di quello che la popolazione egiziana ha subito negli scorsi decenni.
Negli scorsi giorni, c’è stato un cambiamento, da parte della Piazza. Non più sconti al Consiglio Militare Supremo, ma un confronto vero. E la richiesta di dimissioni del premier, Essam Sharaf, che pure era stato imposto dai ragazzi di Tahrir. I ‘rivoluzionari’  non sono stati per niente convinti dal discorso televisivo di Sharaf, e hanno anzi chiesto che venga sostituito con Mohamed  el Baradei. Una vera e propria sfida, alla quale lo SCAF ha prima reagito con violenza verbale, per poi ammorbidire di molto i toni, dopo che la coalizione della gioventù (espressione di Piazza Tahrir) non aveva indietreggiato dalle sue posizioni.
E’ il momento cruciale, per la rivoluzione egiziana. Ora sì. Non mi piacciono i paragoni, compreso quello col 1952, in cui il rovesciamento della monarchia è avvenuto in due tranche, a gennaio e a luglio. E’ però oggettivo che le rivoluzioni, in Egitto, abbiano bisogno di mesi per ribilanciare i pesi delle  istituzioni (sembra contradditorio, visto che si parla di rivoluzione, ma così è…). Tanto è evidente che il momento è cruciale, che persino i Fratelli Musulmani, che avevano in sostanza sposato la stabilità e lo SCAF, hanno dovuto cedere alle pressioni del proprio elettorato e aderire alla manifestazione di  venerdì scorso, proprio sulla necessità di una giustizia rapida. Cosa significa? Significa che la spinta di Piazza Tahrir non è finita. E che i ragazzi stanno dimostrando anche ora di essere molto meno naive di quanto possa apparire. Ciò non vuol dire, certo, che vinceranno la partita. Ma ci sono buone possibilità che per gli altri, invece, non sia per nulla semplice soffocare la più bella rivoluzione degli ultimi anni."
Così' ci racconta la nostra Paola, ed é perfettamente così, in una situazione molto fluida,  non si sarebbe potuto riassumere meglio ciò che accade. Ho omesso del suo articolo solo la parte riguardante la visita di Bersani in Piazza Tahrir ai giovani manifestanti, alcuni dei quali gli hanno augurato di diventare Presidente del Consiglio, evidentemente non è quello che interessa a noi ora. (Poi sicuramente ci auguriamo che non sia più Berlusconi il Presidente del Consiglio, né nessuno di questa destra infame, ma spero che sia Vendola più che Bersani!). 
Anche di questo ci occuperemo Venerdì 15 Luglio alle h.21.00 alla presentazione del mio libro alla Ligera, in Via Padova 133.

martedì 12 luglio 2011

Venerdì 15 al Ligera: Presentazione libro "Islam e democrazia - I Fratelli Musulmani in Egitto""






































