mercoledì 9 marzo 2011

Sull'Egitto di oggi e le trappole contro-rivoluzionarie


Riprendiamo dal blog di Lia un interessante articolo sulle violenze occorse negli ultimi giorni: 

http://www.ilcircolo.net/lia/


L'Egitto e le trappole

Succede in contemporanea: il dato ormai acquisito (ci è arrivato persino Frattini) del pesante coinvolgimento dell’apparato di Mubarak negli attentati in Egitto e i nuovi scontri con nuove vittime tra i cristiani.
Mentre Repubblica, nonostante quello che sappiamo, si limita a parlare di misteriosi musulmani salafiti, come se fosse normale per i salafiti andare in giro con le pistole ad aggredire i cristiani, da Arabawi c’è, tra gli altri, un video di ieri che mostra cristiani e musulmani che formano insieme il corteo che sarebbe andato a manifestare sotto la TV di Stato, e un altro video molto amatoriale, girato in serata a piazza Tahrir dopo l’assalto di un gruppo di provocatori armati di molotov e bastoni.
Il timore, ovviamente, è che tutto questo sia orchestrato per dare modo ai militari di imporre la legge marziale e porre fine a tutto ciò che si è conquistato finora. Gli apparati di sicurezza egiziani, del resto, hanno sempre lavorato così. Non si vede perché dovrebbero smettere proprio adesso.
Mentre, peraltro, gli egiziani fanno quello che possono, e da soli, per mantenere legalità e sicurezza in un paese dal quale la polizia è apparentemente svanita.
(Vedi anche State security: a scorpion’s tale su Al Ahram Online e la pagina di Facebook dove vengono pubblicati i documenti rinvenuti nella sede della Sicurezza di Stato: è in arabo, ma Google Translator aiuta.)
Aggiornamento: bon, pare ormai certo che abbia sparato l’esercito. Evidentemente la cosa gli è sfuggita di mano. Bel casino.

martedì 8 marzo 2011

Articolo di uno dei maggiori esperti di Medio Oriente e movimenti islamisti: Gilles Kepel


Pensiamo sia un articolo che merita la massima diffusione...certifica la fine dello scontro di civiltà propagandato da samuel huntington....l'ideologo preferito di bush.....


Da La Repubblica 5 marzo 2011


LE IDEE

Le profezie sbagliate sull'islamismo

di GILLES KEPELMi ricordo una colazione al Club dei Professori di Harvard con Samuel Huntington, qualche anno dopo la pubblicazione del suo famoso articolo, poi del suo libro, sullo Scontro delle civiltà. Avevo voluto vederlo perché, per elaborare il suo argomento, aveva usato fra l'altro il mio libro La rivincita di Dio. In quelle pagine spiegavo come, negli Anni Settanta, si fossero sviluppati i movimenti politici religiosi all'interno del Cristianesimo, l'Ebraismo e l'Islam. Avevo voluto tracciare dei paralleli trans-religiosi fra quei fenomeni; dimostrare come, benché in modo diverso, ciascuno dei tre fosse nato in reazione alla crisi della modernità e del mondo industriale, all'indebolimento delle solidarietà sindacali e operaie dopo la scomparsa del lavoro in fabbrica, l'aumento della disoccupazione, e così via.

Paradossalmente, però, Huntington aveva attinto soltanto alla parte islamica del mio libro, usandola per argomentare il carattere eccezionale dell'Islam. Su questo aveva fondato una visione univoca dell'Islam senza capire che all'interno di quella fede si opponevano varie forze, si scontravano per controllarlo, o per imporre una divisione tra il riferimento laico e quello religioso nella lotta politica e nello spazio pubblico. La discussione con lui quel giorno fu cortese, ma affiorarono posizioni radicalmente diverse.

Qualche anno dopo arrivò l'11 settembre 2001. Huntington conobbe un secondo trionfo: gli attentati di Al Qaeda, agli occhi di gran parte dei commentatori, convalidavano le sue tesi e il carattere assolutista dell'Islam; trasformavano la gran massa dei fedeli in seguaci di Bin Laden.
Dal canto mio, nel libro "Jihad, ascesa e declino dell'islamismo", avevo cercato di spiegare che l'islamismo attraversava, appunto, un declino. Infatti, si era spaccato. Da un lato, vi erano i gruppi radicali destinati a usare sempre più la violenza, nella speranza che quella avrebbe svegliato le masse e innescato la rivoluzione islamica. Quei gruppi erano una versione musulmana delle Brigate rosse, o della Rote Armee Fraktion tedesca. Dall'altro lato, vi erano islamisti come l'Akp turco, pronti a partecipare al sistema politico, destinati poi a vedere la propria dottrina dissolversi nel pluralismo, e a riconoscere che la sovranità deriva dal popolo e non da Allah: la democrazia. Il 12 settembre, mentre Huntington trionfava nei media, certi giornalisti francesi chiesero la mia rimozione dalla cattedra, tanto i miei scritti parevano a loro privi di senso.

Eppure oggi, che sono trascorsi 10 anni, quell'analisi mi sembra giusta. L'estremismo islamico, di cui Bin Laden era l'emblema, non è riuscito a trascinare le masse del mondo musulmano. Al Qaeda è ridotto a una setta priva di fecondità politica. D'altro canto, i regimi autoritari e dittatoriali dei vari Mubarak e Ben Ali, ritenuti dagli occidentali "baluardi" contro l'estremismo islamico, sono anch'essi diventati obsoleti. Oggi i popoli arabi sono emersi da quel dilemma - stretti fra Ben Ali o Bin Laden. Hanno fatto di nuovo ingresso in una storia universale che ha visto cadere le dittature in America Latina, i regimi comunisti nell'Europa orientale, e anche i regimi militari nei Paesi musulmani non arabi, come l'Indonesia e la Turchia. Di conseguenza, gli islamisti che proponevano la partecipazione politica all'interno di un sistema pluralista sul modello turco, oggi prevalgono, anche se in Egitto non sono stati capaci di imporre il proprio vocabolario politico, e sono costretti - senza pregiudicare gli sviluppi futuri - a seguire le rivoluzioni democratiche arabe, anziché invocare la sovranità di Allah. Perciò, credo che il sociologo politico abbia avuto ragione rispetto a certi studi che riducevano la società a dei testi ideologici.

Molti, con grande ingenuità, ora scrivono che l'islamismo è scomparso, che gli arabi assomigliano agli europei o agli americani. La realtà, però, è più complessa. Gli arabi, infatti, stanno costruendo una modernità, esitante. Non è un caso che la prima rivoluzione araba sia avvenuta in Tunisia, e che lo slogan più celebre sia stato espresso in francese: "Ben Ali dégage", "vattene", ripreso fedelmente dagli egiziani in un Paese dove quasi nessuno parla più il francese. Gli egiziani l'hanno ascoltato su Al Jazeera ed è divenuto uno slogan rivoluzionario. In Tunisia vi è un vero pluralismo culturale franco-arabo. Questo ci fa capire la vera natura delle rivoluzioni in corso: radicate nelle culture locali, e al tempo stesso nelle aspirazioni universali, con tutte le difficoltà che ciò comporta.

lunedì 7 marzo 2011

BASTA CON IL PROIBIZIONISMO E LA GUERRA ALLA DROGA! IL PROIBIZIONISMO è FALLITO!


