domenica 31 luglio 2011

Il fossato sempre più ampio tra forze laiche e forze islamiste (Fratelli Musulmani, salafiti......)

SEMPRE PIU' FORTE LO SCONTRO TRA I LAICI (DAI COMUNISTI AI LIBERALI...) E GLI ISLAMISTI (FRATELLI MUSULMANI E SALAFITI...) 




I lettori di questo blog mi perdonino, se anche questa volta, per aggiornarvi su ciò che accade in Egitto non uso parole mie, ma riprendo in toto un post della cara amica Lia, che sto per andare ad incontrare al Cairo. Lo faccio perché appunto, lei ora é al Cairo e notizie più fresche non potremmo averne, altro che "Corriere della Sera" e giornalacci vari, quello di Lia é un articolo dalla così alta qualità che in Italia non verrebbe mai pubblicato da un grande giornale: l'analisi é troppo profonda e sconveniente per l'Occidente alleato dell'Arabia Saudita, che sta mettendo in campo le sue forze per prevenire una situazione simile a quella egiziana, intervenendo direttamente in Egitto. Ed ecco che abbiamo improvvisamente masse di salafiti-wahhabiti, che spaventano la borghesia egiziana e boicottano le iniziative dei giovani laici.

Ma ecco cosa ci scrive la nostra Lia: nel suo bellissimo blog, "Haramlik":http://www.ilcircolo.net/lia/


Salafiti, militari, laici e qualche malinteso

Leggendo in giro, mi pare che in Italia non si stia dando la sufficiente rilevanza a quelli che sono gli effettivi schieramenti politici, in questo momento, in Egitto: che da una parte ci sono i gruppi laici, cioè, che formano un ventaglio ampio che va dalla sinistra delle organizzazioni dei lavoratori fino ai liberali, e dalla parte opposta ci sono gli islamisti E i militari.
Ripeto, ché forse non è chiaro: gli islamisti stanno dalla parte dei militari e contro i laici rappresentati dal sit-in in Tahrir.
Tutti i gruppi religiosi – dai Fratelli Musulmani ai Salafiti alla Gamaa Islamiya – chiedono all’esercito, da un mese, che Tahrir venga sgombrata, ed usano nei confronti degli occupanti gli stessi insulti, le stesse categorie di accuse dei militari stessi: “portatori di caos”, di “disordine”, gente “pagata dall’estero” e via dicendo.
In piazza Tahrir, venerdì, gli slogan religiosi erano intervallati da slogan a sostegno delle Forze Armate e, tra i laici, lo sconcerto si traduceva essenzialmente nella domanda che più circolava: “Ma non si sono ancora stancati di farsi usare dall’esercito, questi? Non gli è bastato Sadat, non gli è bastato Mubarak, non imparano mai niente?
Se ne discute da mesi, in Egitto. A Maggio, l’Al Masri al Youm scriveva:
During the 25 January revolution, Salafi scholars denounced protests as un-Islamic and warned Muslim youths against engaging in the uprising, but the hard-line Muslims became visible once Mubarak and his security apparatus fell. They were emboldened to stage more protests along sectarian lines. Some went further, announcing the formation of political parties to compete in the parliamentary elections slated for September.
Some observers allege that the sudden emergence of Salafis is orchestrated by Saudi Arabia, which seeks to abort the Egyptian revolution for fear that the same revolutionary model would be reproduced on its soil.
Younis expects that after the Imbaba incident, the army will deal a blow to such radical groups. However, he voiced fears that giving the military a free hand in uprooting Salafis might threaten the prospects for a transition to civil democratic rule.
“If the army hits them and gets applauded by the middle class and the intelligentsia, the military will acquire a bigger role in Egypt’s politics,” said Younis. “This will mean that the military is the one that deserves to rule.”
Since Mubarak stepped down, the military has affirmed its commitment to instating a civil democracy. Yet, skeptics remain concerned that the SCAF might groom a presidential candidate from the barracks before the presidential poll set for December.
By a similar logic, Mubarak’s regime spent many years establishing and solidifying its legitimacy. In the 1990s, secularists, liberals and Copts rallied behind him to fight armed Islamist groups. Such support allowed him to build a draconian police state that violated human rights on the pretext of defeating Islamist opponents. After succeeding in stemming terror, Mubarak groomed his regime as the sole guardian against the resurgence of violent groups. At the same time, he implemented the same notorious strategies against peaceful opposition.
E’ uno schema più che collaudato, e stupisce davvero rendersi conto che gli anni di carcere che tanti di loro portano ancora sulla pelle non gli hanno insegnato nulla. Del resto, quello che penso io dell’islam politico è noto a chi mi legge: un po’ di leader venduti al potere di turno che muovono masse di gregari tra le cui virtù – che pure esistono, a livello umano – non brilla sicuramente l’acume. In Egitto come in Occidente, direi.
Per settimane, tutte le forze islamiste, senza eccezioni, hanno continuato a denunciare il sit-in di Tahrir, diffondendo ogni tipo di squallida, losca bugia sensazionalista contro i manifestanti, in larga maggioranza laici, accompagnati dall’agitazione diffusa dai militari stessi, che già avevano aizzato gli abitanti del quartiere di Abbassiya contro il corteo del 23 luglio.
Le forze islamiste i cui leader, senza eccezioni, sono in un modo o nell’altro alleati con le Forze Armate e in attesa della parte di bottino che gli arriverà dalle elezioni in arrivo e dalle riforme costituzionali, hanno deciso di alzare il tiro contro i rivoluzionari di Tahrir annunciando, circa due settimane fa, che avrebbero convocato una protesta di massa nella piazza per affermare “l’identità islamica dell’Egitto, denunciare il progetto di riforma della Costituzione e chiedere l’applicazione della Shari’a.” L’annuncio andava di pari passo con la campagna per “ripulire Tahrir dai laici”.
Quello che è successo dopo, l’ho scritto ieri: gli incontri tra i laici e i religiosi (Gamaa Islamiya, Partito del Nour dei Salafiti e Fratelli Musulmani) e l’approvazione di un documento comune in cui, in nome dell’unità nella giornata di protesta,  i laici si impegnavano a non lanciare slogan contro le Forze Armate e a non richiedere l’approvazione della Costituzione prima delle elezioni, e gli islamisti, in cambio, si impegnavano a non lanciare slogan religiosi e a non richiedere lo Stato islamico. La protesta doveva focalizzarsi esclusivamente sui punti di accordo.
I religiosi, con l’accordo sottoscritto, ci si sono bellamente soffiati il naso (con la lodevole eccezione di alcuni giovani dei FM che hanno cercato di fermare lo scempio senza successo) e, per protesta, i partiti laici hanno convocato una conferenza stampa per annunciare che abbandonavano la manifestazione.
Zeinobia fa notare che è previsto un incontro a Washington tra i rappresentanti dell’Esercito e la Clinton per discutere della transizione egiziana, e che quello che è successo potrebbe essere il consueto messaggio delle Forze Armate all’Occidente, in particolare all’America: lo spauracchio islamico per affossare le riforme democratiche.
Intanto, i Salafiti hanno ripreso i loro pullman e sono tornati nelle loro campagne.
(La foto, presa dal solito Arabawi, mostra un Tantawi ritratto come salafita in via Talaat Harb.)