Questo nuovo libro sulla rivoluzione egiziana, con prefazione di Franco Cardini, é uno dei primi ad uscire su questo importante argomento. Innescata in qualche modo dalla vicina rivolta tunisina, quella egiziana è forse la più importante e quella che ha poi dato il via alle altre rivolte della "primavera araba": l'Egitto, nel bene e nel male é sempre stato centrale per tutta l'area, anello di congiunzione fra "Maghreb" e "Mashrek", tra Nord-Africa e Medio-Oriente. In questo testo si  tratta la rivolta egiziana e si studia in modo particolare il movimento islamista dei “Fratelli Musulmani”, in quanto unica organizzazione politica strutturata e realmente radicata a livello popolare, e nei vari settori della società civile egiziana. Da uomo di sinistra quale sono io, cerco di analizzare le motivazioni del successo di questa organizzazione, e perciò la sua evoluzione storica e ideologica, il ruolo giocato nella “rivoluzione” e quello odierno post rivoluzione. In questo si incrociano le pagine sui movimenti laici e di sinistra che furono il cervello e il cuore della rivoluzione egiziana, e ciò che il lettore potrà scoprire, è che aldilà della retorica dei mass-media ufficiale, esiste una generazione di giovani “ribelli” dei Fratelli Musulmani,  che ha disobbedito alla dirigenza e si è alleata con i giovani laici del movimento “6 Aprile”, ( che raccoglie tendenze marxiste, liberali, socialiste o più semplicemente democratiche)creando le premesse per un movimento che cambiasse lo stato delle cose presenti
I primi contatti tra i giovani blogger laici e di sinistra e i giovani blogger religiosi della Fratellanza, avvennero tramite il carcere, dove ebbero modo di conoscersi grazie alla spietata repressione del regime di Mubarak verso chiunque non obbedisse al regime o osasse criticarlo, e di comprendere che le differenze che li separavano erano ben meno di quel che credessero, mentre i punti che li univano erano molti di più di quel che avessero mai pensato. Credo sia questo uno dei passaggi chiave che hanno portato ad una rivolta di popolo, che prima di tutto è stata una rivolta generazionale in un paese dove circa il 70% è costituito da giovani sotto i 30 anni.
Il movimento laico del “6 Aprile” nacque sull’onda della partecipazione e condivisione nelle lotte operaie del distretto industriale di Mahalla (e il 6 Aprile è la data della prima giornata di lotta condivisa tra studenti, giovani, spesso dell’alta borghesia,  e gli operai) e fu poi il motore della rivoluzione, in un’inedita alleanza tra giovani dei Fratelli Musulmani e giovani laici. In questo libro troverete come si erano già create le premesse per la rivoluzione con l’esperienza di “Kifaya”, (Ya basta/Ora basta), il primo cartello di opposizione ufficiale al regime di Mubarak, creato nel 2005 tra il rappresentante dell’ala moderata e pragmatica dei Fratelli Musulmani, Dr. Abu al Futtuh, il famoso intellettuale cristiano George Ishaak, alcuni rappresentanti dell’intellighenzia di sinistra, scrittori come ‘Ala al Aswani, e di come la saldatura successiva tra le differenti tendenze politiche contrarie al regime di Mubarak abbiano creato le premesse per la rivoluzione egiziana del 2011.
I Fratelli Musulmani, che per anni hanno costituito l’alibi per il potere di Mubarak, il quale continuava a sopravvivere in funzione di garante del sistema di alleanze internazionali filo-Usa, e di presunto baluardo contro un ipotetico integralismo islamico, spesso identificato proprio con i Fratelli Musulmani, arrivarono in ritardo sulla rivolta. Inizialmente i Fratelli Musulmani erano contrari perché il loro stile conservatore, la loro attitudine al compromesso (tipica delle vecchie generazioni e del gruppo dirigente del movimento),  gli impedivano di gettarsi in una rivolta dagli esiti ancora imprevedibili. Se furono coinvolti fu solo perché i giovani del movimento si erano gettati a capofitto nella ribellione al regime di Mubarak. 
Per cui si tratta di un libro sulla rivoluzione egiziana e sulle sue dinamiche, sul movimento dei Fratelli Musulmani con cui bisognerà fare i conti in ogni caso nel post rivoluzione, essendo come abbiamo detto l’unica organizzazione di massa, popolare, ben radicata all’interno della società egiziana (oltre che divisa in diverse anime). Da qui la necessaria narrazione su chi sono i Fratelli Musulmani oggi, come sono nati, su quale ideologia poggiano e come potrebbe essere un futuro Egitto in cui questo movimento, vedremo se dall’opposizione o dal governo, avrà inevitabilmente un ruolo centrale. E sempre da qui, l’analisi sulle varie anime che danno vita all’organizzazione islamista,  le profonde differenze che attraversano un movimento che è rimasto compatto probabilmente solo per la repressione subita che li ha costretti a fare “blocco unico”, ma che in realtà cela ben maggiori differenze di quelle che vogliano mostrare o che un lettore medio possa pensare.  Ora con la decisamente maggiore libertà di espressione presente nella società egiziana, in attesa delle prime elezioni democratiche, stanno fiorendo un gran numero di partiti e partitini. I Fratelli Musulmani hanno già formato il loro partito politico, “Hurriya wa ‘Adala” (Libertà e Giustizia) che subirà la concorrenza però sia di altre formazioni di matrice islamica, come i puristi e letteralisti salafiti, molti dei quali appartenenti alle famose “jamaat islamiyya”, (Gruppi islamici), i moderati ex-Fratelli Musulmani del “Wasat” (Centro),  o i mistici sufi che si stanno anche loro radunando in partiti politici, sia delle rinvigorite nuove formazioni laiche e di sinistra, come il Partito Comunista tradizionale, o il “Tajammu’”, di tendenza trotzkista, o i nuovi partiti che i giovani protagonisti della rivoluzione stanno formando, con la loro inesperienza ma anche con la loro enorme passione politica ed il loro enorme coraggio e pragmatismo che hanno permesso alla rivoluzione di vincere e abbattere il tiranno Mubarak. Certo ancora la strada per la realizzazione di una piena democrazia è ancora lontana, ma i segnali sono tanti, gli egiziani si sentono per la prima volta da decenni, padroni del loro destino e liberi di manifestare le proprie opinioni. In questi ultimi tempi però una sorta di "contro-rivoluzione" silenziosa ha agito contro il successo completo della rivoluzione, e la gente, il popolo egiziano sta tornando in piazza e ritorniamo a vedere la ormai nota Piazza Tahrir, la piazza della liberazione, gremita di giovani, donne e uomini, che richiedono la velocizzazione dei processi ai criminali del governo di Mubarak, la fine del ruolo di "reggenza temporanea" (quanto temporanea?) da parte dei militari, che come era facile immaginare non avrebbero lasciato il potere così facilmente, il rilascio dei prigionieri politici, arrestati anche dopo la rivolta che ha cacciato l'ex dittatore Mubarak, una nuova Costituzione democratica, scritta congiuntamente da tutti i gruppi che hanno partecipato alla rivoluzione, prima delle elezioni previste per Settembre e altre rivendicazioni. Di tutto questo tratta il libro, proveremo a parlarne insieme Venerdì sera alla Ligera, in un incontro in cui cercheremo di comprendere meglio e più da vicino tutte queste dinamiche.  
Il libro può essere trovato nelle maggiori librerie o, acquistato durante le presentazioni oppure ordinato a me stesso. Per averne una copia o organizzare una presentazione, scrivere a: paologonzaga70@gmail.com
Paolo Gonzaga