Oggi vogliamo parlare di proibizionismo e di come questa ideologia criminale sia ormai fallita, seppur continuando a mietere vittime in Italia e in ogni parte del mondo. Agiamo per liberare l'umanità da questa ideologia nefasta, grazie anche alla quale prosperano le mafie di ogni tipo.
Dal sito: 

40 anni di guerra alla droga (versione integrale)

Il testo integrale dell'articolo di Ethan Nadelmann, Direttore della Drug Policy Alliance, per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 23 febbraio 2011.
Fonte: Fuoriluogo.it, di Ethan Nadelmann 23/02/2011

Alcuni anniversari offrono l’occasione per celebrare, altri per riflettere, altri ancora per agire. Il prossimo giugno segnerà i quarant’anni della guerra alla droga dichiarata  dal presidente Nixon quando indicò l’abuso di droga come il nemico numero uno. Non sono previste celebrazioni, che io sappia. C’è invece bisogno, ed è essenziale, di riflessione e di azione.
E’ difficile credere che gli Americani abbiano speso all’incirca mille miliardi di dollari in questa guerra quarantennale. E’ difficile credere che decine di milioni di persone siano state arrestate (e molti milioni rinchiusi in prigione) per aver commesso atti non violenti che cent’anni fa non erano neppure reati. E’ difficile credere che il numero delle persone incarcerate per accuse di droga sia aumentato più di dieci volte anche se la popolazione del paese è cresciuta di solo la metà. E’difficile credere che milioni di Americani siano stati privati del diritto di voto non perché hanno ucciso una persona o hanno tradito il loro paese ma semplicemente perché hanno comprato, venduto, prodotto o semplicemente detenuto una pianta o un prodotto chimico psicoattivo. Ed è difficile credere che centinaia di migliaia di Americani siano stati lasciati morire - di overdose, di Aids, di epatite o di altre malattie - perché la guerra alla droga ha bloccato, o perfino proibito, di trattare la dipendenza da alcune droghe come un problema di salute piuttosto che una questione criminale.
Dobbiamo riflettere sulle conseguenze di questa guerra anche all’estero. In Messico, il crimine legato alla proibizione, la violenza e la corruzione assomigliano alla Chicago durante la proibizione dell’alcol. Alcune parti dell’America Centrale sono anche più fuori controllo, e molte nazioni dei Caraibi possono solo sperare che il prossimo turno non sia il loro. I mercati illegali dell’oppio e dell’eroina in Afghanistan ammontano a una cifra da un terzo alla metà del prodotto interno lordo del paese. In Africa, i profitti della proibizione, il traffico e la corruzione si stanno espandendo rapidamente. Quanto al Sud America e all’Asia, basta scegliere un momento o un paese e le storie si rassomigliano tutte - dalla Colombia, al Perù, al Paraguay e il Brasile al Pakistan, il Laos e Burma e la Tailandia.
Le guerre possono essere costose - in denaro, diritti, vite umane- tuttavia sono necessarie per difendere la sovranità nazionale e i valori fondamentali. Ma non è questo il caso della guerra alla droga. La marijuana, la cocaina e l’eroina sono più a buon mercato oggi di quanto non lo fossero all’inizio della guerra quaranta anni fa, ed esattamente disponibili oggi come allora per chiunque voglia davvero procurarsele. La marijuana, cui va imputata la metà di tutti gli arresti per droga negli Stati Uniti, non ha mai ucciso nessuno. L’eroina è indistinguibile alla base dall’idromorfina (altrimenti conosciuta sotto la denominazione di Dilaudid), un farmaco contro il dolore prescritto dai medici che centinaia di migliaia di Americani hanno consumato in sicurezza. L’ampia maggioranza delle persone che hanno usato cocaina non è diventata dipendente. Ognuna di queste droghe è meno pericolosa di quanto non sostenga la propaganda governativa, ma sufficientemente pericolosa da meritare una intelligente regolazione al posto della proibizione totale.
Anche se la domanda per ognuna di queste droghe fosse due, cinque o dieci volte più alta di quanto non sia oggi, ci sarebbe sempre pronta l’offerta: questo è il mercato. E chi trae vantaggio dal perseverare nelle strategie ormai segnate di controllo dell’offerta nonostante i loro costi e i fallimenti evidenti? Sostanzialmente, due generi di interessi: di quei produttori e venditori di droghe illecite che guadagnano assai di più di quanto non guadagnerebbero se il loro prodotto fosse regolamentato legalmente invece che proibito; e i tutori dell’ordine per i quali l’espansione delle politiche proibizioniste si traduce in posti di lavoro, denaro e potere politico utile per difendere i loro propri interessi.
I governatori repubblicani e democratici alle prese con massicci deficit di bilancio stanno ora adottando alternative al carcere per chi ha commesso reati non violenti, le stesse che avrebbero rifiutato solo pochi anni fa. Sarebbe però una tragedia se questi modesti, ma importanti passi sfociassero in niente più che in una guerra alla droga più gentile e più morbida. Ciò di cui c’è davvero bisogno è un genere di valutazione che identifichi il problema non solo nella dipendenza ma anche nella proibizione - e che miri a ridurre il più possibile il ruolo della criminalizzazione e del sistema della giustizia penale nel controllo della droga, potenziando invece la sicurezza e la salute pubblica. 
Non c’è miglior modo di ricordare il quarantesimo anniversario della guerra alla droga che rompendo i tabù che hanno finora impedito un franco esame dei costi e dei fallimenti del proibizionismo così come l’esame delle diverse alternative.
Negli ultimi quarant’anni, non c’è quasi un’audizione, o un’analisi intrapresa e commissionata dal governo che abbia osato cimentarsi in questo genere di valutazione. Non si può dire lo stesso della guerra in Iraq o in Afghanistan, o quasi in qualsiasi altro campo delle politiche pubbliche.  La guerra alla droga continua in buona parte perché chi tiene i cordoni della borsa concentra la sua attenzione critica solo sull’attuazione della strategia piuttosto che sulla strategia in sé.
La Drug Policy Alliance e i suoi alleati vogliono spezzare questa tradizione di negazione e trasformare l’anniversario in un anno di azione. Il nostro obiettivo è ambizioso: creare la massa critica per un’occasione di riforma in grado di vincere l’inerzia che troppo a lungo ha sostenuto le politiche proibizioniste.