sabato 30 luglio 2011

Inchiesta sulle carceri oggi. Il 40% detenuto in attesa di giudizio, leggi come la Fini-Giovanardi sulle droghe e la Bossi-Fini sull'immigrazione che fanno sì che in carcere ci finiscano solo i poveracci!

"La Repubblica" ha fatto questa inchiesta sulle carceri, che vogliamo pubblicare per contribuire a diffonderla e a far parlare di un argomento generalmente ignorato: la situazione nelle carceri italiane. Questo perché la situazione é di massima emergenza e la legge che più contribuisce al fatto che in carcere ci siano praticamente solo dei poveracci, é la iniqua e criminale legge Fini-Giovanardi sulle droghe, oltre all'indegna legge Bossi-Fini sull'immigrazione.


DALL'ARCHIVIO di ENRICO BELLAVIA PIERO COLAPRICO

In cella meno di 24 ore
E i reati più piccoli affollano le prigioni

Il discorso del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha spostato l'attenzione sulla situazione delle carceri in Italia. Nel suo intervento a Palazzo Giustiniani ha detto: "C'è un abnorme ricorso alla custodia cautelare, realtà che ci umilia in Europa". Qualche mese fa, alla fine di ottobre 2010, Repubblica aveva affrontato l'argomento con un'inchiesta che è ancora attuale. RE la ripropone

ROMA - A ognuno di noi sembra molto ma molto difficile, se ci si comporta più o meno bene, entrare in carcere, in questa Italia. Anzi sembra che nei duecento "istituti di pena" non ci entri nemmeno chi "se lo merita". Ma non è così. Dall'Unità d' Italia a oggi, nei 170 anni di storia italiana, non si sono mai registrati così tanti detenuti nelle nostre carceri. L'ultimo conteggio ufficiale del Dap, il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, parla di 68.527 detenuti (ma sarebbero già 69.500), tra i quali 3mila donne. Di queste, sessantuno hanno i figli in cella. Rispetto ai 44.568 posti effettivamente disponibili, i detenuti sono circa 25mila in più. Un terzo non è nato da noi: sono stranieri, con in testa marocchinie algerini, due terzi dei detenuti sono italiani. Da dove nascono le cifre del record? Per quale "irragionevole ragione" la popolazione carcerariaè così alta, appena quattro anni dopo l'indulto voluto dall'allora ministro Clemente Mastella? E se i reati, come assicura il ministero degli Interni Roberto Maroni, sono "complessivamente in calo", com' è possibile un incremento così ansiogeno?

Le porte girevoli

In televisione "passano" gli arresti dei latitanti, quest'ondata infinita di catture improvvise, che sommerge boss e gregari anzianotti, reduci dei vecchi eserciti mafiosi in rotta. Ma nelle celle vanno ben altri. Per esempio, ci va un calciatore, delle giovanili della Juventus. E perché? Nella Chivasso dell'ultimo ferragosto incrocia una pattuglia dei vigili e vola qualche parola di troppo. E anche se l'arresto per resistenza a pubblico ufficiale è facoltativo, D. B., classe 1988, finisce dentro. Due giorni alle Vallette, sulle brandine sovraffollate, per ricomparire in tribunale il 16 agosto. Con il suo taglio di capelli scolpito, il fisico perfetto e la maglietta alla moda spicca tra gli stranieri e i "borderline" delle direttissime: viene scarcerato, ma due giorni se li è fatti.

Cambiamo regione e professione: Felice e Salvatore sono due operai di Bagheria, hanno 28 anni, non hanno mai avuto un guaio con la giustizia, finché un giorno buttano in un cassonetto della segatura di legno. Lo avevano sempre fatto, alla fine del turno in falegnameria. Ma era appena cambiata la norma, rimasero tre giorni dentro. Qualche anno fa, e ancora ne ridono, entrò a San Vittore un diciottenne che non s'era fermato all'alt nella zona della stazione Centrale ed era scappato con lo skate-board. E a Reggio Emilia, solo quindici giorni fa, è stato messo in cella uno che aveva rubato una lattina di birra.

É il reato che manco si sa di commettere a rendere il carcere una bolgia. Sono soprattutto i "pesci piccoli"  -  questa è la gran verità, omessa nei discorsi ufficiali sulla sicurezza e la giustizia  -  che rendono le carceri simili a una tonnara nei giorni della mattanza. E chi si occupa di detenuti accusa del disastro soprattutto le "porte girevoli": è stato ribattezzato in questo modo il vortice d'ingressi (che si potrebbero evitare) e di repentine uscite.
Come il calciatore, i falegnami e il ladro della lattina. I "nuovi rei", ossia le persone che entrano in carcere per la prima volta, sono 32mila. Uomini e donne, con famiglie, con affetti, che vengono presi, perquisiti, spogliati, che ricevono dalla polizia penitenziaria gli "effetti letterecci" per dormire sulle brande.