mercoledì 29 giugno 2011

Prime due presentazioni del mio libro sulla rivoluzione egiziana!

Prime due presentazioni del mio libro appena uscito, con prefazione di Franco Cardini, sulle rivoluzioni arabe, con una profonda analisi della rivoluzione egiziana e dei gruppi, blogger, realtà e partiti di sinistra o islamisti, come i Fratelli Musulmani che sono una realtà talmente radicata, (l'unica organizzazione politica ad avere una struttura ben collaudata e a contare su un ampio consenso popolare) da dover conoscere per forza. Come uomo di sinistra e studioso del mondo arabo credo che sia imprescindibile, anche se può non piacerci, doversi relazionare con questa formazione sociale-religiosa-politica e comprenderla nelle sue varie anime spesso in conflitto tra di loro, per poter capire anche il resto e poter analizzare gli elementi che hanno portato alla caduta di Mubarak (e se é vero che il motore della protesta e della rivolta furono fortunatamente i giovani bloggers laici e di sinistra, é anche vero che poi i Fratelli Musulmani hanno messo un pò il cappello ad una rivoluzione in cui sono arrivati molto tardi e che non condividevano agli inizi). Anche quello che sarà il futuro dell'Egitto passa per i Fratelli Musulmani, le loro divisioni e le nuove alleanze che sorgono a sinistra. Un libro che se ti interessa ti aiuterà ad approfondire realmente la situazione egiziana, aldilà delle semplificazioni giornalistiche, ascoltando e interagendo con uno studioso dell'Egitto e dell'islam politico, che ha vissuto, lavorato e fatto ricerca per 6 anni in Egitto e che non ha padroni e può parlare liberamente senza dover rendere conto a nessuno.

domenica 19 giugno 2011

Nuovo libro sulla rivoluzione egiziana: "Islam e democrazia - I Fratelli Musulmani in Egitto


                                               































