venerdì 16 settembre 2011

SULLA SINISTRA EGIZIANA GIOVANILE


Come promesso, riportiamo gli articoli che Paolo Gonzaga, uno degli autori principali di questo blog collettivo, sta pubblicando sul suo nuovo blog personale:

http://paologonzaga.wordpress.com/




Unione Giovani Socialisti 

Egiziani: i primi due comunicati  ufficiali


Voglio cominciare, parlando di sinistra in Egitto, da quella che é una delle novità più dirompenti sulla scena egiziana: i giovani della sinistra militante, ragazzi e ragazze attivi nei partiti o comunque nell’area della sinistra egiziana, che fanno attività studentesca, sindacale, di lavoro politico, sociale, culturale, e di opposizione alle logiche neo-liberiste di cui l’Egitto di Mubarak è stato un laboratorio mondiale. (anche se per rendere più comprensibile il quadro, accennerò anche a quelle che sono le formazioni principali della sinistra egiziana attuale) Questi ragazzi e ragazze si sono riuniti sotto la sigla “Unione dei Giovani Socialisti Egiziani” e sono stati i protagonisti della rivoluzione, anche se non sono in tanti a saperlo. Infatti i telegiornali di tutto il mondo erano troppo occupati a parlare di “rivoluzione di facebook”, per rendersi conto del sudore e del sangue versato da centinaia di egiziani di ogni classe sociale, ma in gran parte del proletariato urbano, perché se poi gli slogan sono diventati via via con il crescere ella rivoluzione più incentrati su democrazia e diritti, all’inizio si parlava più di pane e di rivendicazioni economiche e le basi della rivolta covavano da tempo nei distretti industriali attorno al Cairo, dove un operaio guadagna 700 lire egiziane al mese, cioè circa 90 euro al mese, e dove ancora oggi si sta lottando per portare questo che é il salario minimo a 1.200 lire egiziane, circa 140 euro. Invece tutti noi, grazie ai mass-media mondiali, conosciamo il “Movimento 6 Aprile”, che diede il via alla rivolta, e a cui bisogna comunque essere grati per il coraggio, la determinazione, la testardaggine e la preparazione con cui sono riusciti a far sollevare un popolo (movimento di cui parlo ampiamente nel mio libro sulla rivoluzione egiziana “Islam e democrazia – i Fratelli Musulmani in Egitto”) . La rivoluzione ebbe inizio infatti con la manifestazione che il “Movimento 6 Aprile”- composto da molti blogger e da giovani di ogni credo politico, quasi sempre laico, spesso semplicemente “democratici” – organizzava ogni anno in occasione della “Festa della Polizia” , una contro-manifestazione in sostanza, per denunciare le torture e gli arbitrii polizieschi. – Mi hanno personalmente confermato alcuni attivisti con ruoli di responsabilità nel gruppo, che con la manifestazione del 25 Gennaio di quest’anno ebbero un successo inaspettato, ma molti di noi non sanno che tra questi primi rivoluzionari, c’erano i giovani della sinistra, i giovani dell’”Unione Giovani Socialisti Egiziani”. Ancora non erano nati come sigla giovanile, e operavano in gruppi legati ai partiti e a movimenti della sinistra, nel Tajammu’ , nei giovani dei socialisti rivoluzionari, nei movimenti studenteschi e molto spesso in collaborazione con i giovani del “6 Aprile”. Molti non sanno che, quella saldatura sociale vincente tra studenti ed operai fu ciò che portò alla rivoluzione e che continua ancora oggi perché la rivoluzione non si é ancora realizzata appieno. La saldatura che portò a interagire e a far lavorare insieme, sin dal 2006 con i primi grossi scioperi operai ,giovani studenti, giovani disoccupati, giovani precari, e movimento operaio – in particolare inizialmente nel distretto industriale di Mahalla, ma poi presso tutte le città industriali che circondano Il Cairo e non solo, e a Suez. Oggi a Suez gli operai, ormai consapevoli dei propri diritti e finalmente liberi di formare sindacati indipendenti, diritti ottenuti dopo la rivoluzione, sono perennemente in lotta, issano degli striscioni con scritto “Gli operai hanno sempre ragione,  non il cliente”. La lotta per l’aumento del salario minimo si é fatta ancor più intensa. E’ quindi importante sottolineare il merito dei giovani socialisti e di sinistra che furono i primi, assieme al “Movimento 6  Aprile”, ad intraprendere questa strada che poi portò alla cacciata di Mubarak. Oggi i Giovani Socialisti lavorano assieme ai nuovi sindacalisti eletti liberamente ed entusiasti, decisi a fare al meglio il loro lavoro e arrabbiati perché dal punto di vista sociale ed economico gli egiziani stanno sempre peggio, la povertà aumenta e l’Egitto ha bisogno di un rapido e reale cambiamento. I giovani socialisti, comunisti, socialisti, della sinistra in generale, sono tanti, attivi, entusiasti e soprattutto, come vedremo dal primo comunicato, che ho l’onore di aver tradotto per loro, (così come il secondo), non hanno nessuna intenzione di lasciarsi indebolire dalle solite liti che avvengono nei e tra i partiti della sinistra. Infatti il principale, più antico e storico partito della sinistra Egiziana, “Al Tajammu’ al Taqaddumi”, “Il Raggruppamento Progressista”, chiamato da sempre e da tutti semplicemente “Tajammu’” (Raggruppamento”), la cui antica sede in centro del Cairo ho visitato più volte, e in cui fa bella mostra  una foto di Che Guevara assieme ai dirigenti egiziani del partito degli anni ’70, ha subito recentemente una scissione da cui é nato un nuovo partito che si chiama “Alleanza Popolare Socialista”. Poi c’è il piccolo “Partito Comunista Egiziano”, poi il “Partito Socialista Rivoluzionario” e sono in via di formazione altri partiti di sinistra. Ebbene, i giovani della sinistra hanno by-passato tutti questi partiti in cui la stragrande maggioranza di loro milita,  raggruppandosi in un’unione giovanile che gli permette, mantenendo la propria identità, di agire collettivamente aldilà degli interessi immediati delle varie nomenklature di partito. Questo lo vediamo con il primo Comunicato che hanno pubblicato sulla loro pagina facebook: http://www.facebook.com/notes/union-of-egyptian-socialist-youth/primo-comunicato-la-nostra-unione-%C3%A8-una-missione-rivoluzionaria-e-patriottica/259988260688953
Unione Giovani Socialisti Egiziani (Ittihad al Shabaab al Ishtirakii)
Comunicato di fondazione dell’Unione (16 Marzo 2011)
 Bayyan al Awwal…….: Primo Comunicato: La nostra unione è una missione rivoluzionaria e patriottica
Alla luce della marea rivoluzionaria che sta spazzando la regione araba, che scaccia giorno dopo giorno, un sistema dittatoriale dopo l’altro, per aprire le porte della libertà ai popoli oppressi del Terzo Mondo, ci troviamo, noi giovani del movimento della sinistra egiziana,  davanti ad una responsabilità storica che mira a far tornare il movimento al suo posto naturale, nel cuore delle masse egiziane, lontano dal leaderismo elitario dei partiti tradizionali della sinistra esistenti, che hanno portato con loro, chi vuole incatenare il movimento dei giovani in questi partiti.
Noi annunciamo il nostro inizio con la fondazione dell’ “Unione Giovani Socialisti Egiziani” e affermiamo l’importanza di questo passo, nei confronti della Contro-rivoluzione. Mentre siamo pronti ad affrontare qualunque assalto alla Rivoluzione del popolo egiziano -nel cui cuore, nel cuore ci sono i giovani, il 25 Gennaio –  da parte dei residuati del partito di Mubarak, e dei delinquenti della Sicurezza Nazionale, ora sciolta, in aggiunta a degli uomini d’affari che compiono ogni sforzo per mantenere un sistema che realizza i loro interessi di classe, e sono pronti a cooperare con i residuati della Sicurezza di Stato, per compiere qualsiasi cosa pur di mantenere il sistema che gli permette di mantenere queste differenze enormi con i poveri, e non accetterebbero mai altro che un sistema che favorisca loro.
Questa è in aggiunta alle forze oscure che hanno iniziato a muoversi in forma più organizzata nel tentativo di rafforzare il loro controllo sulla strada egiziana, approfittando del denaro, dei canali satellitari e dei sentimenti religiosi, diffusi presso tutto il nostro popolo egiziano.
Nonostante tutto questo, nonostante i grandi cambiamenti rivoluzionari che avvengono in Egitto in questo istante, noi notiamo con tristezza, un eccesso di frammentazione. La sinistra si è divisa sui due livelli: organizzativo e politico, e si è notata l’assenza di una visione strategica per l’unione delle forze della sinistra, sia a livello organizzativo che teorico, oltre all’accettazione di numerosi dirigenti politici dello stato di fatto, di gente che adora la scuola dell’ opportunismo politico, che ha già ucciso l’intera organizzazione giovanile negandole il diritto un certo numero di voti aggiuntivi nel Comitato Centrale, come è accaduto in uno dei partiti della sinistra.
Partendo da questo, abbiamo compreso, e siamo una parte dei giovani della più ampia corrente della sinistra, che abbiamo l’opportunità, con la fase attuale, di aprire un’ampia prospettiva per sviluppare un progetto giovanile di sinistra, lontano dalla tutela dei partiti e delle organizzazioni tradizionali, i cui dirigenti hanno portato all’incatenamento del movimento giovanile, come anche ci hanno portati a lottare in isole separate lontane l’una dall’altra. E che ciò sia avvenuto per divergenze personali o per errori organizzativi, la colpa non è comunque nostra.
E ancora questi dirigenti, nonostante la rivoluzione del 25 Gennaio sia stata accesa dai giovani, persevera a voler esercitare la sua tutela sui giovani della sinistra, nei suoi partiti e nelle sue rigide organizzazioni, e persevera a non voler lasciare alcuno spazio agli elementi e ai quadri giovanili di guidare o nemmeno partecipare alla dirigenza di questi partiti e organizzazioni. Noi perciò, persuasi dell’incapacità di questi partiti di esprimere i nostri sogni, e ambizioni, noi giovani della sinistra d’Egitto, per nostro senso di responsabilità  verso la nostra patria e verso la nostra area politica e la nostra convinzione nel ruolo che deve svolgere la sinistra presso il popolo egiziano in questo periodo, che è un ruolo che non può essere svolto attraverso i metodi tradizionali di questi partiti e di questi dirigenti; noi siamo certi che la fondazione di una unione dei giovani in cui si uniscono tutte le forze della sinistra, lontani dalla tutela delle leadership di questi partiti – con il diritto di ogni compagno/a a mantenere la propria appartenenza di partito o organizzazione – sia divenuta una missione rivoluzionaria e patriottica
Unione Giovani Socialisti Egiziani
Da questo primo comunicato possiamo facilmente percepire la determinazione di questi giovani, che sono gli unici a vivere nei quartieri popolari e a svolgervi attività politica, oltre agli islamisti. Perciò se non vogliamo un Egitto islamico stile Arabia Saudita o simili, vista anche la tendenza ultra-reazionaria presa recentemente dalla principale forza politica del paese, i Fratelli Musulmani,recentemente divenuti alleati dei “salafiti”, che nel loro estremismo e fanatismo proclamano apertamente il loro disprezzo per la democrazia, dovremmo trovare il modo per esprimere almeno la nostra solidarietà a questi/e giovani/e che sognano un altro Egitto, un Egitto rivoluzionario, che stando al loro secondo comunicato, a me piace molto:
COMUNICATO 9/9  IL POPOLO HA DECISO LA CADUTA DEL REGIME
Sono passati sette mesi dalla vittoria della prima ondata della rivoluzione, con la destituzione della capo del regime, Hosni Mubarak,  e la rivoluzione non ha ancora raggiunto i suoi obiettivi; gli obiettivi per cui si è scesi in piazza, e per cui è stato versato il sangue dei nostri martiri e dei nostri compagni, che hanno lottato per realizzarli. Anzi, al contrario, la Contro-rivoluzione ha riorganizzato le sue fila in tutto questo periodo; periodo nel quale le forze islamiste e il Consiglio Militare hanno giocato un ruolo di diffamazione delle forze rivoluzionarie, di quelle forze che vedono chiaramente che la rivoluzione non è finita e non finirà sino a quando saranno realizzati i suoi obiettivi. Il sistema è ancora lo stesso dell’epoca di Mubarak, ancora al servizio della classe capitalista che succhia il sangue dei nostri poveri, rimangono miliardi di dollari a favore dei ricchi, mentre viene diminuito il supporto ai poveri, e non pagano i salari e per le pensioni mentre le libertà personali sono ancora falcidiate dai tribunali militari. Noi, dell’”Unione dei Giovani Socialisti” consideriamo il Consiglio Militare e il governo civile di Essam Sharaf, come una continuazione del regime di Mubarak, e sottolineiamo la necessità di radunarci tutti sotto lo slogan della rivoluzione “Il popolo vuole la caduta del regime”, confermando che noi abbiamo deciso davvero la caduta di questo regime con tutti i suoi simboli, di tutti quelli che vi hanno aderito socialmente, economicamente e politicamente.
Sottolineiamo che noi non accetteremo una mezza rivoluzione che non dà ai poveri egiziani i diritti che gli spettano, diritti sociali, economici e politici, che non garantisce l’equa distribuzione della ricchezza, che non garantisce una vera democrazia nel suo disagio sociale, e non accettiamo  nemmeno una democrazia ridotta al solo responso dell’urna elettorale. Non accetteremo una rivoluzione che non difende nella sua Costituzione le classi sociali popolari e che non offre possibilità di lavoro ai suoi giovani, che non garantisce l’indipendenza del suo potere giudiziario, non accetteremo una rivoluzione che impone una legge elettorale deforme che non consente agli egiziani all’estero il diritto al voto. Non accetteremo una rivoluzione che spedisce i rivoluzionari davanti alle Corti Militari e i criminali comuni alle Corti Civili. Continueremo nella nostra rivoluzione fino alla vittoria, cioè alla realizzazione completa degli obiettivi della rivoluzione.
Piazza Tahrir 9 Settembre
0128240175 – 0100913190 – 0123535994
http://www.facebook.com/egy.socialist.youth
Questo comunicato non é ancora stato pubblicato perché ho appena inviato la traduzione ai responsabili dell’organizzazione.
Trovo  che la determinazione a perseguire gli obiettivi della rivoluzione da parte di questi giovani sia meravigliosa, penso alla minaccia islamista che devono affrontare, partendo già sfavoriti in un paese estremamente religioso e dove la propaganda dei gruppi islamisti é continua, 24 su 24, avendo, oltre ad un fortissimo migliaia di moschee che gli fungono da palco politico.
Fine prima parte