Vengono infilati in celle già affollatissime e ci restano, con le nuove, sconosciute e obbligatorie compagnie, non si sa quanto gradevoli, per quarantott'ore. E poi, ancora sporchi dell'inchiostro delle impronte digitali all'ufficio matricola, e con le stringhe da allacciare, ricevono tanti saluti: possono tornare a casa. In Lombardia, il provveditore regionale Luigi Pagano ha calcolato che, nelle due principali case circondariali, Milano e Brescia, la percentuale dei detenuti che "esce nel giro di una settimana varia dal cinquanta al sessanta per cento. A volte arriva uno alle 12 e alle 14 esce".

Mentre il nostro governo si dedica anima e corpo al cosiddetto lodo Alfano e al "processo breve", a chi e a che cosa serve questo "carcere breve"? Non c'è una risposta che sia una. Ma è stato calcolato che quattro persone comuni su dieci, la cui fedina penale era pulita, e che se la potevano cavare con una denuncia a piede libero, incontrano il sistema penale italiano: meglio, ci sbattono contro.

Una parte molto cospicua di questo "entra ed esci" riguarda quelli che vengono anche definiti "reati apparenti", e cioè reati in cui manca la vittima. È il reato principe degli immigrati clandestini, come Frank: era un habitué dei portici di Palermo, ha collezionato un arresto ogni due settimane per mesi ("non ottemperava al decreto d'espulsione") fino a quando è riuscito a far perdere le proprie tracce.

Quello cui si sta assistendo  -  parlano i fatti  -  è un "repulisti" di poveracci, di stranieri e di tossici, messi nella "discarica" del carcere (sono tutte parole pronunciate nei convegni). Se questo può forse corrispondere a una precisa logica "d'ordine" (ordine almeno apparente, da immagine televisiva e non da strada), il problema non cambia. Il reato piccolo piccolo è in agguato per chiunque: Antonio è un odontotecnico, è stato accusato di un furto di corrente elettrica, si era dichiarato innocente, ma non ha avuto possibilità di difesa, giacché il tecnico dell'Enel aveva portato via il contatore. Quattro giorni di prigione e poi via di corsa a patteggiare, "pur di tornarmene fuori", dice.

Qual è la "colpa principale" per quasi la stragrande maggioranza dei detenuti italiani? Sono i "reati contro il patrimonio": furti e borseggi. Poi c'è il piccolo spaccio. Molto impegnati nel "turn over" della giustizia sono i tossicomani, arrestati per possesso di droga sul cui uso, personale o per vendita, deve pronunziarsi il magistrato. Ben il 30 per cento dei detenuti è consumatore di droga (e molti sono affetti da epatite C) e dovreste stare in comunità (ma non c'è posto). Per omissione di soccorso, ingiuria e diffamazione finisce dentro il 15 per cento. In fondo alla classifica dei detenuti, ecco i responsabili di reati contro la pubblica amministrazione (3,4) e contro l'amministrazione della giustizia (2,9%).

Le misure della tortura



E i "cattivi" veri? A conti fatti, solo tre detenuti su dieci  -  attenzione  -  si sono macchiati o sono sospettati di crimini violenti. Più paradossale il tema dei "mafiosi in galera": intere fette di territorio sono in mano ai clan, ma in carcere non arrivano a seimila detenuti. E, tra questi, è il 10 per cento che sconta il famoso o famigerato 41 bis, ossia il carcere durissimo. Quanti? Presto detto: 267 camorristi, 210 esponenti di Cosa nostra, 114 affiliati alla 'ndrangheta. Una goccia nel mare.

Vale la pena di ricordare che era il 2006 e con l'indulto avvenne "l'esodo dei 23mila". Ma adesso "tutte le Regioni italiane hanno abbondantemente superato la capienza regolamentare", come denuncia il sindacato di Polizia penitenziaria Sappe. Al Nord non si sta meglio che al Sud. Il top? È in Emilia Romagna: capienza totale 2393, numero dei reclusi oltre 4.400. "In percentuale è il 198 per cento, un dato cronico e destinato a superare ogni limite in Italia", dice Franco Maisto, presidente del tribunale di Sorveglianza di Bologna. "Siamo in un frenetico e imperdonabile immobilismo, "si fa si fa", dicono, e non si fa mai niente in nessuna direzione. Né aumentano i posti letto, né esce la gente".

"Detenuto in attesa di giudizio" è il titolo di un vecchio film, con Alberto Sordi protagonista. Raccontava di un innocente che finiva in carcere. Negli anni dell'inchiesta milanese "Mani pulite", quando a entrare in cella erano politici, finanzieri, imprenditori, molti giuravano: "Mai più, bisogna cambiare le carceri". Comunque la si pensi sul "pugno duro", sul "giustizialismo" o sul "garantismo", il dato è angoscioso: il 43 per cento degli attuali detenuti è in attesa di giudizio.

Dietro le sbarre, dove qualche gangster resiste ancora, e non mancano i balordi, tra tossici e clandestini, gravitano oggi 30mila detenuti senza una condanna definitiva. E  -  attenzione  -  la metà di questi "non definitivi", e dunque almeno quindicimila, sarà  -  la stima è dell'associazione Ristretti Orizzonti  -  assolta. In Europa, siamo un caso unico.

È grazie a questo paranoico stato delle cose che in cento posti-branda sono ammassate  -  per statistica  -  152 persone. Soltanto in Bulgaria il tasso di affollamento delle carceri è maggiore (155), mentre la media europea è di 107 detenuti ogni 100 posti. I letti a castello arrivano a tre, quattro piani, la testa di chi dorme è a 50 centimetri dal soffitto. Spesso lo spazio vitale del detenuto è molto al di sotto dello standard dei 3 metri quadrati che sono "la misura della tortura".