                                                                                                                                                                              E’ finalmente uscito il mio libro “Islam e democrazia- I Fratelli Musulmani in Egitto” con la casa editrice “Ananke” di Torino, in una collana dedicata all’Egitto e al mondo arabo.  
“Ananke” è una piccola casa editrice che fa un ottimo lavoro: lascia spazio ad esperti del settore, in base a criteri di reale professionalità e non in base alle apparizioni in Tv. Quando pubblica dei testi sulla città del Cairo e i suoi tesori e ghetti urbani, come nel caso della “città dei morti”, dà la parola ad una antropologa, Anna Tozzi, che ci ha davvero vissuto per alcuni anni nell’enorme cimitero del Cairo, abitato da 2 milioni e passa di persone, detto “città dei morti” e che è stata lì a lungo proprio per  studiare profondamente le dinamiche. O quando fa parlare me sulle rivoluzioni arabe e su quella egiziana in particolare, sul ruolo dei movimenti dell’islam politico, a partire dal gruppo più popolare in Egitto dei “Fratelli Musulmani”, sul movimento laico “6 Aprile”, motore della rivolta assieme a migliaia di giovani blogger egiziani di ogni tendenza, inclusi i giovani stessi dei Fratelli Musulmani, fa parlare uno studioso che si è laureato in Arabo a Cà Foscari, con una tesi sui gruppi radicali islamici in Egitto, e che poi ha vissuto 6 anni consecutivamente tra Il Cairo e i suoi ghetti dove gli islamisti esercitano una egemonia culturale indiscussa, passando per la roccaforte islamista nell’”Alto Egitto” di El Minya e poi ancora più a sud, Sohaj, città del sud Egitto dove ho speso 3 anni a periodi alternati, avendo modo di parlare con la gente, (la lingua araba ovviamente non è un problema per me parlandola, leggendola, scrivendola fluentemente ) e studiando la nuova gioventù che sarebbe stata poi quella di Piazza Tahrir, da un luogo privilegiato come il mio impiego da Lettore di Italiano presso la Facoltà di Lingue dell’Università di El Minya, o come operatore umanitario in progetti di cooperazione internazionale a Sohaj, o sempre come insegnante di Italiano presso il Centro di Cultura Italiano del Cairo, o infine come Assistente sociale per il Consolato Italiano al Cairo.  
Il mio libro tratta la rivolta egiziana e studia in modo particolare il movimento islamista dei “Fratelli Musulmani”, in quanto unica organizzazione politica ben strutturata e realmente radicata a livello popolare, e nei vari settori della società civile egiziana. Da uomo di sinistra quale sono io, cerco di analizzare le motivazioni del successo di questa organizzazione, e perciò la sua evoluzione storica e ideologica, il ruolo giocato nella “rivoluzione” e quello odierno post rivoluzione. In questo si incrociano le pagine sui movimenti laici e di sinistra che furono il cervello e il cuore della rivoluzione egiziana, e ciò che il lettore potrà scoprire, è che aldilà della retorica dei mass-media ufficiale, esiste una generazione di giovani “ribelli” dei Fratelli Musulmani,  che ha disobbedito alla dirigenza e si è alleata con i giovani laici del movimento “6 Aprile”, ( che raccoglie tendenze marxiste, liberali, socialiste o più semplicemente democratiche)creando le premesse per un movimento che cambiasse lo stato delle cose presenti
I primi contatti tra i giovani blogger laici e di sinistra e i giovani blogger religiosi della Fratellanza, avvennero tramite il carcere, dove ebbero modo di conoscersi grazie alla spietata repressione del regime di Mubarak verso chiunque non obbedisse al regime o osasse criticarlo, e di comprendere che le differenze che li separavano erano ben meno di quel che credessero, mentre i punti che li univano erano molti di più di quel che avessero mai pensato. Credo sia questo uno dei passaggi chiave che hanno portato ad una rivolta di popolo, che prima di tutto è stata una rivolta generazionale in un paese dove circa il 70% è costituito da giovani sotto i 30 anni.