by paologonzaga on settembre 13, 2011


giovedì 8 settembre 2011

Questo blog detesta  da sempre Berlusconi & la sua cricca, e si ritrova molto invece, nelle posizioni della maggiore speranza per la sinistra italiana, Nichi Vendola e il progetto/partito Sinistra Ecologia Libertà, che sempre più sta dotandosi di una classe dirigente  di gran valore, di centinaia di migliaia di militanti, e che ora organizza una giornata nazionale per la fine del governo Berlusconi, per il taglio delle spese militari, per un welfare più ampio e che copra tutti, precari e non garantiti per primi, contro la macelleria sociale del governo Berlusconi e la sua manovra di classe.....il 1 Ottobre tutti a Roma per la prima manifestazione nazionale lanciata da SEL!
da :http://www.sinistraecologialiberta.it



Ora tocca noi, tutt@ in piazza il 1 ottobre

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L’abbiamo detto, l’abbiamo scritto molte volte: c’è un paese migliore, un’Italia che non si riconosce nei colpi di coda di questo regime e neppure nelle esitazioni di un’opposizione parlamentare che balbetta invece di dire, che esita invece di fare. C’è un paese migliore che non rassomiglia alla cartolina slabbrata e malinconica che Berlusconi propone ogni giorno dell’Italia.
Un paese che ha conosciuto i giorni felici di lotta per i referendum, che è sceso in piazza per difendere il diritto di dire dei giornalisti, le ragioni dei lavoratori, l’autonomia dei magistrati, la rabbia legittima dei precari, la dignità e il sapere degli studenti e dei loro insegnanti. Un paese che vuole costruire adesso un’alternativa di governo e di futuro, che non intende attendere rassegnato il corso delle cose. A quest’Italia vogliamo dare voce e fiato, il coraggio delle parole smarrite, la fermezza dei principi irrinunciabili. Adesso tocca a noi: e mai come adesso questa parola – “noi” – dev’essere l’impegno per una mobilitazione collettiva, vasta, popolare che vada ben oltre gli iscritti e i militanti del nostro partito.
La manifestazione che Sinistra Ecologia e Libertà convoca il primo ottobre a Roma, a piazza Navona, non sarà una liturgia ma un’occasione per far sentire la voce di un paese che non si è mai piegato al corso delle cose. Non si tratta solo di archiviare Berlusconi ma di rimettere in campo una filiera di pensieri lunghi, di proposte politiche, di valori alti che aprano una nuova stagione civile e morale per l’Italia. Dalla crisi si esce ricostruendo una pratica della politica che sappia redistribuire risorse, opportunità, diritti e doveri. Per questo vi chiediamo di esserci, di partecipare, di dare il vostro contributo per fare del primo ottobre una data d’inizio, il principio di un nuovo tempo della politica e della nostra vita.
Claudio Fava

domenica 28 agosto 2011

Un post di Paolo Gonzaga, autore dell'appena uscito "Islam e democrazia - I Fratelli Musulmani in Egitto", ci riporta le sue impressioni più recenti....