Ciò richiede di lavorare coi legislatori che abbiano il coraggio di sollevare i quesiti importanti; di organizzare forum pubblici e comunità online dove i cittadini possano passare all’azione; di reclutare un numero senza precedenti di personaggi autorevoli che facciano sentire pubblicamente il loro dissenso; di organizzarsi a livello delle città e degli stati per suggerire un nuovo dialogo e nuovi indirizzi nelle politiche locali. Cinque sono i temi da far emergere continuamente durante questo anno di anniversario.
1. La legalizzazione della marijuana non è più una questione di se ma di quando. Nel 2005 secondo il sondaggio Gallup il 36% degli Americani era a favore della legalizzazione del consumo di marijuana e il 60% contrario. Alla fine del 2010 i favorevoli erano saliti al 46% e i contrari erano scesi al 50%. La maggioranza dei cittadini in un numero crescente di stati ci dice che regolamentare legalmente la marijuana è più ragionevole che continuare nella proibizione.
Sappiamo quello che dobbiamo fare: lavorare coi nostri alleati a livello locale e nazionale  per approntare e vincere i referendum per la legalizzazione della marijuana in California, Colorado e in altri stati; aiutare i legislatori federali e statali a presentare disegni di legge per depenalizzare e regolamentare la marijuana; allearsi con gli attivisti locali per far pressione sulla polizia e i pubblici ministeri affinché gli arresti per marijuana non siano più fra le priorità dell’azione penale; aiutare e sostenere personaggi di primo piano della politica, degli affari, dei media, del mondo accademico e dello spettacolo e di altri percorsi di vita a esprimere pubblicamente la loro adesione all’idea di porre fine alla proibizione della marijuana.
2. La sovracarcerazione  è il problema, non la soluzione. Gli Stati Uniti sono i primi nel mondo per l’incarcerazione sia in termini assoluti che per tasso pro capite: questo è un primato vergognoso di cui il paese dovrebbe liberarsi in fretta. Il miglior modo per risolvere la sovracarcerazione è ridurre il numero delle persone imprigionate per reati di droga non violenti: decriminalizzando (e in ultimo legalizzando) la marijuana; offrendo alternative alla detenzione per coloro che non rappresentano alcuna minaccia fuori dal carcere; riducendo le previsioni di un minimo di pena carceraria obbligatorio per i reati  e altre sentenze dure; insistendo sul fatto che nessuno può essere incarcerato semplicemente per possesso di una sostanza psicoattiva senza recare danno alcuno ad altri.
Tutto ciò richiede da parte del governo un’azione sia legislativa che amministrativa, ma una riforma sistematica potrà avvenire solo se l’obbiettivo di ridurre la sovracarcerazione sarà largamente perseguito come una necessità morale.
3. La guerra alla droga è il nuovo razzismo. Negli Stati Uniti la sproporzione razziale nella repressione per droga è grottesca: gli Afroamericani hanno in enorme misura maggiori probabilità di essere arrestati, perseguiti e incarcerati degli altri Americani coinvolti nelle stesse violazioni delle leggi antidroga.
Proprio le preoccupazioni per la giustizia razziale hanno portato lo scorso anno il Congresso a cambiare le famose leggi che stabilivano pene minime obbligatorie per il crack e la cocaina, ma molto resta ancora da fare . A questo punto niente è più importante che la volontà e l’abilità dei leader Afroamericani di fare della necessaria e fondamentale riforma delle politiche della droga una priorità politica. Non è un compito facile, stante la sproporzione dell’estensione e dell’impatto della dipendenza da droga nelle famiglie e nelle comunità povere degli Afroamericani. Ma è essenziale, non fosse altro perché nessun altro può parlare e agire con l’autorità morale che si richiede per vincere sulle paure profonde e sui potenti interessi consolidati.
4. Non si deve più permettere alla politica di  avere la meglio sulla scienza e l’umanità, sul senso comune e sulla prudenza fiscale quando si tratta di droghe illegali. Ci sono evidenze schiaccianti che è molto più efficace e meno dispendioso trattare la dipendenza e l’abuso di droga come una questione di salute piuttosto che di giustizia criminale.
Ecco perché la Drug Policy Alliance sta incrementando gli sforzi per trasformare il modo in cui si discutono e si trattano i problemi di droga nelle comunità locali. “Pensare globalmente e agire localmente” è un principio che si attaglia alla politica della droga così come a qualsiasi altro campo delle politiche pubbliche. Naturalmente sarebbe meglio se i presidenti scegliessero come zar della droga qualcuno che non fosse un capo di polizia, un generale dell’esercito o un moralista di professione. Ma ciò che davvero importa è di spostare la competenza della politica delle droghe nelle città e negli stati dalla giustizia penale al sistema sanitario. Ed è altrettanto importante che il dialogo sulla politica delle droghe sia alimentato dalla ricerca scientifica e dalle migliori pratiche del paese e del mondo. Una delle specialità della DPA è di portare le persone a pensare e agire sulle droghe e sulle politiche della droga fuori dagli schemi.
Infine, la legalizzazione deve stare sul tavolo. Non perché è necessariamente la soluzione migliore. Non perché è l’alternativa ovvia all’evidente fallimento della proibizione. Ma per tre importanti ragioni: in primo luogo, è il miglior modo di ridurre drasticamente il crimine, la violenza, la corruzione e gli altri costi e conseguenze dannose della proibizione; in secondo luogo, perché nel regolamentare ci sono altrettante opzioni (anzi, di più) che nel proibire; e terzo, perché mettere la legalizzazione sul tavolo comporta porsi domande fondamentali sul perché sono emerse all’origine  le proibizioni della droga e se sono state o sono veramente essenziali per proteggere le società umane dalle loro vulnerabilità. Insistere perché la legalizzazione stia sul tavolo non è lo stesso che battersi perché tutte le droghe siano trattate come l’alcol e il tabacco. Significa invece chiedere che i precetti e le politiche di proibizione non siano considerati come il vangelo bensì come scelte politiche che meritano una valutazione critica, compreso un confronto obbiettivo con gli approcci non proibizionisti. 
Ecco il nostro piano. A distanza di quarant’anni dalla dichiarazione di Nixon della guerra alla droga vogliamo cogliere quest’anniversario per sollecitare la riflessione e l’azione. Chiediamo a tutti i nostri alleati e a chiunque nutre riserve sulla guerra alla droga di unirsi a noi in questa impresa.
Ethan Nadelmann
Direttore della Drug Policy Alliance