Il movimento laico del “6 Aprile” nacque sull’onda della partecipazione e condivisione nelle lotte operaie del distretto industriale di Mahalla (e il 6 Aprile è la data della prima giornata di lotta condivisa tra studenti, giovani, spesso dell’alta borghesia,  e gli operai) e fu poi il motore della rivoluzione, in un’inedita alleanza tra giovani dei Fratelli Musulmani e giovani laici. In questo libro troverete come si erano già create le premesse per la rivoluzione con l’esperienza di “Kifaya”, (Ya basta/Ora basta), il primo cartello di opposizione ufficiale al regime di Mubarak, creato nel 2005 tra il rappresentante dell’ala moderata e pragmatica dei Fratelli Musulmani, Dr. Abu al Futtuh, il famoso intellettuale cristiano George Ishaak, alcuni rappresentanti dell’intellighenzia di sinistra, scrittori come ‘Ala al Aswani, e di come la saldatura successiva tra le differenti tendenze politiche contrarie al regime di Mubarak abbiano creato le premesse per la rivoluzione egiziana del 2011.
I Fratelli Musulmani, che per anni hanno costituito l’alibi per il potere di Mubarak, il quale continuava a sopravvivere in funzione di garante del sistema di alleanze internazionali filo-Usa, e di presunto baluardo contro un ipotetico integralismo islamico, spesso identificato proprio con i Fratelli Musulmani, arrivarono in ritardo sulla rivolta. Inizialmente i Fratelli Musulmani erano contrari perché il loro stile conservatore, la loro attitudine al compromesso (tipica delle vecchie generazioni e del gruppo dirigente del movimento),  gli impedivano di gettarsi in una rivolta dagli esiti ancora imprevedibili. Se furono coinvolti fu solo perché i giovani del movimento si erano gettati a capofitto nella ribellione al regime di Mubarak. 
Per cui si tratta di un libro sulla rivoluzione egiziana e sulle sue dinamiche, sul movimento dei Fratelli Musulmani con cui bisognerà fare i conti in ogni caso nel post rivoluzione, essendo come abbiamo detto l’unica organizzazione di massa, popolare, ben radicata all’interno della società egiziana (oltre che divisa in diverse anime). Da qui la necessaria narrazione su chi sono i Fratelli Musulmani oggi, come sono nati, su quale ideologia poggiano e come potrebbe essere un futuro Egitto in cui questo movimento, vedremo se dall’opposizione o dal governo, avrà inevitabilmente un ruolo centrale. E sempre da qui, l’analisi sulle varie anime che danno vita all’organizzazione islamista,  le profonde differenze che attraversano un movimento che è rimasto compatto probabilmente solo per la repressione subita che li ha costretti a fare “blocco unico”, ma che in realtà cela ben maggiori differenze di quelle che vogliano mostrare o che un lettore medio possa pensare.  Ora con la decisamente maggiore libertà di espressione presente nella società egiziana, in attesa delle prime elezioni democratiche, stanno fiorendo un gran numero di partiti e partitini. I Fratelli Musulmani hanno già formato il loro partito politico, “Hurriya wa ‘Adala” (Libertà e Giustizia) che subirà la concorrenza però sia di altre formazioni di matrice islamica, come i puristi e letteralisti salafiti, molti dei quali appartenenti alle famose “jamaat islamiyya”, (Gruppi islamici), i moderati ex-Fratelli Musulmani del “Wasat” (Centro),  o i mistici sufi che si stanno anche loro radunando in partiti politici, sia delle rinvigorite nuove formazioni laiche e di sinistra, come il Partito Comunista tradizionale, o il “Tajammu’”, di tendenza trotzkista, o i nuovi partiti che i giovani protagonisti della rivoluzione stanno formando, con la loro inesperienza ma anche con la loro enorme passione politica ed il loro enorme coraggio e pragmatismo che hanno permesso alla rivoluzione di vincere e abbattere il tiranno Mubarak. Certo ancora la strada per la realizzazione di una piena democrazia è ancora lontana, ma i segnali sono tanti, gli egiziani si sentono per la prima volta da decenni, padroni del loro destino e liberi di manifestare le proprie opinioni.      
Il libro può essere trovato nelle maggiori librerie o ordinato a me stesso (meglio), per averne una copia o organizzare una presentazione, scrivere a: paologonzaga70@gmail.com
Paolo Gonzaga