Il coefficiente, in molte carceri dell'Italia del G8, è del 2,66 periodico: un coefficiente accettabile solo tra innamorati. Caltagirone, in provincia di Catania, è al primo posto per l'indice di sovraffollamento: ospita 302 persone invece delle 75 previste. Lo segue un altro carcere siciliano, Mistretta (Messina), con l'indice al 175 per cento. E la Uil penitenziari fa notare anche il caso di Busto Arsizio (Varese), non enorme, ma con gli arresti dell'aeroporto internazionale della Malpensa, "è pieno come un uovo".  Si sta un po' più larghi a Poggioreale: il carcere di Napoli ha una capienza di 1.658 persone, è arrivato a 2.801, numero che lo rende in termini assoluti quello più popolato d'Europa. Sommando tutti i numeri dei detenuti europei, fa effetto scoprire che uno su quattro si trova in Italia.




L'exploit dei costi




Quanto costa questa macchina infernale? E che rimedi propongono dal governo?  Ogni detenuto costa allo Stato come se alloggiasse in un hotel quattro stelle: 113,04 euro. È questa la cifra media che il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, indica come costo giornaliero di un detenuto. In totale fanno 2,7 miliardi di euro. La cifra, non certo bassa, viene considerata ben al di sotto del necessario dagli
operatori.

L'associazione Antigone, che oggi diffonderà un suo dossier sulle carceri, ha calcolato che se si arrivasse alla cifra dei 44 mila detenuti previsti nelle tabelle, si risparmierebbero 1,5 miliardi di euro. Non mancano neppure sprechi "classici": come le nuove manette acquistate in confezione da cinque per le quali però, stando a un sindacato, ci sono solo due coppie di chiavi.

Gli agenti sono 39mila contro i 45 mila dell'organico. E seimila assenze pesano: nella sezione femminile del carcere pesarese Villa Fastiggi hanno dovuto lavorare anche agenti maschi, con sconcerto generale. Anche perché, nel gennaio scorso, il ministro Angiolino Alfano, in un incontro con i sindacati della polizia penitenziaria, aveva rassicurato tutti. Come? Annunciando diciotto nuove carceri, di cui dieci "flessibili". E garantendo  -  parole sue  -  le "tanto agognate 2mila unità".

Risultato reale? Zero. Ma questo di Silvio Berlusconi non era il "governo del fare"? Un altro anno galeotto sta finendo, e tra due mesi scade anche il decreto ministeriale che aveva nominato commissario straordinario Francesco Ionta.

I "Baschi azzurri" della polizia penitenziaria fanno le scorte. Ma  -  chiedono da qualche tempo  -  ha senso organizzare trasferte "di almeno tre uomini" non per i mafiosi, ma per chi sta per essere rilasciato? "Partiamo in tre con il cellulare  -  è il racconto concreto  -  per trasportare in un'altra regione qualcuno che va ai domiciliari, lo salutiamo e lo lasciamo libero anche... di evadere", protestano. È anche successo che, durante un trasferimento, il furgone cellulare si sia fermato: siccome si taglia su tutto, nel serbatoio non c'era più benzina." 
Questa ottima inchiesta termina con un video sulle condizioni carcerarie in Italia, che potrete trovare al link:                                                                  http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/inchiesta-italiana/2011/07/28/video/carceri_i_trentamila_delle_porte_girevoli-19750569/1/
ues

lunedì 25 luglio 2011

Le ultime dal Cairo, e dalla ri-occupata piazza Tahrir.

Un altro blog che seguiamo spesso, sia per ragioni di lunghissima amicizia personale, sia per ragioni di conoscenza approfondita del mondo arabo, islamico e dell'Egitto in particolare, che, con accento spesso ironico e molto narrativo, (Lia é una scrittrice nata),  la nostra cara Lia ci narra, è il blog: http://www.ilcircolo.net/lia/
Chi ci scrive, l'Egitto lo ha vissuto davvero, lo ama alla follia, lo conosce meglio di moltissimi egiziani stessi e sembra non avere tregua se non quando é lì, in Egitto, ma al Cairo in particolare, città che le è entrata nel cuore e nella pelle. Perciò per un aggiornamento sulla situazione egiziana, visto che in attesa di andare anch'io a vedere con i miei occhi gli eventi, e poter così soddisfare la mia curiosità intellettuale e avere poi molto da raccontare per le presentazioni del mio libro sulla rivoluzione egiziana, riportiamo quanto ci narra, con un sacco di link che sono tutti da seguire, la nostra Lia che si trova in loco, tramite il suo bellissimo sito.