domenica 6 marzo 2011

A revolution against neoliberalism? - Opinion - Al Jazeera English

Sempre sullo stesso tema proponiamo:


A revolution against neoliberalism? - Opinion - Al Jazeera English

Le lotte contro il neo-liberismo divampano da una sponda all'altra del Mediterraneo....La Grecia


Gli organi di informazione italiani sono praticamente "blocco-tematici" nel senso che individuano vari "blocchi" di intervento giornalistico che vengono seguiti più o meno a lungo monopolizzando l'informazione per periodi che possono variare a seconda dell'argomento - al terremoto di Haiti si dedicheranno 7-8 giorni e all'omicidio di Avetrana 3-4 mesi - ma inesorabilmente l'argomento viene poi messo da parte e sostituito da altro. Ora è il momento della Libia, a cui giustamente va dedicata molta attenzione, ma che ne è già dell'Egitto di cui i principali mass-media non parlano praticamente più, per non menzionare la Tunisia, dove sicuramente gli Italiani in maggioranza non sa nemmeno più che cosa stia accadendo. In questo contesto, dopo che alcuni mesi fa i nostri Tg, giornali, canali televisivi ecc. dedicarono una particolare attenzione alla Grecia, che fu il primo tra i paesi europei ad andare in default e a finire nelle mani del FMI. Ovviamente la popolazione reagii con estrema determinazione alla ricette neo-liberiste che venivano propinate, elaborate dagli stessi le cui teorie economiche avevano portato alla crisi, con politiche imposte fatte di tagli alla spesa sociale, di licenziamenti di massa e di privatizzazioni selvagge. Ora vogliamo ricordare che il popolo greco è ancora in lotta, e non si è rassegnato a bere il veleno neo-liberista. Ecco un articolo molto interessante che vogliamo proporre.
di E. Becatoros - Traduzione di Anticorpi -
Greece+unrest Io Non Pagherò impazza in Grecia
Bloccano i caselli autostradali per consentire agli automobilisti di viaggiare gratis. Coprono con sacchetti di plastica le biglietterie automatiche della metropolitana impedendo ai pendolari di pagare. Anche alcuni medici si sono uniti a loro, impedendo ai pazienti di pagare i ticket presso gli ospedali statali.
Alcuni la chiamano disobbedienza civile. Altri mentalità‘anarcoide.’ Comunque lo si voglia definire, il movimento ‘I Won’t Pay’ (Io Non Pagherò) ha scatenato un acceso dibattito in una Grecia ferita dalla crisi del debito, per far fronte alla quale il governo è stato costretto ad adottare drastiche misure di austerity – tra maggiori imposte, tagli salariali e pensionistici e picchi al rialzo nei prezzi dei servizi pubblici.
Ciò che era iniziato sotto forma di protesta attuata da un minuscolo gruppo di cittadini pendolari imbestialiti per l’aumento dei pedaggi autostradali si è sviluppato in un vasto movimento che sta interessando sempre più settori della società – secondo molti manovrato dai partiti di sinistra, desiderosi di cavalcare il malcontento popolare.
Una valanga di scandali politici scoppiati negli ultimi anni – tra cui una dubbia partita di scambio di terreni e le presunte tangenti negli appalti statali – ha alimentato questo vento di ribellione.
greece+i+won%2527t+pay Io Non Pagherò impazza in Grecia All’alba di venerdì scorso circa 100 attivisti appartenenti ad un gruppo sindacale comunista hanno coperto con sacchetti di plastica i distributori automatici delle stazioni della metropolitana di Atene, impedendo ai passeggeri di pagare le tariffe, per protestare contro gli aumenti nei trasporti pubblici.
Altri attivisti hanno danneggiato diversi distributori automatici di biglietti per autobus e tram. E migliaia di persone semplicemente non si preoccupano più di convalidare i loro biglietti in autobus e metropolitana.
“La gente ha già ampiamente pagato attraverso le tasse, quindi adesso dovrebbe avere il diritto di viaggiare gratuitamente” ha dichiarato Konstantinos Thimianos, 36 anni, impegnato nel picchettaggio della stazione della metropolitana di Piazza Syntagma.
In una delle recenti occupazioni dei caselli presso la periferia nord di Atene i manifestanti indossavano magliette colorate con la scritta “Total Disobedience”, e cantavano: “Non pagheremo la vostra crisi.”
Il movimento ha preso piede anche nel settore sanitario, con diversi medici ospedalieri impegnati a presidiare le macchinette dei ticket per impedire ai pazienti di pagare i 5 euro di tariffa flat per le visite generiche.
I detrattori accusano i manifestanti di rappresentare l’ennesimo esempio della mentalità anarcoide che ha contribuito a far scivolare il paese nel caos finanziario.
“Questa esplosione della illegalità è come un cancro che si sparge,” ha scritto Dionysis Gousetis in un recente articolo apparso sulle colonne del quotidiano Kathimerini.
“Grazie all’alibi della crisi gli scrocconi hanno smesso di nascondersi. Fanno orgogliosamente bella mostra di sé ed agiscono come eroi della disobbedienza civile. Una via di mezzo tra Rosa Parks e il Mahatma Gandhi”, ha proseguito Gousetis. “Ma il non pagare in prima persona per loro non è abbastanza; devono anche costringere il prossimo a fare lo stesso.”
Molti accusano i partiti di sinistra ed i sindacati di cavalcare l’onda del movimento popolare per i propri fini politici.
george papandreou 840635 Io Non Pagherò impazza in Grecia
“Pensate che l’illegalità sia qualcosa di rivoluzionario, in grado di aiutare il popolo greco” – ha detto di recente il primo ministro Papandreou criticando in Parlamento Alexis Tsipras, capogruppo della sinistra – “ma il popolo oggi sta pagando proprio la diffusa illegalità del nostro paese.”
Il movimento “I Won’t Pay” testimonia tuttavia un aspetto radicato nella società greca: la propensione a piegare le regole, a ribellarsi all’autorità, in particolare quella dello Stato. Si tratta di una mentalità così radicata che molti greci a malapena si rendono conto della miriade di piccole trasgressioni commesse quotidianamente: la moto sul marciapiede, la vettura che passa con il rosso, la violazione della ennesimo tentativo da parte del governo di vietare il fumo nei bar e ristoranti.
Meno innocua è la diffusa e persistente tendenza alla evasione fiscale, nonostante le misure sempre più disperate attuate dal governo. “Si tratta di una generica cultura della illegalità, ad iniziare dalle cose più banali fino alla frode o alla evasione fiscale; una cosa che esiste fin dalla notte dei tempi”, ha affermato il commentatore Nikos Dimou.
greece+corruzione Io Non Pagherò impazza in Grecia
Tuttavia molti vedono il movimento “I Won’t Pay” come qualcosa di molto più semplice: il rifiuto da parte del popolo di pagare per gli errori commessi da una serie di governi accusati di avere sperperato il futuro della nazione con la corruzione e il clientelismo.
“Non credo faccia parte del carattere greco. I greci quando constatano che la legge viene realmente rispettata in ogni ambito, sono portati ad applicarla”, ha detto Nikos Louvros fumando una sigaretta in una piazza ateniese, e facendosi beffe del divieto di fumo.
“Ma quando da alcuni non viene rispettata, ad esempio quando si ha a che fare con ministri che rubano … beh, se le leggi non vengono rispettate in alto, anche tutti gli altri finiscono per non rispettarle.”
Articolo in lingua inglese, pubblicato sul sito MSNBC
Link diretto all’articolo:
Traduzione di Anticorpi.