Presto comincerò il tour vero e proprio delle presentazioni del libro e non vedo l'ora di raccontare alcune cose che ho visto in Egitto e come l'Egitto stia cambiando da dopo la rivoluzione. Questa estate é stato anche un momento di forte rottura fra le componenti laiche e di sinistra, e le forze islamiste, sulla laicità dello Stato. Il tutto risale o esplode e si manifesta una spaccatura che almeno tra gli "adulti" c'è sempre stata, mentre tra i giovani non c'è, ad una manifestazione che, ironia della sorte, si chiamava dell'"Unità".


E ULTIME DALL’EGITTO, EVOLUZIONI DELLA RIVOLUZIONE EGIZIANA
Nel mondo arabo sono ancora giorni di fermento e di rivoluzioni, in parte ancora in qualche modo incompiute ed in qualche modo ancora in atto. Infatti in ogni paese, dall’Egitto alla Siria, le rivolte popolari stanno prendendo forme diverse. In Siria, il tiranno Assad sta massacrando il suo popolo, cittadini perlopiù inermi, che dimostrano un coraggio ammirevole, sfidando la morte ogni volta che escono per strada. Ci auguriamo che questo dittatore sanguinario lasci spazio alla democrazia e all’anelito di libertà che soffia sempre più forte anche in Siria.
In Libia dove si è svolto comunque qualcosa di diverso rispetto alla cosiddetta “Primavera araba”, il regime di Gheddafi è caduto, in Yemen, in Bahrein….la rabbia popolare si propaga in Nord Africa e in Medio Oriente, a tratti sembra spegnersi di una parte, ma si riaccende da un’altra. Regimi che sembravano inamovibili, vengono abbattuti da popolazioni determinate al punto di morire per abbattere le dittature che da decenni soffocano i paesi arabi.
Bene, non voglio analizzare qui le rivoluzioni arabe, e nemmeno quella su cui mi sono specializzato, cioè la rivoluzione egiziana, perché sarebbe troppo lungo per un articolo. In parte l’ho fatto con il mio libro “Islam e democrazia- I Fratelli Musulmani in Egitto”[1], in parte mi propongo di continuare a farlo nei prossimi giorni attraverso lo studio del materiale raccolto, delle interviste e incontri fatti in questo periodo a Port Said e ad Il Cairo.
Mi interessa però parlare di politica e religione, poiché in questi giorni in Egitto sono gli argomenti più dibattuti. L’Egitto, sta vivendo a mio avviso uno dei suoi momenti più belli, dove l’entusiasmo per la rivoluzione ha fatto rinascere la voglia di discutere, di manifestare liberamente il proprio pensiero e dove, in definitiva, si assiste ad una rinascita culturale vera e propria. In questo continuo dibattere, dai dintorni di Piazza Tahrir, ai budelli  di “wast el balad”, il centro città decaduto e operaio, tra una ferramenta ed un panino di ful o di koshari con meccanici e operai, ai vicoli sterrati di Bulak Dakrur tra gli appena arrivati dal poverissimo sud Egitto, ad uno dei quartieri popolari dove più illegalità si concentrano come  Dar as-Salaam, tra un’officina dove fabbricano armi “fatte in casa” in vendita al miglior offerente, alle case di lamiera o di pietra di Manshiyyat en-Nasr,  centro di smistamento di droghe, o in mezzo alle tombe abitate da 2 milioni di cairoti dalle origini più varie e dai mestieri più vari, per arrivare ai vari Caffé Greco o Ritz Cafè, storici rifugi dell’intellighentsia di sinistra, i discorsi sul rapporto tra religione e politica sono gli argomenti piu’ discussi e dibattuti, ad ogni livello sociale, e il rapporto tra di esse sembra essere più conflittuale di prima.[2]
Forse prima del 29 Luglio il tema del rapporto tra religione e politica non era stato affrontato ancora con l’asprezza che invece ha preso dopo la manifestazione del  venerdì 29 Luglio. La manifestazione che si chiamava “Giorno dell’Unità” e che tutto portò fuorché unità. Infatti i movimenti “salafiti”[3] e dell’”islam politico”, con parte dell’area più conservatrice dei “Fratelli Musulmani” vollero farne una prova di forza[4] e  non rispettando i patti presi con le altre formazioni, trasformarono la manifestazione in un happening islamista.
Da quel giorno questa tematica è tornata ad essere centrale nei dibattiti politici, massmediatici e tra la popolazione. E dopo quel giorno hanno cominciato a delinearsi i primi due grossi schieramenti che probabilmente si affronteranno alle elezioni parlamentari. Infatti dopo un’unità di facciata durata fino a poco fa,  per ora si stanno formando due coalizioni principali: “Il Blocco Egiziano”, che comprende formazioni laiche, gruppi e partiti della sinistra e gruppi e partiti liberali e l’ “Alleanza democratica per l’Egitto” in cui si sono aggregati  i “Fratelli Musulmani”, la galassia di partiti di ispirazione islamica, la destra liberista, capitalista e moralista del Wafd ed i “salafiti”, a partire da quello che appare come il maggiore di essi, l’“Hizb an-Nur” (Il Partito della Luce) .
Infatti quel venerdì, gli egiziani avrebbero dovuto manifestare tutti insieme l’unità del popolo egiziano, e celebrare la rivoluzione. Poiché le componenti erano davvero tantissime, e andavano dal “Partito Comunista Egiziano”, e dalla sinistra storica del “Tajammu’”, ai liberali di destra del “Wafd”, ai giovani che avevano guidato la rivoluzione: i laici del “6 Aprile” e movimenti fuoriusciti dal 6 Aprile, come l’Alleanza del 25 Gennaio e tanti altri, i giovani socialisti di varie tendenze, i giovani comunisti,  leninisti o trotzkisti, i giovani dei Fratelli Musulmani…. E poi ancora, gli intellettuali di “Kifaya” (“Ora basta” primo nucleo di rivoluzionari di ogni tendenza, composto da famosi intellettuali e formatosi nel 2005), i “Fratelli Musulmani” e il loro nuovo partito “Hurriya wa ‘Adala” ( Libertà e Giustizia), i partiti più recenti come quello dello studioso ‘Amru Hamzawy, il partito dei “sufi”, l’ala mistica dell’islam (di cui una parte ha appunto deciso di fare un partito) fino ai “salafiti”, i radicali letteralisti.
I “salafiti” però alla rivoluzione si erano opposti in nome di uno dei tanti detti del Profeta*, (a volte contrastanti tra loro, a volte con una catena di narrazione debole, e quindi in certe occasioni chiaramente manipolati), che in questo caso dice:  ”Meglio il sovrano ingiusto della “fitna” (confusione, anarchia etc.). Ma appena i loro leader e  ’ulema, videro che la rivoluzione stava avendo pieno successo, passarono con gran disinvoltura sul carro del vincitore, sostenendo che inizialmente pensavano che sarebbe stata solo “fitna”….e quando avevano realizzato che invece era una cosa seria, allora scelsero di passare con i vincitori, ricordando il detto del Profeta * che rammenta come “il migliore tra gli uomini é colui che si oppone al sovrano ingiusto” e sostenendo tante altre cose sulla necessità di liberarsi dei dittatori corrotti, dediti al vizio invece che all’islam ecc. ecc., e anche grazie all’entusiasmo dei momenti vittoriosi della rivolta, furono accolti tra le fila dei vincitori, senza che ci si pensasse troppo sopra, anche perché sembravano essere davvero pochi e innocui.  Ad avviso di chi scrive questo fu un grande errore della Rivoluzione, come fu un errore enorme purtroppo, non aver preteso sin da subito, senza lasciare Tahrir, una “Commissione per la nuova Costituzione”. Commissione che avrebbe dovuto riunire e rappresentare tutte le forze che avevano preso parte alla Rivoluzione, e che avrebbe dovuto essere formata allo scopo primo di redarre una nuova Costituzione. Una nuova Costituzione che tenesse conto delle sensibilità di tutti, perché in piazza gli islamisti non erano la maggioranza, anzi, ed ora però vorrebbero scriversela da soli la Costituzione, dopo le elezioni in cui prevedono di fare il pieno. I rivoluzionari laici con cui ho parlato mi hanno confermato questa visione, il famoso scrittore ‘Ala al Aswani ha scritto un pezzo molto bello su quello che é il principale quotidiano egiziano, “Al Masry al Youm”, ma purtroppo non era facile tenere la gente in piazza, soprattutto dopo la fine di Muabarak….In molti ci hanno provato, ma sono stati spazzati via dall’Esercito, chiamato dai negozianti della Piazza Tahrir, preoccupati per gli affari, e dai Fratelli Musulmani, che cominciarono ad insultare chi pretendeva di stare in piazza ancora, soprattutto famiglie dei morti durante la rivoluzione e attivisti di sinistra.
Accadde quindi così, che anche i “salafiti” presero parte all’organizzazione della manifestazione per l’Unità nazionale,  e come riportato sopra, ormai accettati tra le fila della politica, legittimati, nonostante l’uso strumentale della democrazia. Infatti questi gruppi hanno sempre denigrato il concetto stesso di “democrazia” quale sistema creato dall’uomo e non da Allah, hanno sempre creduto nella sola applicazione della shari’ah, e usato la democrazia, mai concepita come un valore, ma distorta per tentare di prendere il potere e imporre ciò che loro credono sia la legge di Allah: il Corano ridotto a codice penale, il Corano come un qualcosa di a-storico nella sua interezza, il Corano che regola la vita pubblica come fossimo nel 620 d.C e non nel  2011 d.C. (oltre alla non considerazione che nell’islam non esiste un clero. Elemento che il fondatore dei Fratelli Musulmani stesso, lo sheykh Hassan Al Banna usava ricordare, quando dichiarava la sua predilezione per il sistema parlamentare, chiamando all’islamizzazione dal basso[5]).
Come finì la manifestazione che sarebbe dovuta essere dell’”Unità”, lo sappiamo tutti e ne abbiamo accennato sopra: un tripudio di bandiere saudite, di slogan sull’applicazione della shari’ah islamica in Egitto, ritratti dell’ex-imam delle jama’at islamiyya, l’imam cieco ‘Omar Abder-Rahman, attualmente detenuto negli Usa, slogan “siamo tutti Osama Bin Laden” (incredibilmente è stato ripetutamente cantato) o “Egitto stato islamico”…….e conseguente (e ovvio) abbandono della manifestazione da parte delle forze laiche.  Infatti l’accordo tra gli organizzatori delle diverse tendenze, voleva che si mettessero sul campo solo i punti in comune tra tutte le parti: cioè essenzialmente una maggiore rapidità nel processare i protagonisti del vecchio regime, e una maggiore “pulizia” in tutta la macchina governativa e burocratica.