Twitter ed altro a Tahrir

"A Tahrir c’era un sacco di roba, l’altra sera: l’inaugurazione della scuola in piazza, il cinema all’aperto e, prima, quest’esperimento chiamato Tweetnadwa di cui parla anche Paola Caridi qui:
Si tratta di una specie di assemblea di twitters: un palchetto con uno schermo su cui scorrono i twits della gente seduta lì attorno, su appositi lenzuoloni stesi per l’occasione, un moderatore e vari interventi di persone che sono abituata a leggere su Twitters e poi, dal vivo, ti impressionano per come sono giovani.
Molta borghesia cairota, tra questi ragazzi: la piazza è più interclassista, spesso decisamente popolare. In questi incontri, invece, noti un livello socioculturale diverso, e la sensazione di stare assistendo alla crescita della futura classe dirigente egiziana si fa ancora più forte.
Tahrir è comunque, sempre di più, un Egitto in miniatura. Io ho trovato strepitoso questo post di Sandmonkey: il post dell’anno, per quanto mi riguarda. Qui un piccolissimo assaggio, ma il post va letto tutto:
Tutto è iniziato nella zona delle tende, dove dormiamo: la prima notte le tende erano una accanto all’altra, in formazione sparsa. Poi abbiamo cominciato ad avere problemi con la gente che passava: domande indiscrete, occhiate (c’erano ragazze nelle nostre tende, figuratevi…) e occhiolini alle ragazze. Così, il giorno dopo abbiamo cambiato la posizione delle tende, in modo da creare un grosso circolo con uno spazio all’interno per gli ospiti ed un’unica entrata/uscita all’area. Il tutto, per proteggerci dagli sguardi e dalle azioni della stessa gente i cui diritti stavamo difendendo. Così, senza neanche accorgercene, abbiamo creato – noi, gente che considera elitisti e classisti i quartieri residenziali – il nostro involontario quartiere residenziale. E la cosa più tragicamente comica è stata che, nel nostro tentativo di assicurare il passaggio all’area e di controllarne l’accesso, abbiamo pure reso impossibile la fuga nel caso fossimo stati attaccati. Standard di sicurezza egiziani al loro meglio!
Poi sono arrivati i ragazzini di strada. Tre di loro, di 8, 12 e 13 anni. Un giorno sono arrivato e li ho trovati lì con noi, giacché la gente delle tende, in lotta per l’uguaglianza, li aveva fatti entrare ed aveva iniziato a insegnargli cose, a giocare con loro e a condividere i ventilatori, l’ambiente comodo, l’acqua fredda e i succhi e gli snacks. E quando sono arrivate le scorte e abbiamo cominciato ad aprirle e a organizzarle, loro hanno iniziato ad aiutarci, e a ripulire la zona. Alla fine eravamo così a nostro agio in questa dinamica che abbiamo cominciato a rivolgerci a loro quando ci serviva roba da mettere in freddo o dovevamo ripulire la zona delle tende, creando quindi, senza farlo apposta e senza volerlo, qualcosa che somigliava molto allo sfruttamento del lavoro minorile, in cui i ragazzini lavoravano in cambio di cibo, bevande, svago e posto per dormire, il che è economia trickle-down ai suoi livelli più basici: bella cosa, da parte di un gruppo di rivoluzionari e attivisti dei diritti umani [...]
No, ma leggetelo tutto . Sul serio.
A Tahrir, di giorno, ci sono comunque una quarantina di gradi: è un forno, dico sul serio.  Io mi sono già presa un po’ di malanni – dal torcicollo, a furia di passare dal forno all’aria condizionata, a un accenno di attacco di porfiria che sto sconfiggendo bevendo litri di acqua e zucchero. Le successive riflessioni sulla mia scarsissima forma fisica mi hanno fatto capire che ho bisogno di un paio di giorni di tregua al mare. Forse parto domani.
Adesso, invece, vado a cena al Fish Market, confidando in un’improbabile brezza dal Nilo." Lia.
Crediamo che sia davvero un'ottimo articolo da presentare ai lettori di questo blog, e alcuni buoni link per post quasi sempre interessanti: http://www.ilcircolo.net/lia/ ed anche il militante e blogger egiziano ora in Piazza Tahrir:http://www.sandmonkey.org/ (in inglese), e la migliore di tutti in Italia di sicuro, Paola Caridi, con il suo imperdibile  http://invisiblearabs.com/.
A presto per altre novità sull'Egitto
Paolo Gonzaga

sabato 16 luglio 2011

Precariato, cambio di paradigma, ruolo dei movimenti e di SEL, verso il reddito di cittadinanza....partendo dal "reddito ad intermittenza"