L'impegno democratico dei musulmani milanesi




Il nostro fratello e compagno Davide Piccardo, nel suo bellissimo e totalmente condivisibile articolo sulla partecipazione dei musulmani, riportato dal sito-blog e luogo di dibattito - aperto a tutti e dedicato in particolar modo al dibattito tra musulmani e nuove generazioni - http://www.ethikos-net.blogspot.com/ha scritto: Se vogliono essere fedeli ai propri valori, i musulmani devono continuare il percorso di apertura intrapreso, assumere completamente la responsabilità che implica la cittadinanza attiva, nonché un ruolo da protagonisti nelle lotte per i diritti comuni, lotte da portare avanti cercando la costituzione di alleanze ampie, con chi ha a cuore il destino del Paese. Devono uscire dalla fase catacombale,  della quale  sono emblematici gli scantinati,  in cui anche simbolicamente il potere li vorrebbe tenere, e avviare un dibattito approfondito su come  farsi portatori della necessità di una riscossa dell’etica.
E da questo punto vogliamo riprendere il filo del discorso, cominciando con una breve introduzione.
L’Italia sta vivendo un clima politico tra i peggiori della storia repubblicana, un momento di enorme discredito dell’immagine internazionale, di immobilismo economico,  di generazioni che crescono nella precarietà e non vedono sbocchi futuri, di povertà crescente, di corruzione dilagante e di mafie sempre più potenti, con un governo autoritario e sempre più incapace di accettare una normale dialettica politica….un governo ossessionato dai processi del Presidente del Consiglio ed incapace da tempo ormai di occuparsi del Paese . Un governo con un Presidente del Consiglio che - nell’Italia della corruzione record, dell’evasione fiscale più alta d’Europa, delle mafie più potenti del mondo - pensa a come depotenziare e minare l’attività della magistratura, a come sottoporla al controllo politico dell’esecutivo, di come evitare la galera ai corrotti (la depenalizzazione del falso in bilancio voluta da Berlusconi ad esempio grida vendetta, i condoni fiscali……..Berlusconi vuole una giustizia che tuteli il potente e sia spietata con il cittadino comune: infatti le carceri scoppiano di poveracci e sono in condizioni da terzo mondo con oltre 70.000 reclusi in strutture fatiscenti che ufficialmente al massimo potrebbero contenerne 43.000, di cui circa la metà extracomunitari). Un governo fallimentare a livello di politiche economiche e di sicurezza, populista, xenofobo, stretto alleato dei peggiori dittatori mondiali, un governo  il cui principale partito, il PdL, è l’espressione diretta di un blocco di potere mafioso-massonico piduista , un grumo di interessi tra i più pericolosi della storia repubblicana, e in cui detta legge un partito come la Lega Nord che è ghettizzato in tutta Europa per le sue posizioni esplicitamente razziste e per le sue politiche inutilmente repressive e intolleranti vero le minoranze di ogni genere, verso gli stranieri, con un accanimento particolare verso gli arabi e i musulmani….Il governo Berlusconi dura ormai da oltre 15 anni, grazie al controllo delle principali reti televisive con cui ha diffuso a piene mani un’ideologia edonista, individualista e cinica che è stata l’apripista e lo strumento dei suoi successi elettorali, ha sparso decadenza e distruzione di ogni valore che non fosse il successo ad ogni costo e l’uso del corpo come strumento di raggiungimento della ricchezza, umiliando tutti coloro che hanno sempre creduto nello studio, nell’impegno, nell’onestà, nella meritocrazia, nel pensiero libero……”L’ideologia” berlusconiana vorrebbe un mondo di spettatori passivi e non di cittadini attivi. E’ proprio una visione del mondo quella berlusconiana, che viene trasmessa 24 ore al giorno dai suoi mass-media , non solo le tv, che restano comunque lo strumento principale ma anche attraverso i giornali e soprattutto le riviste di gossip, che riprendono il mondo finto della Tv e tentano di farlo apparire vero, in un gioco di inganni infinito. Una visione del mondo opposta a quella di un musulmano e di qualsiasi essere umano che abbia un universo valoriale a cui far riferimento, a chiunque, credente o meno, abbia un’etica che rifiuta la mercificazione dell’essere umano, a chi antepone la fermezza dei propri principi agli idoli del denaro e del successo.
Oggi, vivendo e respirando gli umori della società italiana, ci accorgiamo di essere diventati tanti a non poterne più dell’ egemonia esercitata per anni dalla sub-cultura berlusconiana, con tanto di bunga-bunga e Lele Mora…. In questi ultimi anni e in questi ultimi tempi in modo particolare assistiamo con soddisfazione ad una nuova rinascita in mezzo alle macerie. Intellettuali, studenti, insegnanti e tutto il mondo della scuola, della cultura, della formazione, sono saliti sui tetti per denunciare la fine dell’illusione berlusconiana e non solo: la loro opposizione ad un mondo mercificato, dove l’uomo e i suoi bisogni vengono all’ultimo posto. Precari, spesso altamente qualificati, stanchi di non trovare impieghi adeguati , di lavorare raramente e senza diritti, operai e lavoratori di ogni tipo hanno re-imparato l’importanza della partecipazione e dell’impegno individuale e collettivo per riprendersi i diritti gli si vogliono togliere o per rivendicarne di nuovi e hanno detto basta a un’economia che mette il denaro e il profitto al primo posto su tutto, che se c’è da salvare le banche spende centinaia di miliardi ma alimenta il razzismo mettendo i settori più deboli della popolazione gli uni contro gli altri. Con la manifestazione di milioni di donne del 23 Febbraio, contro la mercificazione del corpo femminile propagandata da Berlusconi e dalle sue reti televisive, stufe di questa continua decadenza, sono definitivamente emerse nuove forze fresche e determinate, le donne, scese in piazza come mai si era visto da decenni…
E prima ancora il movimento sociale che si era schierato accanto alla Fiom nella sua lotta per la difesa dei diritti dei lavoratori, comprendendo come non fosse una questione della Fiat, ma riguardasse l’intero modo di concepire i rapporti nei luoghi di lavoro, a tutto danno dei lavoratori. E i tanti movimenti nati per la difesa della Costituzione, quelli contro le mafie, in difesa dell’ambiente in tutta Italia, contro il precariato, contro il razzismo e per la solidarietà. Un universo di persone che lottano nella loro vita quotidiana per un mondo, per un’Italia migliore…..Tutte queste forze esistono da anni, lavorano spesso lontano dai riflettori ma attivamente nel tessuto sociale del Paese,  hanno resistito a lungo e ora, grazie agli anticorpi sparsi a piene mani in momenti in cui il contagio razzista e berlusconiano sembrava più virulento, la società civile italiana si è risvegliata e finalmente ora queste forze, che hanno imparato a conoscersi e ad interagire tra di loro, creando un’enorme massa critica, cominciano ad intravedere la fine dell’incubo berlusconiano-leghista. 
In questo clima si gioca una partita importantissima: l’elezione del nuovo sindaco di Milano.
L’occasione enorme che hanno i musulmani che vivono a Milano (anche in tante altre città, ma in questo articolo vorremmo concentrarci su Milano in particolare) per cominciare a contribuire al benessere e alla giustizia della società italiana e anche per sé stessi come individui liberi e portatori di diritti, per iniziare ad autodeterminarsi e prendere in mano il proprio futuro e quelli dei propri figli, è l’elezione a Sindaco di Milano che avverrà a Maggio. Qui si scontreranno in una sfida ad alto valore simbolico, la rappresentante femminile di Berlusconi e del berlusconismo - fenomeno nato a Milano oltretutto -  la Moratti, contro un’alternativa reale, un uomo onesto e rispettato in tutta Milano e in tutta Italia, Giuliano Pisapia, valido avvocato e attivista per i diritti umani, indipendente e senza tessere di partito, ma appoggiato da una vasta coalizione di centro-sinistra che va dal Partito Democratico arrivando a FdS, passando per Sel e Idv.  Nei sondaggi Pisapia è in leggero vantaggio, ma la partita è ancora tutta da giocare……anche in virtù di quello che sarà il voto dei musulmani a Milano. Nelle elezioni precedenti la Moratti, la stessa che ha negato un luogo di culto dignitoso per i musulmani, vinse con poche migliaia di voti di differenza sul centro-sinistra e se consideriamo che a Milano i musulmani sono oltre 100.000….si intuisce che possono fare la differenza.
Un’elezione importantissima per il suo alto valore simbolico, ma anche soprattutto per le ricadute sulla vita quotidiana di ognuno di noi, sulla vita di ogni persona che professa la religione islamica, che porta un nome straniero,  che desidera un mondo dove le persone cooperino, condividano esperienze e pratichino la solidarietà…un mondo più vivibile dove ci si aiuti reciprocamente e dove il desiderio di conoscersi tra uguali ma diversi- come sono tutti gli esseri umani-  sia più forte e vinca sempre sulla paura irrazionale. 