Così i laici nelle riunioni comuni per l’organizzazione della manifestazione, promisero di mettere da parte la loro richiesta di “la Costituzione prima” (delle elezioni), gli slogan sulla laicità dello stato e ogni slogan che potesse offendere la sensibilità altrui. I “Fratelli Musulmani” senz’altro la componente più organizzata e antica nella politica egiziana acconsentì sugli stessi punti e così fece il partito ufficiale della Fratellanza. Altrettanto promisero i tanti partiti più piccoli usciti dalla matrice della “Fratellanza”, e anche il fronte salafita con le sue numerose organizzazioni e partiti di visione “salafi” acconsentì e firmò il patto, promettendo tutti a loro volta di evitare provocazioni politiche all’ampio fronte laico. Si impegnavano ufficialmente quindi, a rispettare alla lettera gli accordi che imponevano di non urlare slogan relativi alla shari’ah islamica e di non far diventare la manifestazione una manifestazione islamista, ma mantenerla unitaria. L’intenzione generale era infatti una manifestazione che chiamasse all’unità nazionale aldilà delle differenze politiche, religiose , ideologiche ecc. per raggiungere determinati scopi rispetto “gli ex-potenti del regime”.
Sin sia dai colori che dagli slogan doveva essere una manifestazione “egiziana”, considerando oltretutto la presenza dei partiti e organizzazioni cristiano-copte. Copti che, tra ortodossi (la maggioranza), protestanti e cattolici raggiungono oltre del 10% della popolazione egiziana e che ovviamente hanno già fondato almeno un partito di “ispirazione Copta”.
Sul racconto di quella manifestazione, le persone con cui ho parlato sono state tutte molto chiare: I “salafiti”, (e le testimonianze vengono da tutti i governatorati dell’Egitto), hanno organizzato, con i soldi che ricevono dall’Arabia Saudita (e da chissà chi altro…) un ottimo e capillare servizio di autobus e microbus, generalmente con l’aria condizionata -che in Egitto è decisamente un lusso- ancor di più per dei contadini, disoccupati, anziani o giovani sottoproletari… classi sociali che che sono il target preferito di questi gruppi, i quali invocano l’Islam come unica Costituzione e soluzione, slogan sicuramente accattivanti per chi non sa leggere né ha mai probabilmente né letto né sentito parlare di altri libri che non siano Il Corano. I gruppi salafiti,  trasportarono decine di migliaia di “lumpenproletariat” dai loro villaggi al centro della capitale, Piazza Tahrir. Con il viaggio si offriva anche da mangiare a tutti.
Le persone con cui ho parlato mi dicono che la Piazza Tahrir si andava riempiendo all’ inverosimile, ma ogni minuto che passava, balzava sempre più evidente che i patti non erano stati rispettati, (come già detto): gli slogan che iniziavano a sollevarsi e che chiamavano allo stato islamico, le bandiere saudite verdi,  gli striscioni richiedenti l’applicazione della shari’ah, i manifesti inneggianti al jihad….
E simbolicamente il colore verde dell’islam ovunque, a prevalere nettamente e simbolicamente sul bianco-rosso-nero della bandiera egiziana, (oltretutto i colori della rivoluzione, che durante tutta l’occupazione di Piazza Tahrir, ha sollevato un’unica bandiera, quella della nazione egiziana), quasi praticamente scomparso dalla piazza,  oltre alle sostituzioni avvenute, durante il concentramento, della bandiera egiziana con quella saudita.
Le mie fonti mi raccontano che dopo qualche discussione anche molto accesa, tutti i gruppi laici, dalla sinistra alla destra ai giovani del “6 Aprile” che raggruppa giovani di ogni tendenza, (inclusi alcuni dei Fratelli Musulmani) non poterono fare altro che prendere atto della mancanza alla parola presa, dell’inutilità degli accordi fatti e decisero di comune accordo di uscire dalla piazza e tenere una conferenza stampa in cui raccontare del “tradimento”, dei patti non rispettati da parte di certi settori della corrente “islamista”.
Da quel giorno le posizioni si sono molto polarizzate, si è sembrati tornare indietro nel tempo, quando la separazione tra corrente islamista e corrente laica era netta e le distanze molto lontane, e questo nel recente periodo in cui sono stato al Cairo, proprio per poter aggiornare sulla situazione e introdurre nuovi elementi di dibattito che spero si esplicheranno anche alle presentazioni del mio libro, balzava all’occhio con grande evidenza. Le persone con cui ho parlato, i giovani con cui mi sono rapportato, avevano diversi atteggiamenti di fronte ai “Fratelli Musulmani”, molti avevano diviso Piazza Tahrir con loro, e per questo non si auguravano una troppo forte polarizzazione, ma l’estraneità e il fastidio per i “salafiti”, il timore di un loro rafforzamento, l’antipatia per il loro fanatismo e ignoranza erano presenti sulle bocche e sui volti di tutti coloro con cui ho parlato, perfino sui volti dei giovani dei Fratelli Musulmani.
Tra le fila dei salafiti è molto forte e presente la componente delle “jama’at islamiyya”, (il cui leader è stato appena scarcerato), che ha ancora le mani sporche del sangue di numerosissimi egiziani, uccisi a partire dall’ex-presidente Sadat nel 1981, fino agli omicidi di altri egiziani visti come miscredenti poichè non condividevano il loro estremismo. Personalmente non pensavo che i Fratelli Musulmani avrebbero trattato con loro e vi si sarebbero avvicinati tanto, ma al contrario, sotto la direzione di Mohammed Badie, ex-compagno di prigionia di Sayyid Qutb, il capofila dei radicali islamisti e dei “takfiriiyun, i Fratelli Musulmani sembrano decisamente regredire ideologicamente. I “salafiti” ex-jihadisti, provenienti dalle “jama’at islamiyya”, portano ancora la responsabilità della morte violenta di innocenti turisti di tutte le nazionalità….Turisti che osavano inoltrarsi verso i gioielli dell’antichità egiziana nel profondo sud, ad Assuan o Luxor, o volevano visitare il Museo Egizio del Cairo, e venivano attaccati sul treno o sulla stessa piazza Tahrir, dove si trova il Museo Egizio e che tutti ora conoscono come la Piazza della rivoluzione. Stranieri che a lor dire, infangavano l’Egitto con la loro presenza “impura”, secondo l’ideologia malata di questo gruppo violento e radicale. Gruppo che terminò la sua storia insanguinata nel 1997 con il macello di Luxor, quando in molti ricorderanno avvenne una delle più orribili stragi compiute sul suolo egiziano.
Ebbene buona parte degli ex-carcerati del gruppo è oggi attiva politicamente nel campo salafita, che compete alle elezioni tramite alcuni partiti “politici”, il più importante dovrebbe essere “Hizb an-Nuur” (Partito della Luce), ma c’è anche l’”Hizb al Fadila” (“Partito della Virtù”) e “Hizb al Asala” (“Partito dell’Autenticità”) e gli ex-jamaat islamiyya, dopo un iniziale supporto ai partiti salafiti già esistenti, pare ormai sicuro che stiano fondando un loro partito, che lanceranno a breve.
Questa tendenza religiosa non è rappresentata solo dagli ex-terroristi delle “jama’at islamiyya”, ma anche da alcuni predicatori molto famosi, che appoggiano il fronte salafita, condividendone le posizioni religiose. La loro principale e praticamente unica richiesta è quella di un Egitto Emirato Islamico, dove secondo la lettura più dogmatica e letteralista del Corano e della Sunna, l’unica legge sia la shari’ah islamica, e dove la musica, il ballo, gli appuntamenti mistici dei sufi con le loro cerimonie, e si dibatte, perfino il turismo, sarebbero vietati. L’accanimento contro la tendenza mistica islamica del “sufismo” o “tasawwuf” é una caratteristica storica della corrente “salafita”. I sufi, sono considerati  dai salafiti, dei nemici quasi come gli shiiti, in definitiva dei miscredenti. (Mentre nell’ortodossia islamica il sufismo é una corrente benedetta e amata dal Profeta Mohammad* che si recava spessissimo dalla gente della panca, “ahl al saffa”, i più poveri e mistici tra i suoi seguaci, che dormivano presso la panca della moschea. Questi seguaci del Profeta*, alla perenne ricerca spirituale diedero vita ad una corrente dell’islam che ebbe uno sviluppo durato secoli, culminato con personaggi della storia islamica famosissimi, come Al Ghazali, o Junayd, o Al ‘Arabi e tantissimi altri, fino alle centinaia di congregazioni sufi presenti oggi in tutto il mondo islamico, dal Marocco al Pakistan e all’Afghanista. Mentre gli shiiti, sempre per l’ortodossia islamica, essi sono appartenenti ad una quinta scuola giuridica, e sebbene visti come “diversi”, non possono essere certo considerati come “fuori dall’islam”.)
Già ora i Fratelli Musulmani stanno invitando ad un dibattito sul turismo e sul rispetto alle tradizioni islamiche che secondo la Confraternita sarebbe dovuto dai turisti. Le “jama’at islamiyya” che della lotta al turismo avevano fatto un cavallo di battaglia negli anni’90, hanno colto al volo la palla al balzo, infatti già per prassi i membri dei gruppi salafiti non possono lavorare con turisti, colpevoli di “importare comportamenti viziosi, di diffondere una morale anti-islamica e una visione del mondo da miscredenti”.
I salafiti sarebbero pure favorevoli alla fine degli accordi di Camp David e alla rottura diplomatica totale con il confinante Israele. Salvo poi leggere di uno sheykh salafi piuttosto famoso che dichiarando, riguardo al processo a Mubarak, e all’accusa di esportazione illegale di gas a Israele, sostiene che “non c’è nulla di condannabile in ciò, poiché anche il nostro amato Profeta * faceva commercio con gli Ebrei”. Infatti negli ultimi anni, Mubarak aveva fatto uscire di galera un bel po’ di salafiti, in funzione “spauracchio per l’Occidente” e anti-”Fratelli Musulmani”, poiché parte dell’elettorato si mischia, soprattutto nei quartieri illegali, gli “’’ashwayyat”: quartieri cadenti, costruiti abusivamente, e dove vivono, secondo un calcolo piuttosto ottimistico, circa 8 milioni di cairoti.