      
                                                                                                                                                                                                                                            Finalmente negli ultimi anni, ma in particolare ci sembra nell’ultimo anno, stiamo assistendo ad una nuova presa di coscienza delle moltitudini che vivono la condizione del precariato e della flessibilità senza alcuna sicurezza. Le partite Iva, come ha giustamente sottolineato il nostro coordinatore provinciale, Daniele Farina, alle elezioni amministrative recenti si sono rivelate votare principalmente Sinistra Ecologia Libertà, quando un tempo le partite Iva votavano Lega, e questo sottolinea Farina, non perché abbiano cambiato idea, ma perché è cambiata la composizione di classe. In poche parole, con questa frase, coglie i principali cambiamenti avvenuti nel mondo del lavoro e i nodi focali del nuovo paradigma.
La battaglia per i diritti dei precari, degli atipici, delle partite Iva è una questione entrata prepotentemente nell’agenda politica anche istituzionale, e sta prendendo sempre maggior centralità nel dibattito pubblico e sui mass-media. Parole e concetti come “reddito di cittadinanza”, “reddito di esistenza”, “reddito minimo garantito”, “basic income”, “continuità di reddito” o “reddito di intermittenza” come sta proponendo la nostra Cristina Tajani, Assessore al Lavoro della giunta Pisapia  stanno entrando nel vocabolario politico-sociale.
La centralità della questione ci è dimostrata ulteriormente dal fatto che mentre un tempo a parlare di precarietà erano solo i movimenti e le aree  di certa sinistra extraparlamentare, e forse i settori più maturi e avanzati di alcuni partiti della sinistra, oggi perfino il Papa, o l’ex-presidente della Banca d’Italia e ora Presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, parlano della precarietà e della necessità di cambiare in qualche modo il sistema economico perché la precarietà non distrugga ogni speranza di futuro. Ma aldilà delle parole di circostanza che possono esprimere politici, banchieri, religiosi ecc. le rivendicazioni di un nuovo welfare, di un reddito minimo, di un reddito garantito, perlomeno come primo passo per chi si ritrova momentaneamente senza reddito o con redditi troppo bassi per vivere (sempre tenendo in mente che ci si deve muovere in un’ottica di allargamento e di affermazione di un diritto e non di una concessione), di una garanzia di continuità di reddito sono oggi rivendicazioni che ricompongono sempre più il mondo del precariato, per sua natura atomizzato e disperso.
Il modello produttivo è cambiato profondamente, siamo passati dal modello fordista  dei grandi agglomerati industriali e dell’operaio massa a quello post-fordista della fabbrica diffusa e della piccola e piccolissima impresa, ma soprattutto del lavoro intellettuale, dei saperi, e comunque lavoro precario e sottopagato. Lo sfruttamento del capitalismo globalizzato sussume interamente la vita dei cittadini 24 ore al giorno e caratterizza l’economia post-fordista, configurando quindi nuovi soggetti lavorativi: lavoratori dell’intelletto, operatori della conoscenza, del terzo settore, o i nuovi paria dei call-center, i vagabondi da un impiego all’altro, i nomadi della precarietà, che già negli anni ’70 alcuni intellettuali marxisti eretici chiamarono “operaio sociale”. Oggi, per rinnovare il linguaggio, potremmo dire “Precario”,  perché il nuovo paradigma sociale e produttivo si basa sulla precarietà, una precarietà che non è solamente situazione lavorativa ma condizione esistenziale. In altre parole potremmo dire che siamo tutti precari! Anche le figure lavorative che si pensavano essere maggiormente garantite,  subiscono un pesante attacco alla loro stabilità lavorativa e ce lo dimostra la vicenda Marchionne con il ritorno della contrattazione separata, delle gabbie salariali, dei licenziamenti di massa…..) .
Come abbiamo avuto modo di vedere  Il tramonto della centralità dell’”operaio-massa” segna l’inizio di un nuovo paradigma produttivo in cui l’”operaio-sociale”, il “precario” diventa soggetto centrale dello sfruttamento capitalista e neo-liberista. 
Con tutte le critiche che si possono fare alla Cgil di ieri e di oggi, (soprattutto in questa ultima fase in cui la Camusso ha praticamente abbandonato la Fiom), c’è il merito invece di aver capito l’importanza della questione precaria e di star lavorando al fine di costituire una nuova consapevolezza precaria, con organizzazioni indipendenti che la Cgil poi sponsorizza in vari modi, come nel caso dei giovani di “Non più disposti a tutto” e le manifestazioni in tutta Italia per questo soggetto sociale ancora disunito e disorganizzato ma che sta muovendo i suoi primi passi come soggetto sociale collettivo. Molto ha contribuito a portare avanti questa discussione sul precariato: a partire dal lavoro della rete di San Precario, ben più profondo e radicato negli anni rispetto probabilmente ad ogni altra realtà, ma anche il lavoro compiuto dal circolo di Sinistra Ecologia Libertà del Leoncavallo, così come il lavoro che anche il Centro Sociale Leoncavallo stesso ha svolto da anni, come realtà politica autonoma, assieme ad altri centri sociali o luoghi e realtà con una storia politica molto simile. Il cartello delle realtà antagoniste del Nordest, che in larga parte appoggiano SEL ed hanno instaurato un fecondo rapporto con il nostro Nichi.
Nichi  Vendola ha più volte sottolineato l’importanza di questa battaglia, che afferma giustamente Nichi, non può però togliere diritti ai più anziani e darne un po’ di più ai più giovani come vorrebbero in Confindustria, alcune destre (e Ichino e qualcun altro nel Pd) ma per rivendicare un nuovo welfare  che risponda ai nuovi bisogni,  alle nuove lotte, al cambiamento di paradigma.
Se Sinistra Ecologia Libertà saprà rendere questa battaglia visibile e caratterizzarsi sia come parte attiva che lotta dentro ai movimenti, sia come “sponda istituzionale” per i movimenti sociali che si battono per un nuovo welfare e contro la precarietà (così come sulle mille altre tematiche portate avanti dalla società civile più illuminata, SEL deve acquisire quella capacità di essere dentro ai movimenti, in mezzo e insieme alle realtà e alle singolarità che lottano, portando poi queste istanze nel campo legislativo e facendo sì che si traducano in legge ), assolverà ad un compito essenziale, che nessuna forza politica ha svolto fin’ora con convinzione. SEL come progetto di ricostruzione di una nuova sinistra che sappia affrontare le sfide del XXI secolo, è stata l’unica forza politica a dare la giusta centralità alla lotta alla precarietà, facendosi interprete delle rivendicazioni nel mondo del precariato, soprattutto tra le figure del precariato intellettuale.
Le parole d’ordine/rivendicazioni con cui scardinare la cassaforte neo-liberista  devono essere quella di un nuovo welfare, inclusivo e adatto ai nuovi bisogni e il reddito di cittadinanza, che deve rimanere la rivendicazione comune a cui aspirare: la sicurezza sociale, la fine di ogni ricattabilità e di giochi al ribasso da parte degli imprenditori, il tempo e il denaro come beni da redistribuire….
Iniziamo con un “reddito di intermittenza” come dice Cristina Tajani parlando di Milano, per poi allargare , la sfera dei beneficiari della misura, fino a che ogni persona possa usufruire di un basic income (per arrivarci  ci sarà da battersi ancora a lungo) incondizionato. In ogni caso, è necessario che SEL si impegni con convinzione e determinazione per realizzare quella proposta che già da tempo il suo leader Nichi Vendola, ha anticipato, tra i primi in Italia, sul sussidio o comunque una forma di reddito per chi non ha più un lavoro.
Perché la crisi economico-finanziaria che ci sta investendo non provochi reazioni sbagliate, magari in senso xenofobo e di guerra tra poveri, l’allargamento e il potenziamento del welfare sembra diventare elemento sempre più essenziale. Per un nuovo welfare, per i beni comuni, per il reddito di intermittenza e per il reddito di cittadinanza. A Sinistra Ecologia Libertà spetta un compito assai importante e gravoso, ma che potrebbe aprire nuove prospettive per una nuova “comunarderia” del XXI secolo.
Paolo Gonzaga




venerdì 15 luglio 2011

Video della serata al LIGERA

Video per stasera al LIGERA.

Video sui Fratelli Musulmani (7 min. circa)


Video sul vero motore della protesta, il movimento "6 Aprile", laico e di sinistra.