domenica 3 aprile 2011

Parla Toni Negri

Riprendiamo il ciclo sui filosofi e pensatori neo-marxisti, a volte molto differenti tra loro, ma accomunati nella convinzione che questo non è l'unico mondo possibile e che nuove forme di comunismo, siano possibili e anzi auspicabili oggi più che mai, di fronte al fallimento e alla barbarie del capitalismo globalizzato.
Qui riprendiamo alcune riflessioni di Toni Negri, uno dei più grandi pensatori del marxismo eretico e libertario.


Negri

by materialiresistenti (24/03/2011 - 21:06)

Seconda lettera ad un amico tunisino


di TONI NEGRI
Caro A.,
ci siamo sentiti dopo che l’”alleanza dei volenterosi” ha cominciato a bombardare la Libia, in nome dei “diritti dell’uomo”. Ignobile, assassina mascherata. Tu noti correttamente: lacontrorivoluzione è cominciata. La Libia è il punto debole, equivoco della rivoluzione araba – ecco dunque dove si poteva prima di tutto attaccare, imputando alle buffonate di un Raìs la causa di una generale restaurazione. Si sono messi tutti d’accordo: ogni mezzo è buono per abbattere un tiranno… Gheddafi è certo un tiranno – tu aggiungi – ma gli altri, i Sark, i Cameron, i Berlusca e –dulcis in fundo – Obama, non sono dei tiranni ma una sola volontà li muove: controllare, cioè disciplinare e/o neutralizzare, la rivoluzione araba. L’intervento contro la Libia costituisce il precedente giuridico, la punta di diamante di un dispositivo che si presenta come “ingerenza morale” e difesa della ribellione della Cirenaica – non è dunque un intervento imperialista, neocoloniale ma democratico e fraterno, attento ai diritti dell’uomo. Abbiamo altre volte chiamato imperiale tale dispositivo. Attaccando un mostro si prendono le misure per costruire per tutti nuove regole di controllo. Sono regole diverse per ciascun paese, una governance di controllo e/o repressione della rivoluzione. Ma questa rivoluzione – tu insisti – non la si può controllare. Quando le moltitudini si ribellano sono esse che decidono che cosa vogliono fare del loro avenire. E se al loro interno riconoscono germi o residui di tirannia, sono esse che se ne liberano. Questo noi credevamo si chiamasse democrazia!
Quanto sono d’accordo con te. Sai, mio caro amico, questo evento libico s’è dato negli stessi giorni delle celebrazioni dei 150mo del Risorgimento italiano. Quante analogie ci sono fra quello che avviene chez vous e quell’episodio – tanto grande quanto esso stesso ambiguo. Non è strano infatti che le potenze centrali vogliano regalarvi qualcosa che assomiglia al Risorgimento – una rivoluzione ben tornita, “gattopardesca”, come quelle europee del XIX° secolo dove, per gestire lo sviluppo e l’accumulazione capitalista, per sconfiggere quello che allora si chiamava “repubblica e socialismo”, funzionavano aristocrazie e mafie imprenditoriali. Quel modello – un po’ biecamente – lo ripete Obama: come fece allora Pio IX° in Italia, ha (un anno fa al Cairo) tirato la pietra del rivolgimento arabo, un “siamo tutti berlinesi” adeguato alla novità geopolitica e, subito dopo, ha nascosto la mano. Ora elabora con le potenze ex-coloniali la governance di controllo.
Ma non siamo più nel XIX°, siamo nel XXI° secolo: qui non comandano più le aristocrazie e gli imprenditori locali ma i finanzieri e il capitale globale cui erano già fermamente legati i vostri tiranni. Lo sviluppo non è più solo barbara accumulazione, sofferta e lavorata da popoli e nazioni separati, ridicolmente indipendenti nella loro miseria, ma è il prodotto di moltitudini messe a lavoro nella cooperazione sociale. Sono la cooperazione sociale e questo comune che vanno liberati. Questa nostra rivoluzione araba – tu dici – non è solo una rivoluzione politica ma è anche e soprattutto una rivoluzione sociale. Noi non vogliamo più tiranni ma neppure padroni. La grande speranza di questa moltitudine di giovani arabi non è di cambiar padrone ma di toglierlo di mezzo.
L’intervento militare delle potenze occidentali serve dunque a bloccare queste speranze, a introdurre insicurezza per tutti, a selezionare nuovi padroni e complici, a schiacciare la potenza democratica e comune dei nostri movimenti. E se ora gli va male, saranno i moderni e laici “imperiali” che richiameranno in servizio vecchi padroni coloniali e, con loro, gli estremisti, i fanatici religiosi ed i tiranni. Le grandi manovre sono iniziate con l’intervento in Libia.