Ma appunto l’idea fissa dei salafiti è quella di un paese dove venga applicata il prima possibile la shari’ah islamica in modo letterale, a partire dal taglio della mano ai ladri, alle frustate per amanti e coppie che escono dai canoni. Sembrerebbe eccessivo, qualcuno può pensare che stia calcando la mano, ma tutto questo è nero su bianco, i quotidiani egiziani fanno a gara a intervistare esponenti di ogni tipo della corrente salafita e le risposte sono sempre meno incoraggianti e pochi giorni fa in un’intervista ad uno dei principali quotidiani egiziani, “Al Masry al Youm”, Najeh Ibrahim, ha confermato la loro volontà di applicazione immediata delle pene “hudud”, le pene corporali, che vengono applicate praticamente solo in Arabia Saudita, nell’Afghanistan talebano e in qualche altro sfortunato paese.
Tornando alle scelte che hanno di fronte i “Fratelli Musulmani”, in quanto gruppo più organizzato, più popolare e più radicato, e che perciò sono e saranno molto importanti per l’Egitto ci sono varie ipotesi. La scelta che sembrano stare prendendo i “Fratelli Musulmani” è abbastanza sconcertante  sia per l’accettazione della condivisione dell’alleanza con i salafiti, che per la collaborazione intensa con le ex-“jamaat islamiyya”.
Certo il partito ufficiale della Fratellanza sarà alleato per le elezioni parlamentari con i liberali del “Wafd”, formazione di destra conservatrice e laica, dalle radici molto antiche anch’essa, essendo il partito più antico d’Egitto. Il “Wafd” collaborò con i Fratelli Musulmani già in passato e presentarono liste comuni  nel 1984 (o meglio: il Wafd ospitò gli “indipendenti” dei Fratelli Musulmani, che in quanto tali, con Mubarak, non avrebbero potuto presentarsi)
Ma a mio avviso come spesso è accaduto nella storia delle Fratellanza, l’ambiguità e la non volontà di prendere una posizione chiara sull’argomento della laicità dello Stato e quindi su una serie di argomenti che erano stati messi recentemente al centro del dibattito, quali la possibilità che un Presidente possa essere cristiano, o un capo dell’esercito possa presiedere all’Istituzione Esercito, sono parte di un predominio di un tatticismo esasperato a cui da sempre ci hanno abituato i “Fratelli Musulmani”, o perlomeno la maggioranza di essi.  Allo stesso modo “Hurriya wa ‘Adala”, “Freedom and Justice Party” in inglese, (FJP), il partito dei “Fratelli Musulmani” é troppo spesso caduto in contraddizione e dato l’impressione di avere una posizione su questi punti che andrebbe a incidere sull’uguaglianza di tutti gli esseri umani – a prescindere da razza, colore, religione, genere- così come sul tema della condizione e del diritto della donna i Fratelli sono spesso scivolati portando molti a dubitare del loro reale cambiamento ideologico…..
Le premesse sembravano migliori, perché in ogni caso, già l’aver creato un partito politico differenziato dall’organizzazione dei Fratelli Musulmani, é sicuramente un segnale positivo verso l’idea di un potere civile e laico, slegato dall’ambito religioso, ed é stato un argomento che per anni ha diviso il Movimento. Rappresenta infatti in modo formale la differenza tra il politico e il religioso, con la separazione dei due elementi. L’aspirazione, a detta di molti membri sarebbe quella di far arrivare “Hurriya wa ‘Adala” ad assomigliare all’ “Akp” turco in Egitto.  Questa aspirazione é condivisa in particolare dai giovani, che però si sono fatti il loro partito “Tayyar Masri”, e allo stesso modo da tutti quei gruppi che recentemente sono usciti dai “Fratelli Musulmani” in disaccordo con la politica del partito ufficiale, quel “Partito della Libertà e Giustizia”, “Freedom and Justice Party (FJP) che sembra essere ancora troppo eterodiretto dalla vecchia leadership della “Fratellanza”. Personalmente non credo che il partito politico dei Fratelli, l’”Hurriya wa’Adala”(FJP) sia ancora in grado di fare quei passi necessari, almeno ora, ad evolversi in un senso totalmente democratico, diventando una sorta di “Democrazia Cristiana” egiziana, come invece si è evoluto il partito turco al governo oggi in Turchia. Sarebbe un vero peccato non accadesse, dato che la Costituzione a quanto pare, sarà scritta dai vincitori delle elezioni parlamentari. Sarebbe importante per l’unità dell’Egitto tutto, che i Fratelli Musulmani e il loro partito politico rispettassero in pieno quei principi di laicità, seppur a volte non chiarissimi, che sono stati comunque stilati nel programma elettorale per il 2007 e che già erano presenti in quello del 2005. Dipende da come si comporteranno i Fratelli Musulmani principalmente, se lo scontro diventerà bi-polare, “laici” vs. “islamisti”, oppure se si manterrà entro le regole del gioco democratico, con i “salafiti” ( un po’ come il vecchio italiano Movimento Sociale Italiano, i fascisti insomma) esclusi da qualsiasi alleanza di governo, e i Fratelli Musulmani che si evolvono in un partito politico, che si inspira soltanto a principi religiosi ma tiene in conto che la democrazia è fatta del rispetto delle minoranza (concetto invece totalmente estraneo ai salafiti ). In questo caso penso si potrebbe eviterare più facilmente una spaccatura in Egitto che non porterebbe a nulla di buono.
Sulla forma stato, i Fratelli Musulmani hanno scritto già nel loro programma del 2007 ed è elemento che ormai si considera assodato, che la shari’ah islamica debba essere in qualche modo solo una “cornice” entro cui muoversi, e che l’autorità statale debba essere civile e laica, pur suggerendo la presenza di sapienti religiosi in Parlamento.[6] Questa posizione era valsa molte accuse ai Fratelli Musulmani, i quali però sembravano sino ad ora aver ben compreso le regole del gioco democratico, non parlando più di Califfato o di shari’ah da implementare integralmente. I dubbi tuttavia della compattezza su questi argomenti all’interno dei Fratelli Musulmani permangono, come permangono i dubbi su come concepiscano esattamente il rapporto con la shari’ah islamica gli esponenti del loro partito, “Hurriya wa ‘Adala” (FJP).
Con tutti questi dubbi, non passa giorno senza che i quotidiani (moltiplicatisi dopo la rivoluzione), non intervistino figure eminenti e non, dei Fratelli Musulmani, e dalla lettura delle interviste e degli articoli dei Fratelli e sui Fratelli, permane molto forte la sensazione che non vi sia ancora una linea precisa, e che nonostante le fuoriuscite permangano degli elementi di intenso dibattito all’interno dell’organizzazione “Fratelli Musulmani” e dentro il partito ufficiale.
Intanto però la divaricazione tra laici e islamisti aumenta e ciò non è un bene per il paese.
La situazione in Egitto è estremamente fluida, gli schieramenti e le alleanze sono andati costruendosi lentamente, non senza strappi in avanti o passi indietro, e si é arrivati alla nascita di questi due grandi blocchi dopo mesi di registrazioni di nuovi partiti, di dibattiti, di manifestazioni, di calcoli da parte di molti…..Non giurerei affatto che gli schieramenti permangano tali e quali quelli che si stanno profilando oggi, molti cambiamenti sono ancora possibili. L’attuale governo civile, presieduto da ‘Essam Sharaf, una persona considerata da tutti molto perbene a con alcuni ministri molto apprezzati prosegue, pur sotto l’ombrello della giunta militare che è poi il vero governo del Paese, nella sua opera di ricostruzione democratica. Assieme al Ministero dei Lavoratori, presieduto da un ministro dalla storia di sinistra, gli operai (del cui ruolo nella rivoluzione e situazione particolare parlerò nel prossimo articolo) e i lavoratori delle varie categorie, sono riusciti a ottenere una legge che permette ora la formazione libera di sindacato, con le sue regole democratiche di elezione dei rappresentanti da parte dei lavoratori. Questa è stata una grossa conquista per gli operai, che tutt’oggi sono in lotta per un aumento del salario minimo affinché passi dalle 700 Lire Egiziane attuali a 1.200 Lire Egiziane (1.200 Lire Egiziane sono 150 euro,  mentre l’attuale paga minima di 700 LE non sono nemmeno 90 euro)
Le lotte operaie e sindacali sono stata l’ossatura della rivoluzione, anche se in Italia se ne parla troppo poco. Pochi conoscono il ruolo centrale avuto nella rivoluzione,da parte di alcuni sindacati, del ruolo degli operai del distretto industriale di Mahalla, delle città industriali in sciopero, vero incubo del regime Mubarak .
La sinistra egiziana sta vivendo anch’essa una rinascita enorme su tutti i piani: popolare, giovanile, sindacale…..Ashraf Aglani, avvocato di 21 famiglie degli “shuhada’a”, dei giovani morti durante la rivoluzione, in una intervista che gli ho potuto fare personalmente e che caricherò appena possibile, (considerato che è tutto in arabo e vorrei metterci almeno dei sottotitoli), sostiene che i gruppi che davvero lavorano nei quartieri di periferia, nelle zone popolari, nei quartieri illegali fatti di baracche e case abusive, e che sono in definitiva in vero contatto con il popolo egiziano sono gli attivisti delle sinistre comuniste e socialiste, e quelli delle diverse tendenze islamiste. Girando per il Cairo me ne sono accorto, le arti hanno ripreso a vivere, il teatro sperimentale, i concerti nelle piccole sale della zona di Wast al balad, storicamente zona di sinistra, e dove ha sede il partito più antico della sinistra egiziana: il glorioso “Tajammu’ al Taqaddumi” (Raggruppamento progressista) dove ho potuto ammirare una foto del Che Guevara in bianco e nero, in visita in Egitto durante l’epoca di Sadat, e i miei accompagnatori del partito stesso mi davano di gomito raccontandomi ridendo: “E lo sai che il Che non andò nemmeno a visitare o salutare il Presidente Sadat? Venne solo da noi, a visitare il nostro Segretario”.
Ma la parte riguardante la sinistra egiziana la voglio raccontare nei dettagli nel prossimo articolo.
PAOLO GONZAGA
Autore di “Islam e democrazia- I Fratelli Musulmani in Egitto”, ed.Ananke, Maggio 2011, Torino. Prefazione del Prof. Franco Cardini