Quale occasione migliore per finalmente uscire dal ghetto, per finalmente tornare a partecipare e a decidere del proprio futuro e del futuro dei propri figli? Senza tanta ideologia: i musulmani milanesi rischiano, se non si svegliano dall’indifferenza, di essere complici del pericoloso rischio di vittoria della coalizione PdL-Lega Nord, che ricandida la Moratti nonostante gli insuccessi e l’impopolarità, una coalizione razzista in cui è già stato designato il fanatico integralista cattolico Magdi Allam  come futuro assessore al neo-assessorato all’integrazione? (nel malaugurato caso di vittoria della Moratti). Un Magdi  Allam che proprio di questi tempi ha espresso “solidarietà a Berlusconi nell’attacco che sta subendo da parte di un ampio fronte trasversale che comprende politici del Centro e della Sinistra, poteri forti finanziari ed economici, la magistratura ideologizzata, mezzi di comunicazione di massa che speculano sullo scandalismo, parte della Chiesa cattolica relativista, buonista, multiculturalista e islamicamente corretta»
 Questa ipotesi funziona da cartina di tornasole per la Milano che prevarrebbe nel caso della vittoria della Moratti, ci dimostra pienamente lo spirito con cui sarebbero animate le politiche verso le minoranze, verso gli stranieri in generale, verso i musulmani in particolare: una  Milano sempre più provinciale e chiusa nell’odio, nella diffidenza e nell’egoismo, per nulla in sintonia con una personalità eccezionale come il cardinale Tettemanzi, Arcivescovo di Milano,  visto dalla parte politica della Moratti come “troppo amico degli immigrati”, in una versione del cattolicesimo intollerante e integralista, in opposizione alla Chiesa dei poveri, alla Chiesa , dell’accoglienza, della fratellanza e del dialogo che è la tradizione della Chiesa Ambrosiana, da cui vengono delle personalità meravigliose come il cardinale Martini, l’arcivescovo Tettamanzi..e tanti altri. La giunta Moratti che si conclude con queste elezioni, si è caratterizzata per la chiusura mentale e per la provincializzazione di Milano avvenuta durante il suo governo, le libertà basilari, sancite dalla Costituzione Italiana non sono stare rispettate, e l’atteggiamento verso i nuovi cittadini è sempre stato di ghettizzazione e negazione di diritti. Non è un mistero che il mondo cattolico di base, l’associazionismo diffuso cattolico abbia già espresso una chiara preferenza per il candidato del centro-sinistra, l’avvocato Pisapia. Pisapia si è dichiarato più volte e pubblicamente  deciso a costruire una Milano davvero internazionale, una Milano che potrà cogliere anche l’occasione dell’Expo ma facendo bella figura con il mondo e mostrando una città veramente pluralista, attenta all’ambiente, senza la corruzione a cui ci ha abituato la destra berlusconiana. Ad onore dell’avvocato Pisapia va segnalato il suo forte impegno per la piena libertà di culto e l’eliminazione degli assurdi ostacoli burocratici per poter avere spazi di incontro e dove poter praticare liberamente la propria religione, con esplicito riferimento ai musulmani, ingiustamente emarginati sino ad ora e maltrattati in barba alla Costituzione italiana dalla fallimentare giunta Moratti, ostaggio della Lega Nord  a livello locale come lo è il suo diretto superiore Berlusconi a livello nazionale.
Ora proviamo ad immaginare: che Milano vogliamo? Abbiamo di fronte una reale alternativa che inciderà sulle vite di tutti noi: La Milano della Moratti, del razzismo, delle ordinanze coprifuoco che causano solo maggiore insicurezza e alimentano risentimento, ghettizzazione e portano all’indebolimento se non all'annullamento dei rapporti sociali....la Milano del suo promesso assessore “all’integrazione” Magdi Allam e del suo fanatismo razzista che lo porta addirittura a polemizzare con i vertici della Chiesa Cattolica, accusata di dialogare con le altre fedi? Non osiamo immaginare gli sforzi per l’integrazione del sig. Magdi Allam: con gente come lui, fanatici religiosi estremisti, il rischio banlieu nei quartieri a più alta densità di immigrazione diventerebbe serio. invece di risolvere e prevenire i possibili conflitti, avremmo un assessore integralista e bigotto, portato all'intolleranza e senza la minima idea del significato del pluralismo e della convivenza solidale e meticcia.
Non possiamo sopportare ancora un nuovo mandato della Moratti, che ha reso Milano provinciale e chiusa in sé stessa sempre più cupa e in crisi, in mano agli speculatori di ogni sorta, coinvolta da mille scandali, ultimo le violazioni enormi edilizie compiute da suo figlio,  ora oggetto di un'indagine della Procura, che si è voluto costruire la casa come Batman, fregandosene dei permessi e delle regole che dobbiamo seguire noi cittadini comuni. E mentre la Moratti difende l'indifendibile, a partire dai suoi assessori inquisiti, nega anche i più elementari diritti ai musulmani e alle minoranze, sgombera i centri sociali e gli spazi collettivi, spesso unici presidi contro il degrado e la sub-cultura mafiosa e malavitosa. La Milano della Moratti sarebbe una città che anche a livello internazionale di fronte ai milioni di visitatori che arriveranno con l’Expo, perderebbe la faccia per sempre, visto il nulla che è stato fatto fino ad ora. Possiamo pensare che l’approccio all’integrazione e alla cooperazione, per la prevenzione di conflitti e per la promozione della solidarietà di cui avrebbe bisogno una città che aspira a essere metropoli europea, possa essere dato in mano a gente molto ideologizzata e poco qualificata come un Magdi Allam qualunque?
Oppure ci rendiamo conto che possiamo davvero cambiare città e cambiare in meglio la nostra qualità della vita con la Milano di Pisapia, una Milano solidale, attenta all'ambiente e alla qualità della vita, inclusiva e che sa valorizzare la sua multi-etnicità, una Milano con un’amministrazione che punta al benessere sociale dei suoi cittadini, che vuole chiudere con gli appalti dati agli amici della cricca Moratti per l’Expo del 2015, vigilare attentamente sugli enormi business che inevitabilmente graviteranno e già gravitano attorno a questo grande evento. Un’amministrazione attenta all’individuo  in cui nessuno si senta solo o straniero, una Milano solidale in cui tutti i cittadini e le forze positive della città potranno esprimersi, dire la loro e influire sulla gestione della cosa comune. Pensiamo, per tutti i motivi esaminati precedentemente che sia necessario e non più rinviabile prendere delle posizioni chiare in favore di un candidato, Pisapia, in delle elezioni comunali che avranno enorme importanza nazionale e grosse conseguenze sulla vita di tutti coloro che abitano in questa città.
Come musulmani milanesi non possiamo perdere questo importantissimo appuntamento, siamo pienamente parte di un tessuto sociale che ci obbliga ad agire se vogliamo finalmente essere davvero una risorsa per il paese e se vogliamo agire per il bene di questa città, per noi stessi e per tutti coloro che non si rassegnano al cinismo e al qualunquismo che caratterizzano la sub-cultura di Berlusconi, il quale alle ragazze precarie suggerì di trovarsi un marito ricco e agli imprenditori di non pagare più tasse di quel che si ritiene “giusto”….e che va a braccetto con il cinismo dei leghisti, i quali propongono autobus separati per gli immigrati, discriminano i bambini a scuola o addirittura all’asilo, violano la Costituzione italiana quotidianamente con il loro disprezzo e odio per le minoranze, delle diversità , la loro denigrazione dell’Unità d’Italia, della sua indivisibilità, dei suoi simboli…..
 Proprio all’insegna della partecipazione e del lavoro dal basso, Pisapia ha lanciato un appello alla formazione di comitati di ogni categoria di cittadini in suo favore, composti da persone che vogliano aiutare a diffondere la sua visione di città e il suo programma per Milano, siano essi comitati di zona, come già esistono da alcuni mesi e che lavorano eccellentemente sul territorio rapportandosi con la cittadinanza zona per zona, siano essi comitati “di affinità”, cioè persone unite da un’idea, un’occupazione, un mestiere ecc. che si riuniscono in comitato in suo favore, così da basare la campagna elettorale sulla partecipazione, la cooperazione e il dialogo tra cittadini, proprio come è stato elaborato il suo programma di governo. La storia personale di Pisapia, di attento difensore di diritti e dei più deboli, la sua attenzione storica per l'ambiente, il percorso che ha portato alla sua candidatura, un percorso fatto da cittadini comuni e costruito dalla partecipazione, culminata con il voto di oltre 60.000 milanesi alle primarie, garantiscono sulla serietà della sua proposta e mostrano come potrebbe essere un alternativa concreta di governo della città di Milano....un buongoverno che a Milano manca da decenni, ma che si è aggravato decisamente in questi ultimi 5 anni di giunta Moratti. Per questo ci siamo riuniti come Musulmani per Pisapia e abbiamo deciso di supportare attivamente la campagna dell’avvocato Giuliano Pisapia. E’ necessario però che il comitato si ampli, che la comunità islamica tutta sia coinvolta e attiva, che senta questa tornata elettorale come qualcosa che la riguarda nella sua interezza e come una possibilità di auto-determinazione…per non dover più elemosinare nulla, ma vivere in una città dove i diritti, la multietnicità, la libertà di culto, l’incontro tra culture, la condivisione, la cooperazione e la Costituzione siano una cosa concreta e non mera retorica.  
Partecipare, esercitare cittadinanza attiva…
Se non ora quando?