Video integrale sul movimento "6 Aprile".

mercoledì 13 luglio 2011

Ultime notizie dall'EGITTO: 25 GENNAIO contro SCAF (Piazza Tahrir contro l'esercito)



La sempre ottima e proverbiale Paola Caridi, mi risparmia la fatica di spremermi, controllare mille fonti e mettere insieme, per poter fare chiarezza in poche righe, di una storia che sono sicuro quasi nessuno in Italia capisce o conosce più. Cosa sta succedendo alla Rivoluzione egiziana, perché ancora scontri in Piazza Tahrir e ancora un'occupazione massiccia e ad oltranza in Piazza Tahrir? Ce lo spiega in parole semplici e perfettamente riassuntive Paola, sul suo sito (da non perdere per chi segue il mondo arabo-islamico e il Medio-Oriente:  
Da http://invisiblearabs.com/
"Criptico il titolo, lo so. Significa che i giovani della rivoluzione egiziana hanno dato inizio al secondo tempo della rivolta contro il regime dei Mubarak. Lo scontro, stavolta, è contro il Consiglio Militare Supremo, il direttorio militare che aveva preso il potere l’11 febbraio scorso, convincendo Hosni Mubarak a cedere, a lasciare la presidenza e a volare a Sharm el Sheykh. Per mesi, abbiamo tutti assistito a questo braccio di ferro tra Piazza Tahrir (sinonimo di rivoluzione) e SCAF, la sigla con la quale si definisce il Consiglio Militare Supremo.  Un braccio di ferro in cui,  soprattutto all’inizio, è stato lo SCAF  a cedere alle richieste di Piazza Tahrir, quando Piazza Tahrir ha fatto le sue richieste.
Non è stato, però, tutto così lineare e piano, ovviamente. Il peso di quella che al Cairo si chiama controrivoluzione è cresciuto col tempo, suscitando i timori dei ragazzi di Tahrir e di tutti quei settori della popolazione egiziana che alla rivoluzione  hanno partecipato. Col trascorrere dei mesi, lo SCAF ha indurito le posizioni, dall’uso smodato dei tribunali militari alla mancata risposta sull’epurazione e sulla necessità di giudicare – in fretta – i responsabili delle vittime della rivoluzione del 25 gennaio. Se i due figli di Hosni Mubarak sono in carcere, se alcuni dei ministri del regime sono già stati condannati (anche in absentia), è altrettanto vero che il vecchio Faraone non è stato toccato, e rimane a Sharm el Sheykh, nel confortevole ospedale internazionale. Così come è rimasta dov’era la burocrazia della sicurezza, responsabile di quello che la popolazione egiziana ha subito negli scorsi decenni.
Negli scorsi giorni, c’è stato un cambiamento, da parte della Piazza. Non più sconti al Consiglio Militare Supremo, ma un confronto vero. E la richiesta di dimissioni del premier, Essam Sharaf, che pure era stato imposto dai ragazzi di Tahrir. I ‘rivoluzionari’  non sono stati per niente convinti dal discorso televisivo di Sharaf, e hanno anzi chiesto che venga sostituito con Mohamed  el Baradei. Una vera e propria sfida, alla quale lo SCAF ha prima reagito con violenza verbale, per poi ammorbidire di molto i toni, dopo che la coalizione della gioventù (espressione di Piazza Tahrir) non aveva indietreggiato dalle sue posizioni.
E’ il momento cruciale, per la rivoluzione egiziana. Ora sì. Non mi piacciono i paragoni, compreso quello col 1952, in cui il rovesciamento della monarchia è avvenuto in due tranche, a gennaio e a luglio. E’ però oggettivo che le rivoluzioni, in Egitto, abbiano bisogno di mesi per ribilanciare i pesi delle  istituzioni (sembra contradditorio, visto che si parla di rivoluzione, ma così è…). Tanto è evidente che il momento è cruciale, che persino i Fratelli Musulmani, che avevano in sostanza sposato la stabilità e lo SCAF, hanno dovuto cedere alle pressioni del proprio elettorato e aderire alla manifestazione di  venerdì scorso, proprio sulla necessità di una giustizia rapida. Cosa significa? Significa che la spinta di Piazza Tahrir non è finita. E che i ragazzi stanno dimostrando anche ora di essere molto meno naive di quanto possa apparire. Ciò non vuol dire, certo, che vinceranno la partita. Ma ci sono buone possibilità che per gli altri, invece, non sia per nulla semplice soffocare la più bella rivoluzione degli ultimi anni."
Così' ci racconta la nostra Paola, ed é perfettamente così, in una situazione molto fluida,  non si sarebbe potuto riassumere meglio ciò che accade. Ho omesso del suo articolo solo la parte riguardante la visita di Bersani in Piazza Tahrir ai giovani manifestanti, alcuni dei quali gli hanno augurato di diventare Presidente del Consiglio, evidentemente non è quello che interessa a noi ora. (Poi sicuramente ci auguriamo che non sia più Berlusconi il Presidente del Consiglio, né nessuno di questa destra infame, ma spero che sia Vendola più che Bersani!). 
Anche di questo ci occuperemo Venerdì 15 Luglio alle h.21.00 alla presentazione del mio libro alla Ligera, in Via Padova 133.

martedì 12 luglio 2011

Venerdì 15 al Ligera: Presentazione libro "Islam e democrazia - I Fratelli Musulmani in Egitto""






