[1] “Islam e  nel democrazia-I Fratelli Musulmani in Egitto”, Paolo Gonzaga, prefazione di Franco Cardini, Ananke ed., Maggio 2011, Torino.
[2] Qualche “triste” analista, o auto-definentesi tale,  potrebbe dire che la sicurezza è diminuita. Vero, ma il Cairo rimane la città più sicura che abbia mai visto, anche senza praticamente Polizia in interi quartieri, come sta accadendo adesso (la Polizia si trova in grande imbarazzo perché è stata il pilastro del regime di Mubarak, hanno spadroneggiato per 30 anni e ora temono le vendette dei cittadini o spesso di criminali semplici, e non hanno più il coraggio di farsi vedere troppo in giro. Al Cairo, 20 milioni di abitanti circa, nessuno lo sa di preciso, anche leggendo attentamente la cronaca nera, si possono trovare dei morti durante qualche rissa, si può leggere di bande di ladri, i tassisti (categoria sempre molto esposta) sono spaventati e in certi quartieri non vanno, cosa che mai si sarebbero sognati prima, ma è ovvio che una rivoluzione non è un pranzo di gala, e che non si può pensare che tutto torni alla norma in pochi mesi. Anche perché se vuole fondare davvero un sistema nuovo la rivoluzione in Egitto deve continuare, non può fermarsi perché altrimenti i militari ne approfitterebbero subito per far sì che gattopardescamente“tutto cambi perché non cambi nulla” e tornino a controllare il potere come in epoca mubarakiana assieme ad una nuova elitè di corrotti.
[3] I “salafiti” sono una corrente religiosa e politica all’interno dell’islam attuale. Compiono una lettura letteralista del Corano, della Sunna (usanze e detti del Profeta Mohammad*), non seguono generalmente una delle quattro scuole giuridiche canoniche perché intendono rifarsi direttamente ai “salaf”, richiamandosi e rifacendosi alla purezza dei primi grandi personaggi della storia islamica. Chiedono l’applicazione della shari’ah, il califfato e non riconoscono, se non strumentalmente,la democrazia, tramite la quale vorrebbero poi instaurare un Califfato o Emirato islamico. In Egitto stanno costituendo partiti e formazioni politiche, creando un vero e proprio fronte salafita, come leggeremo nell’articolo. Questo “fronte salafita” sta già esprimendo almeno un candidato alla Presidenza, dopo le elezioni parlamentari.
[4] Moltissimi dei giovani dei Fratelli Musulmani si opposero a questa deriva e vollero uscire dalla manifestazione come fecero i laici, ma la dirigenza non li ascoltò, creando un’ulteriore frattura generazionale all’interno del movimento.
[5] Paolo Gonzaga p.62, op.cit.
[6] Paolo Gonzaga, ibidem