Paolo Gonzaga





sabato 5 marzo 2011

Intervista a Gamal al Banna, filosofo, sapiente, fine intellettuale progressista e fratello di Hassan al Banna fondatore dei Fratelli Musulmani. La situazione attuale in Egitto, all'indomani della rivolta.

Oggi sul quotidiano "La Repubblica", almeno nella versione online, è stato pubblicato un articolo che riteniamo di dover sottoporre all'attenzione di chi passa per questo blog. Il Dott. Gamal al Banna è da anni un intellettuale che ammiro molto. Ha scritto numerosissimi testi, tra i quali uno che ho letto e apprezzato particolarmente che era "Al islam din wa umma wa laysa din wa dawla"- "L'islam è una religione e una comunità e non una religione e uno Stato", sottolineando l'importanza e la completa aderenza ai dettami della fede islamica della separazione tra i poteri. Da sempre a favore di uno Stato laico, di un islam progressista, basato sulla giustizia sociale esull'amore e la cooperazione reciproci, religione di uguaglianza e fratellanza universale, Gamal al Banna è un alto sapiente religioso al tempo stesso. Come il più famoso fratello crebbe in un ambiente molto religioso e conosceva a memoria il Corano sin da piccolo, proseguì con studi religiosi ma anche umanistici. In questa intervista parla della situazione attuale in Egitto, dopo la cacciata di Mubarak.

IL PERSONAGGIO

Al-Banna, la voce dell'Islam moderato
"In Egitto e Libia nessun rischio jihad"

Intervista all'intellettuale egiziano fratello del fondatore dei Fratelli musulmani. La forza islamista da molti temuta in Occidente "non punta alla radicalizzazione dello scontro, ma all'islamizzazione della società dal basso". Ancora alti i rischi di instabilità al Cairo. E sulla rivolta libica: "Società laica e con forte senso nazionale, improbabile una spaccatura"

di DAVIDE VIGNATI e FRANCO GALDINI
IL CAIRO - Oggi novantunenne, Gamal al-Banna è considerato uno dei massimi intellettuali egiziani viventi. Ma è soprattutto tra i maggiori conoscitori delle dottrine della confraternita dei Fratelli Musulmani 1, fondati nel 1928 proprio da suo fratello, Hassan al-Banna, ucciso nel 1949 per l'assassinio del premier egiziano Mahmoud Pashà, attribuito alla confraternita. Gamal è pure cugino di Sa'id Ramadan (genero di Hassan), a sua volta fondatore di Hamas, il ramo palestinese dei Fratelli Musulmani. Gamal non ha mai aderito alla confraternita, ma ha passato la vita a studiarne le dottrine e a divulgare le idee del fratello, spesso anche con spirito critico, tanto che oggi è considerato un esponente dell'Islam progressista. Vive ritirato in uno dei quartieri più poveri del Cairo dove, nonostante l'età, continua infaticabile a scrivere volumi per promuovere l'idea di uno Stato nazionale basato sui principi dell'Islam. Lo abbiamo incontrato all'indomani della rivoluzione cha ha sconvolto l'Egitto, per capire quale ruolo intendono ora giocare i controversi Fratelli Musulmani, che tanto spaventano l'Occidente.

Dottor Gamal, lei da tempo scrive del fallimento degli Stati nazionali arabi, auspicando una loro rifondazione a partire da un rinascita della società islamica. Ma si attendeva quanto sta accadendo in Egitto e in gran parte del mondo arabo?
"No, credo che nessuno se non in queste modalità, non nella sua ampiezza e rapidità. In Egitto l'agonia del regime di Mubarak era percepibile da tempo, ma tutti si attendevano che il momento più critico sarebbe stato il passaggio dei poteri al figlio. Sicuramente la rivolta in Tunisia ha acceso la scintilla, ma è stata poi la rivolta in Egitto a trascinare tutti gli altri Paesi arabi. È sempre stato così nella storia di questa parte del mondo: vista la sua mole, quando l'Egitto fa un passo, tutti gli altri Paesi seguono. Persino l'Arabia Saudita. È sempre stato così".

Quali scenari si prefigura ora per il suo Paese? Mubarak è partito, ma il confronto tra il suo regime e il popolo prosegue, con l'esercito a mediare. Cosa attendersi?
"L'Egitto si trova ad un pericoloso crocevia. Invece di limitarsi a dimettersi, Mubarak ha optato per consegnare il potere nelle mani dell'esercito. Quest'ultimo ha dato finora prova di ragionevolezza, ma dopo tutto si tratta pur sempre di soldati. Non escludo che il dialogo tra l'esercito, le forze d'opposizione e i gruppi giovanili che hanno dato vita alla rivolta di piazza possa presto deteriorarsi. E questo sarebbe molto pericoloso. Non credo vi sia il rischio d'una restaurazione, il popolo non lo permetterebbe, ma non è da escludere che il confronto possa finire come in Libia, dove il regime di Gheddafi si sta battendo sino all'ultima pallottola. La situazione è molto tesa nel paese, basterebbe una scintilla. Questo mi preoccupa. Ci aspettano mesi di grande instabilità, visto soprattutto i grandi cambiamenti che tutto ciò comporterà per la società egiziana. Paragonerei la situazione odierna a quanto sperimentato dall'Unione Sovietica a partire dalla Perestroika di Gorbaciov in poi".