Questo nuovo libro sulla rivoluzione egiziana, con prefazione di Franco Cardini, é uno dei primi ad uscire su questo importante argomento. Innescata in qualche modo dalla vicina rivolta tunisina, quella egiziana è forse la più importante e quella che ha poi dato il via alle altre rivolte della "primavera araba": l'Egitto, nel bene e nel male é sempre stato centrale per tutta l'area, anello di congiunzione fra "Maghreb" e "Mashrek", tra Nord-Africa e Medio-Oriente. In questo testo si  tratta la rivolta egiziana e si studia in modo particolare il movimento islamista dei “Fratelli Musulmani”, in quanto unica organizzazione politica strutturata e realmente radicata a livello popolare, e nei vari settori della società civile egiziana. Da uomo di sinistra quale sono io, cerco di analizzare le motivazioni del successo di questa organizzazione, e perciò la sua evoluzione storica e ideologica, il ruolo giocato nella “rivoluzione” e quello odierno post rivoluzione. In questo si incrociano le pagine sui movimenti laici e di sinistra che furono il cervello e il cuore della rivoluzione egiziana, e ciò che il lettore potrà scoprire, è che aldilà della retorica dei mass-media ufficiale, esiste una generazione di giovani “ribelli” dei Fratelli Musulmani,  che ha disobbedito alla dirigenza e si è alleata con i giovani laici del movimento “6 Aprile”, ( che raccoglie tendenze marxiste, liberali, socialiste o più semplicemente democratiche)creando le premesse per un movimento che cambiasse lo stato delle cose presenti
I primi contatti tra i giovani blogger laici e di sinistra e i giovani blogger religiosi della Fratellanza, avvennero tramite il carcere, dove ebbero modo di conoscersi grazie alla spietata repressione del regime di Mubarak verso chiunque non obbedisse al regime o osasse criticarlo, e di comprendere che le differenze che li separavano erano ben meno di quel che credessero, mentre i punti che li univano erano molti di più di quel che avessero mai pensato. Credo sia questo uno dei passaggi chiave che hanno portato ad una rivolta di popolo, che prima di tutto è stata una rivolta generazionale in un paese dove circa il 70% è costituito da giovani sotto i 30 anni.
Il movimento laico del “6 Aprile” nacque sull’onda della partecipazione e condivisione nelle lotte operaie del distretto industriale di Mahalla (e il 6 Aprile è la data della prima giornata di lotta condivisa tra studenti, giovani, spesso dell’alta borghesia,  e gli operai) e fu poi il motore della rivoluzione, in un’inedita alleanza tra giovani dei Fratelli Musulmani e giovani laici. In questo libro troverete come si erano già create le premesse per la rivoluzione con l’esperienza di “Kifaya”, (Ya basta/Ora basta), il primo cartello di opposizione ufficiale al regime di Mubarak, creato nel 2005 tra il rappresentante dell’ala moderata e pragmatica dei Fratelli Musulmani, Dr. Abu al Futtuh, il famoso intellettuale cristiano George Ishaak, alcuni rappresentanti dell’intellighenzia di sinistra, scrittori come ‘Ala al Aswani, e di come la saldatura successiva tra le differenti tendenze politiche contrarie al regime di Mubarak abbiano creato le premesse per la rivoluzione egiziana del 2011.
I Fratelli Musulmani, che per anni hanno costituito l’alibi per il potere di Mubarak, il quale continuava a sopravvivere in funzione di garante del sistema di alleanze internazionali filo-Usa, e di presunto baluardo contro un ipotetico integralismo islamico, spesso identificato proprio con i Fratelli Musulmani, arrivarono in ritardo sulla rivolta. Inizialmente i Fratelli Musulmani erano contrari perché il loro stile conservatore, la loro attitudine al compromesso (tipica delle vecchie generazioni e del gruppo dirigente del movimento),  gli impedivano di gettarsi in una rivolta dagli esiti ancora imprevedibili. Se furono coinvolti fu solo perché i giovani del movimento si erano gettati a capofitto nella ribellione al regime di Mubarak. 
Per cui si tratta di un libro sulla rivoluzione egiziana e sulle sue dinamiche, sul movimento dei Fratelli Musulmani con cui bisognerà fare i conti in ogni caso nel post rivoluzione, essendo come abbiamo detto l’unica organizzazione di massa, popolare, ben radicata all’interno della società egiziana (oltre che divisa in diverse anime). Da qui la necessaria narrazione su chi sono i Fratelli Musulmani oggi, come sono nati, su quale ideologia poggiano e come potrebbe essere un futuro Egitto in cui questo movimento, vedremo se dall’opposizione o dal governo, avrà inevitabilmente un ruolo centrale. E sempre da qui, l’analisi sulle varie anime che danno vita all’organizzazione islamista,  le profonde differenze che attraversano un movimento che è rimasto compatto probabilmente solo per la repressione subita che li ha costretti a fare “blocco unico”, ma che in realtà cela ben maggiori differenze di quelle che vogliano mostrare o che un lettore medio possa pensare.  Ora con la decisamente maggiore libertà di espressione presente nella società egiziana, in attesa delle prime elezioni democratiche, stanno fiorendo un gran numero di partiti e partitini. I Fratelli Musulmani hanno già formato il loro partito politico, “Hurriya wa ‘Adala” (Libertà e Giustizia) che subirà la concorrenza però sia di altre formazioni di matrice islamica, come i puristi e letteralisti salafiti, molti dei quali appartenenti alle famose “jamaat islamiyya”, (Gruppi islamici), i moderati ex-Fratelli Musulmani del “Wasat” (Centro),  o i mistici sufi che si stanno anche loro radunando in partiti politici, sia delle rinvigorite nuove formazioni laiche e di sinistra, come il Partito Comunista tradizionale, o il “Tajammu’”, di tendenza trotzkista, o i nuovi partiti che i giovani protagonisti della rivoluzione stanno formando, con la loro inesperienza ma anche con la loro enorme passione politica ed il loro enorme coraggio e pragmatismo che hanno permesso alla rivoluzione di vincere e abbattere il tiranno Mubarak. Certo ancora la strada per la realizzazione di una piena democrazia è ancora lontana, ma i segnali sono tanti, gli egiziani si sentono per la prima volta da decenni, padroni del loro destino e liberi di manifestare le proprie opinioni. In questi ultimi tempi però una sorta di "contro-rivoluzione" silenziosa ha agito contro il successo completo della rivoluzione, e la gente, il popolo egiziano sta tornando in piazza e ritorniamo a vedere la ormai nota Piazza Tahrir, la piazza della liberazione, gremita di giovani, donne e uomini, che richiedono la velocizzazione dei processi ai criminali del governo di Mubarak, la fine del ruolo di "reggenza temporanea" (quanto temporanea?) da parte dei militari, che come era facile immaginare non avrebbero lasciato il potere così facilmente, il rilascio dei prigionieri politici, arrestati anche dopo la rivolta che ha cacciato l'ex dittatore Mubarak, una nuova Costituzione democratica, scritta congiuntamente da tutti i gruppi che hanno partecipato alla rivoluzione, prima delle elezioni previste per Settembre e altre rivendicazioni. Di tutto questo tratta il libro, proveremo a parlarne insieme Venerdì sera alla Ligera, in un incontro in cui cercheremo di comprendere meglio e più da vicino tutte queste dinamiche.  
Il libro può essere trovato nelle maggiori librerie o, acquistato durante le presentazioni oppure ordinato a me stesso. Per averne una copia o organizzare una presentazione, scrivere a: paologonzaga70@gmail.com
Paolo Gonzaga