martedì 2 agosto 2011

2 Agosto 1980: NOI NON DIMENTICHIAMO!

Oggi 2 Agosto per me é una data triste: triste perché non é ancora emersa la piena verità sui mandanti e  su chi é stato complice, chi nel silenzio delle istituzioni ha tramato e ha permesso e promosso un massacro di tale barbarie. Chi erano i  mandanti? Chi aveva ordinato alla manovalanza infame fascista quella strage così orrenda? Molti di noi ricorderanno quella giornata terribile, io benché piccolo ricordo tutto alla perfezione e non posso dimenticare quegli attimi, cosa stava facendo, dove ero.... cosa faceva nei momenti che hanno preceduto la notizia della strage. Ero ancora un bambino, ero al mare, e ricordo di aver letto tutta "L'Unità" e il "Corriere della Sera" dei vicini di ombrellone, paralizzato sulla sdraio. Certo ero un bimbo un pò precoce, ma come non esserlo in quegli anni se venivi da una famiglia di sinistra, se il parentado pullulava di militanti in tutte le formazioni di sinistra parlamentare ed extraparlamentare esistenti....Sapevo che c'erano i fascisti, per me erano ragazzi con i  Ray-Ban a goccia, che ammiravano chissà perché, quelli che avevano rovinato l'Italia, che avevano cercato di catturare nonno Francesco, e che facevano sempre a botte con mio cugino Marco. E mio cugino Marco mi faceva ascoltare i Pink Floyd, i Led Zeppelin, Jimi Hendrix....mi portava al cinema a vedere Ecce Bombo e mi parlava sempre di comunismo e che se non eri comunista allora eri fascista, perché non prendere posizione era fascista. Allora dichiaravo la mia fede comunista, gli cantavo: "Mao-Tse-Tung, Ho-Chi-Minh" con il pugno chiuso e sorrideva compiaciuto. 
In ogni caso, io non posso dimenticare, nel silenzio assordante del Governo Berlusconi, ormai chiaramente fascista, che ha mal sopportato da sempre qualsiasi ricorrenza in cui non fosse lui il protagonista o antifasciste (e infatti non si é mai fatto vedere ad un corteo del 25 Aprile! Le avrebbe prese da folle inferocite probabilmente ma é comunque significativo dell'approccio). Noi non dimentichiamo! In memoria di tutte le vittime dei vecchi e nuovi fascismi! NO PASARAN!
Posto come seconda parte un articolo tratto dal sito di Sinistra Ecologia Libertà, il partito/progetto più convincente nel paese.
Paolo Gonzaga

2 agosto 1980, non dimentichiamo

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Stazione di Bologna, 2 agosto 1980, ore 10,25, sala d’aspetto di 2ª classe, una bomba composta da una miscela di tritolo e T4 contenuta in una valigia abbandonata esplode, cambiando il destino di ottantacinque persone, uccise dall’arroganza del Potere. Questa è la strage di Bologna, una strage di Stato, dai contorni torbidi. I tribunali condannarono in via definitiva, come diretti esecutori della strage, i tre neofascisti Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, ma senza individuare con chiarezza i mandanti.
Una vergogna, che ancora oggi, in forme diverse, vuole eliminare dalla memoria del Paese quelle vittime. Vittime innocenti che vanno ricordate. Ricordare è un dovere, e lo è ancora di più quando, sia le “istituzioni” che “l’informazione” decidono che non è più il tempo di farlo. Anche quest’anno – il secondo consecutivo – il Governo ha deciso di non mandare nessun proprio rappresentante alla commemorazione che si terrà martedì a Bologna. L’assenza dello Stato è un silenzio assordante che colpisce la coscienza, la dignità e la sete di giustizia dei familiari delle vittime.
Noi non dimentichiamo quella tragica vicenda, noi non dimentichiamo quel silenzio che il Potere impone, noi non dimentichiamo quelle vittime di Stato.
Andrea Sironi

domenica 31 luglio 2011

Il libro "Islam e democrazia -I Fratelli Musulmani in Egitto"...dopo le prime presentazioni









































Dopo le prime presentazioni del mio libro, “Islam e democrazia- I Fratelli Musulmani in Egitto”, libro che ho stampato da pochissimo, a fine Maggio con “ediz.Ananke” di Torino, posso dire che il libro sta andando alla grande. Ho venduto più di una copia al giorno attualmente, e questo solo io personalmente durante le presentazioni, non so come stia andando in libreria, ma mi auguro bene, molti mi hanno detto di averlo richiesto. Il libro racconta, con linguaggio scorrevole e con chiarezza nei concetti, storia, ideologia, programma politico del movimento dei Fratelli Musulmani, che dall’Egitto poi si diffonderanno in tutto il mondo e che in Egitto sono attualmente l’unico movimento e partito politico (partito politico a cui è stato dato il nome di “Hurriya wa ‘Adala”, cioè “Libertà e Giustizia”) ad avere una lunga storia alle spalle, un’organizzazione eccellente, dovuta anche all’incessante e reticolare lavoro sociale verso i più poveri, gli svantaggiati, le vedove, gli orfani…., un consenso sicuramente rilevantissimo, e benchè non siano tra i primi artefici della rivoluzione - da buoni conservatori non amano la lotta sociale - hanno poi saputo comprendere l’importanza del movimento di piazza Tahrir, un po’ anche trascinati dai loro giovani (che vanno spesso più d’accordo con i loro coetanei di opposto schieramento che con la loro vecchia e conservatrice dirigenza) , entrarvi poi da protagonisti, e goderne i frutti. Ora i “Fratelli Musulmani” assieme agli altri movimenti islamisti come i fanatici salafiti raccolti nell’”Hizb an-Nur”, il “Partito della Luce” stanno supportando l’esercito, che in questa fase di “transizione” gestisce il potere e che ha dimostrato abbondantemente la sua natura autoritaria, con arresti immediati dei critici e condanne di oppositori via Tribunale Militare.
D’altra parte però abbiamo dato ampio spazio ai movimenti dei giovani blogger  laici del “6 Aprile”, veri artefici della rivoluzione, e alla generazione che usa Facebook, Twitter, You Tube, il web in generale e la tecnologia per avvantaggiarsi nella lotta politica e sociale, avanguardie altamente ideologizzate e tecnologicamente attrezzate e preparate. I blogger del 6 Aprile furono i primi a creare nel 2008, il 6 Aprile (da cui viene il nome del movimento), un’alleanza con gli operai del distretto industriale di Mahalla, vicina al Cairo, in lotta e quel giorno in sciopero. Da questa alleanza studenti-operai,  che ha poi calamitato attorno a sé poi il movimento “Kifaya” (Ora Basta/Ya Basta) e con tutta la galassia delle opposizioni laiche, dai nasseriani, ai comunisti, fino ai liberali…nacque il nucleo che porterà alla cacciata di Mubarak. Il gruppo “Kifaya”, primo nucleo formatosi nel 2005 di pubblici oppositori e composto in primo luogo da coraggiosi artisti e uomini famosi, fondato da famosi intellettuali come l’ex-esponente dell’ala più riformista dei Fratelli Musulmani, Dr. Abu el  Futtuh (ora uscito dalla Fratellanza per seri dissidi ideologici), lo scrittore laico Al Aswani, il cristiano George Ishaak  che potevano “permettersi “ di dissentire pubblicamente perché troppo in vista per essere torturati o segregati da qualche parte, (anche se arrestati lo furono numerose volte), è stato importantissimo per la rivoluzione ed ha permesso di evitare le facili criminalizzazioni del movimento da parte dei mass-media di regime. Spesso sono stati gli ambasciatori del dissenso in Egitto ed hanno potuto rendere note molte situazioni che invece il regime cercava di nascondere o di mistificare.
Fu da queste due componenti unite temporaneamente che nacque la rivoluzione egiziana,  il suo successo si deve in grandissima parte all’alleanza di tutte le realtà e singolarità contrarie a Mubarak in campo laico, con le forze islamiste, i Fratelli Musulmani  in primo luogo, ma anche poi con i salafiti, inizialmente contrari alla rivolta (perché portatrice di “fitna”, di caos per la comunità dei fedeli), ma presto convertiti alla causa rivoluzionaria.
Ora in Egitto, la nuova e sconosciuta (benché relativa) libertà di stampa e di espressione, sta permettendo la nascita di tantissimi nuovi partiti, scuramente molti destinati al naufragio, altri che avranno invece più successo. Nel libro troverete un breve sguardo su molti di essi.
Oggi, l’alleanza tra queste due componenti così diverse fra loro, ma che sembrava poter resistere e mettere i cittadini egiziani in una posizione di forza rispetto ai militari al comando, sembra definitivamente perduta. La differenza politica tra chi vota laico e chi vota islamista è già ampia e i rapporti tra le rispettive dirigenze si sono decisamente allentati e peggiorati.
Ora non ci resta che seguire il più da vicino possibile le evoluzioni politiche in un clima più che fluido e dove ogni giorno ci sono cambiamenti e prese di posizione diverse. Il 30 Settembre, anche se la data è ancora non certa del tutto, dovrebbero svolgersi le prime elezioni teoricamente libere, ma c’è ancora molto da vedere: i gruppi laici chiedono la redazione della nuova Costituzione prima delle elezioni ma i gruppi islamisti rifiutano, non rientra nel loro concetto di democrazia a quanto pare, visto che invece loro spingono per l’applicazione totale del risultato referendario, che prevedeva appunto prima le elezioni parlamentari e soltanto dopo, la Costituzione.  Questo perché tutti temono un “exploit” elettorale dei Fratelli Musulmani che viene unanimemente riconoscono come l’unico movimento ad oggi davvero radicato e organizzato e favorito alle elezioni, e di conseguenza una Costituzione troppo legata alla “Shari’ah”, alla legge islamica.
Questo è solo un piccolo assaggio, invito chi volesse comperare questo libro, a ordinarlo presso la più vicina libreria, la Feltrinelli sicuramente. Se  qualcuno riscontrasse delle difficoltà a reperire il libro è pregato di segnalarmelo scrivendo a paologonzaga70@gmail.com ed eventualmente non avrò difficoltà ad inviarglielo io personalmente.
Dott. Paolo Gonzaga
Esperto in lingue, letteratura e Civiltà Araba, specializzato sull’islam politico, traduttore,  giornalista e studioso.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 