Il mondo occidentale ha presto preso le parti della piazza, senza però nascondere le sue preoccupazioni per un'eventuale ascesa del radicalismo islamico, in Egitto come altrove. Quale ruolo hanno giocato e intendono giocare i Fratelli Musulmani?
"Fin dall'inizio delle proteste di piazza, i Fratelli Musulmani hanno scelto di assecondarle senza cercare di strumentalizzarle, perché hanno subito compreso che non avrebbero potuto influenzare quanto stava accadendo. La gioventù dei Fratelli Musulmani è scesa anch'essa in piazza come gli altri, sventolando le bandiere dell'Egitto e non quelle della confraternita. Non c'erano comunque più di 20-30 mila giovani dei Fratelli Musulmani, nulla comparato ai 2 milioni che hanno occupato piazza Tahrir. Hanno scelto dunque una strategia prudente, limitandosi ad appoggiare la richiesta di riforme della piazza. I Fratelli Musulmani oggi sono decisi a giocare secondo le regole della democrazia. Se e quando ci saranno le elezioni, sicuramente vi prenderanno parte, ma le posso già dire che non presenteranno un proprio candidato alla presidenza. Non hanno la forza in questo momento a prendere il potere, i loro sforzi sono piuttosto rivolti ad una islamizzazione dal basso della società egiziana, in tutti i suoi aspetti, dalla sfera privata, a quella economica e sociale".

La semiclandestinità a cui è stata costretta la confraternita da Mubarak non permette oggi neanche ai principali osservatori politici di valutarne il reale radicamento nel Paese e la sua potenziale forza elettorale. Tutti concordano col fatto che i Fratelli Musulmani sono estremamente organizzati e presenti a tutti i livelli della società egiziana, ma fino a che punto?
"Se domani si dovessero tenere delle libere elezioni in Egitto, ritengo che i Fratelli Musulmani otterrebbero tranquillamente tra il 20 e il 25% dei suffragi, pari circa a 120-150 seggi in Parlamento. Ritengo però anche che se l'instabilità dovesse crescere e il periodo d'incertezza prolungarsi, la loro forza potrebbe aumentare ulteriormente, in quanto sono decisamente l'elemento più organizzato e strutturato della società egiziana. Sono una realtà sociale in crescita, questo è fuor di dubbio, che viste le dimensioni assunte è divenuta inevitabilmente anche una forza politica, sebbene questo non fosse inizialmente il suo obiettivo. Sono nati come movimento educativo della società ed ora sono divenuti una forza politica. L'attuale leadership è sicuramente decisa a rispettare le regole democratiche invocate dalla piazza. Ma anche se in questi ultimi anni ha sviluppato una certa coscienza politica, ritengo che questa sia ancora embrionale, primitiva".

Il radicalismo violento del passato dei Fratelli Musulmani rende comunque difficile all'Occidente e soprattutto alle forze liberali della società egiziana credere al loro nuovo volto democratico.
"È vero, ma ogni qualvolta all'interno della confraternita si sono formate frange estremiste e violente, queste sono sempre state allontanate ancor prima che il movimento subisse la repressione del governo. I Fratelli Musulmani non hanno mai teorizzato il ricorso alla violenza per islamizzare la società. Gran parte della loro pessima reputazione la si deve anche all'efficacie propaganda israeliana, che ha fatto seguito al coinvolgimento della confraternita nel conflitto israelo-palestinese, soprattutto a cavallo della seconda guerra mondiale. È un fatto che per i Fratelli Musulmani Israele resta una presenza coloniale inaccettabile nel cuore del mondo arabo. Americani ed europei hanno dunque ragione quando sostengono che la confraternita è contro Israele, ma sbagliano quando pensano che sia un movimento di fanatici. I Fratelli Musulmani esortano la popolazione a vivere ogni giorno secondo i dettami dell'Islam, ma non professano alcuna guerra santa".

Ma come è possibile coniugare l'obiettivo di islamizzare la società con i principi di una democrazia pluralista?
"Certo, il modello da seguire potrebbe essere quello turco, dove il partito islamico ha saputo adattarsi alle regole delle democrazie moderne, trasformando il termine Shari'a in "giustizia" e Jihad in "sviluppo". Voler convincere la popolazione a vivere secondo i dettami islamici non è anti-democratico".

Visto il caos nel quale versa l'Egitto e l'inevitabile suo indebolimento sul piano regionale così come altri Paesi arabi, ritiene che Teheran possa aumentare la propria sfera d'influenza?"Purtroppo l'Egitto sotto Mubarak ha perso da tempo il suo peso a livello regionale, ed oggi non abbiamo più influenza o potere di un qualsiasi piccolo emirato come il Qatar. Ritengo però che per ragioni di lingua, di cultura e di storia, l'influenza dell'Iran non possa andare oltre l'Iraq o il Bahrein. Sicuramente non arriverà in Egitto o nel Maghreb. Direi anzi che questa rivoluzione potrebbe anche riuscire a liberare le forze della società egiziana e riportare il Paese ad un nuovo ruolo ed una nuova influenza a livello regionale. Richiederà tempo, certo, ma le premesse ci sono tutte vista l'importanza della popolazione, delle risorse, della storia e soprattutto delle capacità in termini d'istituzioni e società civile".

E per quanto riguarda la Libia? La caduta di Gheddafi potrebbe portare secondo lei alla nascita di uno Stato islamico?"Non credo. Nonostante le paure dell'Occidente, la società libica ha una forte tradizione laica. Ritengo anche improbabile che il Paese possa collassare e dividersi in tante entità regionali. Certo Gheddafi darà battaglia sino all'ultimo, ma nonostante le divergenze tra le diverse componenti tribali, la popolazione libica fin dall'indipendenza del Paese ha sviluppato un forte senso di unità nazionale anche a seguito dei tentativi d'ingerenza delle potenze straniere. Non ritengo probabile una divisione della Libia".

Quale previsione si sente di fare per l'Egitto da qui a sei mesi?"Anche se la situazione è delicata, io spero vivamente che il dialogo tra l'esercito, i giovani e le forze d'opposizione possa portare alle prime elezioni libere del Paese, in grado di dar vita a un ciclo virtuoso che porti a un vero sviluppo senza più la corruzione del regime di Mubarak. Personalmente non ho preferenze per il prossimo presidente, ma ritengo che oggi il candidato che gode di maggior popolarità sia El Baradei. Potrebbe essere lui il nostro prossimo presidente. Purtroppo io sono troppo vecchio anche solo per pensare di vedere coi miei occhi se il mio Paese riuscirà a scrollarsi di dosso il suo recente passato".
tratto dal quotidiano versione online "La Repubblica" 5 Marzo 2011