Ma, caro A., la mia impressione è che il tentativo di blocco e la reazione imperiale siano già traballanti, perché in questo periodo di crisi economica insolubile, di sommovimenti tellurici non solo delle piattaforme oceaniche ma dei poteri globali, i padroni delle multinazionali e le potenze dominanti non hanno più progetto, non hanno una direzione certa – si arrabattono, incapaci di esprimere una prospettiva unitaria sulla quale organizzare il controllo della rivoluzione araba. La Turchia e la Germania hanno disorientato la NATO, Israele ha obbligato Obama ad un decisivo ribaltamento di linea, le monarchie (dall’Atlantico al Golfo) si comportano da monarchie ed hanno chiesto alla République un immediata iniziativa repressiva, i militari algerini continuano ad imperversare con metodi che persino Stalin invidierebbe. Ma la rivoluziona araba continua – soffia sotto le ceneri in Marocco e in Algeria, respira in Tunisia, è già in stato ansioso in Egitto (dove i militari e i Fratelli Musulmani sono alleati per bloccare il movimento), lotta in Giordania e in Siria, è massacrata nel Barhein e in Yemen, corre sul web fra le genti del Golfo… Mentre, nella nuova prospettiva del “policentrismo globale” per la Rivoluzione araba non si è ancora fatto posto. Nella riconfigurazione geopolitica globale determinata dal “declino americano”, l’ultimo venuto è l’America Latina – ma come faranno a starci anche i fornitori arabi di petrolio se alla rendita fissa dei monarchi si sostituiscono le lotte e le pretese di reddito dei proletari? La “variabile indipendente” di una libera riproduzione della moltitudine?
Tu mi dici che questa rivoluzione deve risvegliare l’Europa. Io penso che non possa che farlo. Tu aggiungi che le terre del Mediterraneo del Sud e quelle del Mediterraneo del Nord sono comuni ai giovani arabi quanto ai giovani europei, perché la nuova forza-lavoro, materiale o immateriale, si valorizza e si muove in quello spazio. E aggiungi ancora che questo movimento continuerà perché esso fa parte della rivoluzione araba, tanto quanto di essa fanno parte la lotta contro i tiranni e quella contro gli “imperiali”. Ed io sono d’accordo con te quando ti esalti raccontando di quel formidabile Ponte sullo Stretto che è stato costruito fra Tunisi e la Sicilia e ti auguri che possa esser percorso in un senso e nell’altro, e che traghetti – dal Sud al Nord e viceversa – un sano odio contro i padroni e contro tutti i nazionalismi. Quando ti ho detto che qui da noi i pacifisti si son messi in moto (in grande minoranza questa volta, molto di più di quando si trattò di battersi contro le guerre in Kossovo e in Iraq), tu, amico mio, hai sorriso – per non dire che mi hai riso in faccia – dicendomi che questa volta i pacifisti non servivano davvero perché è impossibile modificare le cose con testimonianze morali. Qui bisogna invece allargare il mercato del lavoro e inventare nuove eque regole della sua riproduzione, qui si tratta ormai di pagare il petrolio con posti di lavoro. Se dunque c’è pacifismo, esso non può esser messo in campo che come sostegno politico e partecipazione materiale alla rivoluzione sociale araba. Qui c’è in gioco il gruzzolo del futuro, l’organizzazione e la divisione del lavoro attraverso il Mediterraneo, l’energia, molto denaro, e forse grosse porzioni del potere mondiale. Altrimenti – se si eviteranno questi problemi – la guerra libica diverrà lunga, fanatica e coinvolgerà le altre popolazioni arabe e vedrà alla fine solo rovine – fra i libici e fra i “volenterosi”, e certo, nessun vincitore “imperiale”.
In queste convulsioni postunilaterali, dentro il declino delle politiche imperiali americane ed europee, dentro l’indebolimento della NATO, la sola via di uscita consiste nell’agitare nuovamente la lotta di classe – quella dei lavoratori arabi accanto ai lavoratori europei. Bisogna rompere i confini. Per farlo, come tu dici, non è solo necessario schiacciare le sinistre riformiste sotto il peso delle loro responsabilità e la vergogna del loro tradimento, non più solamente interni ma internazionali; è anche urgente muoversi attorno a programmi politici che attraversino le frontiere e rivoluzionino forme e misure del modo di produzione, riconoscendo il comune come base della ricchezza.
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E ancora segnaliamo questo pezzo sul Fatto Quotidiano, in cui viene dato rilievo alla lettura complessiva degli ultimi scritti di Toni Negri.
http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/03/18/nord-africa-lotte-francesi-antiberlusconismo-in-300-a-lezione-da-toni-negri/98408/