Il fossato sempre più ampio tra forze laiche e forze islamiste (Fratelli Musulmani, salafiti......)

SEMPRE PIU' FORTE LO SCONTRO TRA I LAICI (DAI COMUNISTI AI LIBERALI...) E GLI ISLAMISTI (FRATELLI MUSULMANI E SALAFITI...) 




I lettori di questo blog mi perdonino, se anche questa volta, per aggiornarvi su ciò che accade in Egitto non uso parole mie, ma riprendo in toto un post della cara amica Lia, che sto per andare ad incontrare al Cairo. Lo faccio perché appunto, lei ora é al Cairo e notizie più fresche non potremmo averne, altro che "Corriere della Sera" e giornalacci vari, quello di Lia é un articolo dalla così alta qualità che in Italia non verrebbe mai pubblicato da un grande giornale: l'analisi é troppo profonda e sconveniente per l'Occidente alleato dell'Arabia Saudita, che sta mettendo in campo le sue forze per prevenire una situazione simile a quella egiziana, intervenendo direttamente in Egitto. Ed ecco che abbiamo improvvisamente masse di salafiti-wahhabiti, che spaventano la borghesia egiziana e boicottano le iniziative dei giovani laici.

Ma ecco cosa ci scrive la nostra Lia: nel suo bellissimo blog, "Haramlik":http://www.ilcircolo.net/lia/


Salafiti, militari, laici e qualche malinteso

Leggendo in giro, mi pare che in Italia non si stia dando la sufficiente rilevanza a quelli che sono gli effettivi schieramenti politici, in questo momento, in Egitto: che da una parte ci sono i gruppi laici, cioè, che formano un ventaglio ampio che va dalla sinistra delle organizzazioni dei lavoratori fino ai liberali, e dalla parte opposta ci sono gli islamisti E i militari.
Ripeto, ché forse non è chiaro: gli islamisti stanno dalla parte dei militari e contro i laici rappresentati dal sit-in in Tahrir.
Tutti i gruppi religiosi – dai Fratelli Musulmani ai Salafiti alla Gamaa Islamiya – chiedono all’esercito, da un mese, che Tahrir venga sgombrata, ed usano nei confronti degli occupanti gli stessi insulti, le stesse categorie di accuse dei militari stessi: “portatori di caos”, di “disordine”, gente “pagata dall’estero” e via dicendo.
In piazza Tahrir, venerdì, gli slogan religiosi erano intervallati da slogan a sostegno delle Forze Armate e, tra i laici, lo sconcerto si traduceva essenzialmente nella domanda che più circolava: “Ma non si sono ancora stancati di farsi usare dall’esercito, questi? Non gli è bastato Sadat, non gli è bastato Mubarak, non imparano mai niente?
Se ne discute da mesi, in Egitto. A Maggio, l’Al Masri al Youm scriveva:
During the 25 January revolution, Salafi scholars denounced protests as un-Islamic and warned Muslim youths against engaging in the uprising, but the hard-line Muslims became visible once Mubarak and his security apparatus fell. They were emboldened to stage more protests along sectarian lines. Some went further, announcing the formation of political parties to compete in the parliamentary elections slated for September.
Some observers allege that the sudden emergence of Salafis is orchestrated by Saudi Arabia, which seeks to abort the Egyptian revolution for fear that the same revolutionary model would be reproduced on its soil.
Younis expects that after the Imbaba incident, the army will deal a blow to such radical groups. However, he voiced fears that giving the military a free hand in uprooting Salafis might threaten the prospects for a transition to civil democratic rule.
“If the army hits them and gets applauded by the middle class and the intelligentsia, the military will acquire a bigger role in Egypt’s politics,” said Younis. “This will mean that the military is the one that deserves to rule.”
Since Mubarak stepped down, the military has affirmed its commitment to instating a civil democracy. Yet, skeptics remain concerned that the SCAF might groom a presidential candidate from the barracks before the presidential poll set for December.
By a similar logic, Mubarak’s regime spent many years establishing and solidifying its legitimacy. In the 1990s, secularists, liberals and Copts rallied behind him to fight armed Islamist groups. Such support allowed him to build a draconian police state that violated human rights on the pretext of defeating Islamist opponents. After succeeding in stemming terror, Mubarak groomed his regime as the sole guardian against the resurgence of violent groups. At the same time, he implemented the same notorious strategies against peaceful opposition.
E’ uno schema più che collaudato, e stupisce davvero rendersi conto che gli anni di carcere che tanti di loro portano ancora sulla pelle non gli hanno insegnato nulla. Del resto, quello che penso io dell’islam politico è noto a chi mi legge: un po’ di leader venduti al potere di turno che muovono masse di gregari tra le cui virtù – che pure esistono, a livello umano – non brilla sicuramente l’acume. In Egitto come in Occidente, direi.
Per settimane, tutte le forze islamiste, senza eccezioni, hanno continuato a denunciare il sit-in di Tahrir, diffondendo ogni tipo di squallida, losca bugia sensazionalista contro i manifestanti, in larga maggioranza laici, accompagnati dall’agitazione diffusa dai militari stessi, che già avevano aizzato gli abitanti del quartiere di Abbassiya contro il corteo del 23 luglio.
Le forze islamiste i cui leader, senza eccezioni, sono in un modo o nell’altro alleati con le Forze Armate e in attesa della parte di bottino che gli arriverà dalle elezioni in arrivo e dalle riforme costituzionali, hanno deciso di alzare il tiro contro i rivoluzionari di Tahrir annunciando, circa due settimane fa, che avrebbero convocato una protesta di massa nella piazza per affermare “l’identità islamica dell’Egitto, denunciare il progetto di riforma della Costituzione e chiedere l’applicazione della Shari’a.” L’annuncio andava di pari passo con la campagna per “ripulire Tahrir dai laici”.
Quello che è successo dopo, l’ho scritto ieri: gli incontri tra i laici e i religiosi (Gamaa Islamiya, Partito del Nour dei Salafiti e Fratelli Musulmani) e l’approvazione di un documento comune in cui, in nome dell’unità nella giornata di protesta,  i laici si impegnavano a non lanciare slogan contro le Forze Armate e a non richiedere l’approvazione della Costituzione prima delle elezioni, e gli islamisti, in cambio, si impegnavano a non lanciare slogan religiosi e a non richiedere lo Stato islamico. La protesta doveva focalizzarsi esclusivamente sui punti di accordo.
I religiosi, con l’accordo sottoscritto, ci si sono bellamente soffiati il naso (con la lodevole eccezione di alcuni giovani dei FM che hanno cercato di fermare lo scempio senza successo) e, per protesta, i partiti laici hanno convocato una conferenza stampa per annunciare che abbandonavano la manifestazione.
Zeinobia fa notare che è previsto un incontro a Washington tra i rappresentanti dell’Esercito e la Clinton per discutere della transizione egiziana, e che quello che è successo potrebbe essere il consueto messaggio delle Forze Armate all’Occidente, in particolare all’America: lo spauracchio islamico per affossare le riforme democratiche.
Intanto, i Salafiti hanno ripreso i loro pullman e sono tornati nelle loro campagne.
(La foto, presa dal solito Arabawi, mostra un Tantawi ritratto come salafita in via Talaat Harb.)